L’anno orribile delle materie prime, ma la crisi della tripla C ha toccato il picco?

La crisi dei prezzi delle materie prime potrebbe non essere al termine, come suggerirebbero alcuni fattori.

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La crisi dei prezzi delle materie prime potrebbe non essere al termine, come suggerirebbero alcuni fattori.

Il 2015 potrà essere ricordato come l'”annus horribilis” per le materie prime, i cui prezzi dall’1 gennaio ad oggi hanno perso mediamente il 15%, scendendo ai livelli più bassi degli ultimi 13 anni e segnando un tonfo del 50% rispetto al picco degli ultimi 5 anni, toccato nell’aprile del 2011. Gli analisti americani parlano di crisi della tripla C, con riferimento a “credit”, “commodities” e “currencies”, ovvero al credito, alle materie prime e alle valute (emergenti). Le tre C sono correlate tra di loro da un rapporto di causalità diretta: il credito a bassissimo costo degli ultimi anni, conseguente alle politiche monetarie molto espansive delle principali banche centrali del pianeta, ha incentivato gli investimenti nel settore energetico, in quello metallico e anche agricolo. L’America è andata avanti in questi anni sul motto “drill, baby, drill!”, ma anche nel resto del mondo si è assistito a un aumento di estrazioni di greggio, di materiali ferrosi, di coltivazioni agricole, incentivate tutte da un boom del credito.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/il-boss-dei-bond-attacca-le-banche-centrali-i-tassi-zero-distruggono-il-capitalismo/  

Eccesso di offerta causa la crisi

Una volta che l’offerta si è espansa abbondantemente e la crescita della domanda ha iniziato a rallentare, il mercato ha dovuto registrare un eccesso di produzione, che resta difficile da smaltire in determinati settori, come quello petrolifero, a causa della “guerra” tra i vari produttori per non cedere quote di mercato agli altri. Il rallentamento della domanda è dovuto a vari fattori: in primis, all’apprezzamento del dollaro, che scoraggia gli acquisti di materie prime (denominate nella divisa USA) da parte degli acquirenti non americani; secondariamente, dalla crescita meno dinamica di paesi come la Cina; terzo, per la bassa inflazione presso le principali economie, visto che diverse commodities (vedi l’oro) sono considerate una forma di protezione contro l’aumento dei prezzi.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/la-cina-manda-giu-i-prezzi-delle-materie-prime-e-il-rublo-perde-ancora-quota/  

Crisi valute emergenti

La crisi delle materie prime ha travolto le valute dei paesi produttori, a causa del crollo delle loro esportazioni e del peggioramento dei loro saldi commerciali.

Da qui, la terza C di cui dicevamo. In realtà, il deprezzamento delle valute sta sostenendo i conti pubblici di queste economie, come dimostra il caso della Russia, in cui a fronte di un dimezzamento delle quotazioni del petrolio, che insieme al gas forma quasi la metà delle entrate statali, il deficit pubblico è cresciuto di poco, perché nel frattempo il rublo è precipitato contro il dollaro, perdendo nel 2014 il 46%, con ciò aumentando i ricavi in valuta locali dei minori dollari in entrata. Caso opposto è l’Arabia Saudita, dove tenendo il cambio fisso del rial contro il dollaro, il crollo delle entrate non è stato contemperato dal deprezzamento della valuta. Risultato: il deficit è atteso per quest’anno tra il 19% e il 22% del pil.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/economie-emergenti-tra-crisi-valutaria-e-crollo-delle-borse/  

Prezzi hanno toccato il fondo?

Ma a questo punto, ci chiediamo se la crisi delle materie prime abbia toccato o meno il picco. Da un lato, il calo dei prezzi ha già indotto i produttori a tagliare gli investimenti, come nel caso del petrolio, e a ridurre la produzione. Tuttavia, non sta avvenendo in ogni settore. In America, ad esempio, a fronte del dimezzamento del numero dei pozzi attivi negli ultimi 12 mesi, la produzione è rimasta sostanzialmente uguale, perché le compagnie si sono concentrate sui pozzi più remunerativi e hanno tagliato in media i costi del 30%, potendo così sostenere prezzi più bassi. Altrove, come in Russia e Arabia Saudita, la produzione è salita ai massimi degli ultimi 30 anni, nel tentativo di aumentare i ricavi e minimizzare l’impatto sui conti pubblici. Inoltre, il rallentamento della crescita mondiale (e dell’annessa domanda) è un fatto che si sta sempre più materializzando davanti ai nostri occhi, tanto che ieri Fitch ha tagliato le stime per l’anno in corso dal +2,9% al +2,3%.

E non dimentichiamo che il rafforzamento del dollaro potrebbe accentuarsi nei prossimi mesi, quando prima o poi la Federal Reserve dovrà alzare i tassi USA, incentivando così gli afflussi di capitali dalle altre economie. Dunque, il fondo della crisi delle commodities non pare essere stato raggiunto, come dimostrerebbero anche le aspettative d’inflazione nelle economie avanzate, scese sotto l’1% entro i prossimi 5 anni negli USA un paio di giorni fa, a conferma che il mercato si attenda prezzi delle materie prime sostanzialmente bassi nel breve e medio termine. E ciò stesso non spinge a un recupero della domanda.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/tassi-usa-perche-il-crollo-dei-prezzi-delle-commodities-frena-la-stretta-della-fed/

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