Come l’America di Trump farebbe scattare il default del Venezuela

Il Venezuela di Maduro tenta di ristrutturare il debito, ma tra i creditori è panico. E l’unica soluzione per porre fine al regime chavista l’avrebbe in mano Trump.

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Il Venezuela di Maduro tenta di ristrutturare il debito, ma tra i creditori è panico. E l’unica soluzione per porre fine al regime chavista l’avrebbe in mano Trump.

I colloqui tra il Venezuela e i creditori partiranno il 13 novembre e a guidare le trattative per il governo di Caracas ci sarà il vice-presidente Tareck El Aissami, che gli USA ritengono essere a capo di un cartello della droga, una sorta di Pablo Escobar. Il presidente Nicolas Maduro ha annunciato nei giorni scorsi la richiesta di ristrutturazione del debito, anche se non ha chiarito in quali termini vorrà farlo. Quello sovrano, sommato alle passività delle controllate statali, dovrebbe ammontare a un totale di 143 miliardi, di cui 62 in forma di bond esteri e 49 emessi sotto la legge americana. (Leggi anche: Il Venezuela ristruttura il debito, ma non allontana la crisi)

Le quotazioni dei bond sono precipitate negli ultimi giorni sui timori di un default incontrollato o di una ristrutturazione dai termini assai penalizzanti per i creditori. D’altra parte, la compagnia petrolifera statale PDVSA ha saltato un ennesimo pagamento il 2 novembre scorso, portando a diverse centinaia di milioni di dollari gli arretrati dovuti ai creditori. E così, il bond sovrano con scadenza 2027 è crollato a un prezzo di 24, ovvero a meno di un quarto del valore nominale di rimborso. A queste condizioni, temono gli stessi obbligazionisti, il governo venezuelano potrebbe essere tentato di riacquistare sul mercato i titoli del proprio debito a prezzi di saldo, risparmiando un bel po’ di denaro.

Tuttavia, per farlo avrebbe bisogno di liquidità e con riserve valutarie scese sotto i 10 miliardi di dollari, di cui i tre quarti in oro, è proprio quella che manca. E il peggio per Caracas potrebbe ancora arrivare. Il presidente argentino Mauricio Macri ha chiesto all’America di imporre un “embargo totale” contro il petrolio del Venezuela.

La ritorsione è stata sollecitata per le ripetute violazioni dei diritti umani e la dura repressione delle opposizioni scatenata dal regime “chavista”.

L’arma letale di Trump per il Venezuela

Nel mese di settembre, il Venezuela ha esportato negli USA 45 milioni di barili di greggio, un quarto in meno rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Le esportazioni verso gli USA pesano per circa il 40% del totale. Dunque, il mercato di sbocco americano risulta estremamente rilevante per l’economia venezuelana, il cui pil deriva per metà proprio dal petrolio. E il 95% degli ormai pochi dollari in ingresso nel paese andino è frutto proprio delle esportazioni di questa materia prima. (Leggi anche: Venezuela, come Trump potrebbe assestare il colpo di grazia)

Se dall’oggi al domani, l’amministrazione Trump vietasse le importazioni dal Venezuela, l’impatto per Caracas sarebbe scioccante. E’ vero che nelle settimane e i mesi successivi sostituirebbe gli USA con altri mercati di sbocco, specie in Asia, ma il recupero non sarebbe immediato e nel frattempo, per un’economia già stremata da una carenza elevatissima di beni, a sua volta conseguenza dei pochi dollari in circolazione, ciò porterebbe al tracollo.

Ad oggi, Washington ha comminato sanzioni individuali contro diversi esponenti di governo e funzionari venezuelani, mentre alla fine di agosto ha vietato alle società con sede negli USA di finanziare il paese sudamericano. Il più netto passo di bloccare le importazioni non sarebbe politicamente facile da compiere, perché implicherebbe uno shock negativo dell’offerta per il mercato interno, pari a oltre un sesto delle importazioni complessive. Le quotazioni del Wti salirebbero vertiginosamente e i consumatori americani non ne sarebbero felici.

Verso un default inevitabile?

Un’ipotesi ancora più estrema sarebbe quella di sanzioni simili a quelle comminate contro l’Iran negli anni passati: ritorsioni contro qualsiasi società, anche non americana, che intrattenesse affari con PDVSA. Nessuna società al mondo rischierebbe di essere tagliata fuori dal principale circuito finanziario del mondo, per cui nessuno comprerebbe petrolio venezuelano all’estero e il default per Caracas si materializzerebbe in men che non si dica.

Un simile passo aggraverebbe di molto la già drammatica condizione in cui versano 30 milioni di venezuelani, i quali andrebbero incontro persino a una carestia alimentare di proporzioni forse inimmaginabili, non essendovi più produzione interna sufficiente a coprire anche solo i bisogni elementari. Per qualche mese, Caracas venderebbe tutto l’oro delle riserve e la liquidità disponibile in valuta straniera, ma servirebbe solo a rinviare l’appuntamento con l’inevitabile. (Leggi anche: Economia Venezuela rischia carestia)

Si spingerà il presidente Donald Trump fino a questo punto? Le pressioni aumentano, affinché stringa la presa su Maduro. L’America detiene oltre 480 milioni di barili tra le sue scorte commerciali, una quantità sufficiente a rimpiazzare le minori importazioni dal Venezuela per diversi mesi, senza che così i prezzi energetici interni lievitino eccessivamente (piccoli aumenti sarebbero inevitabili, visto che il greggio pesante di Caracas viene venduto a sconto) e senza nemmeno doversi preoccupare granché di trovare altri mercati da cui rifornirsi. Sarebbero misure estreme, ma sempre meno improbabili. E forse, le uniche efficaci contro un regime, che non segnala alcuna intenzione di scendere a compromessi con le opposizioni, né di porre fine alla violazione dei diritti umani contro i suoi cittadini.

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