L’America taglierà ancora i tassi oggi, è l’effetto panico 2008

Taglio dei tassi USA stasera da parte della Federal Reserve. L'economia americana rallenta, ma si mostra ancora in ottima forma. Eppure, le banche centrali non accettano più le crisi.

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Taglio dei tassi USA stasera da parte della Federal Reserve. L'economia americana rallenta, ma si mostra ancora in ottima forma. Eppure, le banche centrali non accettano più le crisi.

Quasi certamente, stasera la Federal Reserve taglierà ancora una volta (la terza per quest’anno) i tassi negli USA, portandoli dall’attuale range 1,75-2,00% all’1,50-1,75%. Il mercato sconta un abbassamento del costo del denaro fino all’1,25-1,50% al novembre dell’anno prossimo, mese di elezioni.

Eppure, nulla autorizzerebbe a una tale fretta della prima banca centrale del mondo nel tagliare i tassi, dato che: l’economia americana continua a crescere a ritmi moderati (+2% nel terzo trimestre), pur in rallentamento rispetto allo scorso anno, quando il taglio delle tasse aveva dispiegato i suoi effetti; la disoccupazione a settembre è scesa al 3,5%, ai minimi da 50 anni; l’inflazione resta non molto al di sotto del target del 2%, attestandosi all’1,7% a settembre; gli indici azionari a Wall Street hanno appena toccato nuovi record sul boom di utili delle aziende quotate.

La curva dei tassi in America segnala davvero il rischio imminente di crisi?

Vero, il rischio di recessione è aumentato considerevolmente per i prossimi trimestri rispetto a pochi mesi fa, dovuto perlopiù alla corsa del pil USA nell’ultimo decennio, visto che dall’ultima crisi l’America è uscita ormai oltre 10 anni e mezzo fa. Comprensibilissimo che il presidente Donald Trump non voglia andare ad elezioni sotto i colpi di una congiuntura economica avversa, ma il panico sui mercati e tra le banche centrali al solo pensiero che possa verificarsi un calo del pil, come se non fosse accaduto ciclicamente nei decenni scorsi senza grossi sconvolgimenti, appare esagerato e ingiustificato.

Come si spiega tanto terrore? Ad essere sinceri, il ricordo del 2008 è ancora vivissimo. Con il crac di Lehman Brothers si rischiò una nuova Grande Depressione, evitata per il tempestivo intervento delle banche centrali nel fornire liquidità sui mercati, sostenendo i prestiti interbancari. Resta il fatto che quella crisi provocò e, in fondo, tutt’oggi continua a provocare, conseguenze economiche e politiche fortissime. L’establishment appare ovunque meno credibile, i governi sono sotto pressione e molti sono caduti per mano di partiti e personalità che mai forse avrebbero potuto ambire a guidare i rispettivi paesi senza un detonatore come la crisi finanziaria ed economica di 11 anni fa.

Il panico per un nuovo 2008

Dal 2008 ci sono state la crisi dell’euro, la Brexit, la fine delle famiglie politiche tradizionali in America con la vittoria di Trump, l’ascesa di formazioni euro-scettiche un po’ in tutto il Vecchio Continente. Gli effetti di questi avvenimenti sono ancora in pieno sviluppo e le banche centrali stanno supplendo alle carenze della stessa sfera politica per arginare il rischio di una ricaduta, anche al costo di avere da tempo azzerato i rendimenti sui mercati obbligazionari, di avere fatto esplodere i prezzi su quelli azionari e di alimentare una pericolosissima bolla immobiliare, il cui impatto sociale rischia di risultare devastante nel medio-lungo termine. In alternativa, intravedono un po’ tutti il rischio che gli ordinamenti liberal-democratici non reggano più alle contestazioni diffuse.

In men che non si dica, il governatore Jerome Powell è passato dal paventare almeno altri 2-3 rialzi dei tassi al tagliarli, allo stesso tempo tornando ad acquistare titoli di stato USA e a pompare liquidità sul mercato “repo” per il timore che questa sia insufficiente a garantire l’erogazione dei prestiti a brevissimo termine tra le banche. Sarebbe come il segnale che lo stato apparentemente di grazia dell’economia americana e, tutto sommato, accettabile nel suo complesso nell’Eurozona, siano il frutto di operazioni straordinarie delle rispettive banche centrali, venendo meno le quali si rischierebbe un nuovo 2008. Detto così, fa paura. E il fatto è che le cose starebbero proprio come le stiamo raccontando, cioè che le banche centrali ci hanno imbarcati su una nave dalla quale non potremmo più scendere senza pagare un biglietto salatissimo. E al timone, il capitano non sa nemmeno dove stiamo dirigendoci.

Perché le banche centrali, quando iniziano ad agire, rovinano la festa ai bond?

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