L’America spiazza sauditi e russi sul petrolio e l’OPEC punta a difendere i 70 dollari al barile

Il petrolio sceso a 70 dollari al barile mette in difficoltà l'Arabia Saudita, mentre l'America di Trump gongola. E l'OPEC si trova a lottare per difendere le quotazioni attuali.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il petrolio sceso a 70 dollari al barile mette in difficoltà l'Arabia Saudita, mentre l'America di Trump gongola. E l'OPEC si trova a lottare per difendere le quotazioni attuali.

I rappresentanti dei 15 membri dell’OPEC s’incontreranno nei prossimi giorni, in vista del meeting ufficiale di inizio dicembre a Vienna. E non sarà una riunione semplice quella che si troveranno ad affrontare gli esponenti del cartello petrolifero, con i prezzi internazionali del greggio ad essere diminuiti di 15 dollari al barile in appena un mese, scendendo da 86 fino a un minimo di circa 71 dollari, quotando al momento poco sotto i 73. Quanto sta accadendo mette in allarme le economie più deboli e dipendenti dalla materia prima dell’organizzazione, come Libia, Nigeria, per non parlare del disastrato Venezuela. Nonostante le sanzioni contro l’Iran siano appena entrate ufficialmente in vigore, l’offerta mondiale rimane abbondante, complici anche le eccezioni previste dall’America per ben 8 stati, tra cui l’Italia, i quali potranno continuare a importare petrolio da Teheran senza subire ritorsioni finanziarie.

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Ed è proprio l’America a sbalordire negativamente l’OPEC con questa ascesa della sua produzione domestica ai livelli record di 11,6 milioni di barili al giorno, stando ai dati relativi alla scorsa settimana. Rispetto a quando veniva concordato dal cartello il taglio alla produzione per 1,8 milioni di barili al giorno, inclusi i 600.000 di Russia e altri stati esterni, le compagnie petrolifere USA estraggono circa 3 milioni di barili in più quotidianamente, mentre l’OPEC nel complesso ha ridotto le proprie di 300.000. In altre parole, il raddoppio dei prezzi dai 40 a un massimo superiore agli 80 dollari delle quotazioni in meno di due anni è finito per fare il gioco dell’America, che grazie al boom dello “shale” e all’efficienza dimostrata dalle sue società private, ha beneficiato di prezzi più alti per aumentare le estrazioni e vendere sul mercato interno e mondiale il suo greggio, maturando maggiori margini di profitto.

Non solo cresce, infatti, la produzione americana, ma sempre la scorsa settimana le esportazioni hanno segnato il record di 2,4 milioni di barili al giorno. E si tratta di un’offerta rivolta essenzialmente ai clienti asiatici, quelli su cui si concentra di più la battaglia tra i grandi produttori, essendo mercati in forte crescita. Tuttavia, l’auto-restrizione delle estrazioni da parte di sauditi e russi tiene i livelli produttivi dei due paesi al di sotto di quelli americani. Riad è tornata ai massimi storici di 10,5 milioni di barili al giorno, ma restando stabile rispetto alle settimane pre-accordo. Mosca ha ridotto la propria offerta di circa 100.000 barili al giorno, attestandosi sui 10,8 milioni. Tutto questo, mentre le stime parlano di una produzione media negli USA per il 2019 sopra i 12 milioni. Nelle ultime sette settimane, da quando hanno ripreso a crescere, le scorte commerciali sono aumentate qui di 37,7 milioni di barili, arrivando a 431,8 milioni, pur restando di quasi 60 milioni più basse rispetto alla fine di novembre del 2016, quando venne siglato l’accordo sul taglio della produzione tra OPEC e una dozzina di stati esterni.

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Secondo le indiscrezioni che trapelano alla vigilia dell’incontro, diversi stati starebbero facendo pressione sull’Arabia Saudita, affinché tagli ulteriormente la produzione giornaliera di 1 milione di barili. Obiettivo: impedire la discesa delle quotazioni sotto i 70 dollari. E dire che fino a poche settimane fa si parlava più o meno apertamente di possibile mancato rinnovo dell’accordo di due anni fa allo scadere di quest’anno e si temeva un deficit di offerta, tale da fare schizzare i prezzi verso i 100 dollari. In effetti, ad avere generato confusione è stato probabilmente il caso Iran. Da quando nell’aprile scorso il presidente americano Donald Trump ha anticipato lo stralcio dell’accordo nucleare con Teheran, le quotazioni hanno corso, portandosi sopra i 70 dollari dopo quasi 4 anni e illudendo i produttori che la crisi fosse alle spalle. Invece, non appena le sanzioni si sono rivelate meno dure delle attese, ecco che le quotazioni si stanno riportando ai livelli primaverili, nonostante una domanda tonica e un’offerta compressa dall’OPEC.

A conti fatti, i sauditi si trovano dinnanzi a un bel dilemma: dare ascolto ai partner del cartello o rispondere alle pressioni di Trump sull’abbassamento dei prezzi? Il caso Khashoggi, il giornalista ucciso nel consolato saudita a Istanbul da un commando vicino alla monarchia, ha indebolito Riad sul piano delle relazioni con gli USA. Trump vanta un credito con il principe Mohammed bin Salman, avendo evitato di infierire su una vicenda a dir poco imbarazzante. Pertanto, un nuovo taglio della produzione indisporrebbe la Casa Bianca e finirebbe per inasprire, anziché addolcire, i rapporti tra i due paesi. Inoltre, il sostegno ai prezzi si traduce in un regalo per le compagnie americane, che possono estrarre di più e vendere a condizioni più favorevoli, soffiando a sauditi e russi mercati da sotto il loro naso, sequestrandone il futuro commerciale in Asia.

D’altra parte, però, essere leader di un cartello comporta anche la responsabilità di dovere mediare tra interessi anche divergenti dentro di esso. Il ministro del Petrolio, Khalid al-Falih, non potrà tapparsi le orecchi dinnanzi a quei paesi, che gli rimprovererebbero di destabilizzare le proprie economie con un atteggiamento di indifferenza. Minore la pressione sui russi, che già riescono a ricavare dalla vendita di un barile il 20% di rubli in più di quanti ne incassassero a metà del 2014 con quotazioni a 115 dollari, giovandosi di un cambio debole, a tutto beneficio per le finanze statali. Insomma, Mosca potrebbe permettersi persino una discesa dei prezzi un po’ sotto i 70 dollari, non essendo nemmeno vincolata all’OPEC, a cui non appartiene. Accetterà di rinnovare l’accordo sui tagli per il prossimo anno o sfiderà il temporaneo crollo del mercato?

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Argomenti: Crisi materie prime, Petrolio, quotazioni petrolio