L’America sceglie Obama: cosa accadrà ora?

La vittoria di Obama significa prosecuzione dell'era dei tassi zero mentre sullo sfondo aleggia l'incubo del Fiscal Cliff. Le previsioni sui movimenti di Wall Street e i riflessi sulle quotate italiane

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La vittoria di Obama significa prosecuzione dell'era dei tassi zero mentre sullo sfondo aleggia l'incubo del Fiscal Cliff. Le previsioni sui movimenti di Wall Street e i riflessi sulle quotate italiane

La foto di copertina del New York Times Barack Obama ottiene il secondo mandato ed entra a pieno titolo nella storia dell’America (Elezioni Presidenziali Usa: vince Obama. La lobby finanziaria perde la scommessa). Comunque la si veda, da oggi non ci sono dubbi sulla linea di politica economica che sarà portata avanti nei prossimi quattro anni, mentre già si possono fare le prime previsioni su quanto accadrà (Obama o Romney? Come cambieranno la politica monetaria Usa e le quotazioni di oro e petrolio).  

Politica monetaria Usa: prosegue l’applicazione del Quantitative Easing 3

Il primo effetto della vittoria di Obama è la messa in sicurezza della politica monetaria, con il mantenimento e l’accelerazione del programma QE 3, ossia del piano del governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, che prevede l’acquisto di obbligazioni immobiliari per 40 miliardi di dollari al mese. In più, gli USA manterranno i tassi Fed tra lo 0 e lo 0,25% fino alla metà del 2015, come misura di stimolo dell’economia. Si vociferava da tempo che in caso di vittoria di Romney, Bernanke si sarebbe dimesso in anticipo dalla carica, per via dei forti attacchi subiti dal candidato della destra in campagna elettorale. I tassi sarebbero stati di certo innalzati con i repubblicani alla Casa Bianca, al fine di contenere l’inflazione.  

Deficit Usa: l’eredità di Obama per Obama

Più controverso sembra essere il futuro delle politiche fiscali. Obama ha lasciato (a questo punto) a sé stesso in eredità un deficit federale del 10% del pil, intorno a 1.500 miliardi di dollari, con un debito che dovrebbe salire al 112% circa al 2016. Ma quel che preoccupa gli americani e che ha preoccupato anche i partecipanti del G20 in Messico è il cosiddetto “Fiscal Cliff”, il “burrone” fiscale in cui gli USA cadranno, qualora non si troverà un accordo con il Congresso entro l’anno. Infatti, dall’1 gennaio 2013 scatteranno automaticamente tagli di spesa e aumenti di imposte per complessivi 600 miliardi, pari al 4% del pil americano. Una stangata enorme per le famiglie, che rischia di portare gli USA in recessione. Il tutto sarebbe evitato con un accordo bipartisan tra Casa Bianca e i due rami del Congresso, ma alla luce dei risultati di questa tornata, sarà cosa ardua. Infatti, malgrado lo spoglio non sia stato ultimato, è certo che i repubblicani abbiano mantenuto la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e già contano 223 deputati contro i 169 dei democratici. Mancano 43 seggi da assegnare, ma la maggioranza dei 218 è salva per la destra. Al Senato, i democratici mantengono il controllo con 51 seggi su 100, mentre i repubblicani ne avrebbero 44. Tre restano da assegnare. Dunque, il Congresso è diviso e i repubblicani controllano la Camera, cosa che impedirà ad Obama di governare con piena efficacia proprio in materia fiscale. Il dato interessante, poi, è che pare che proprio alla Camera abbiano vinto per lo più i candidati maggiormente conservatori, quelli vicini ai Tea Party anti-tasse e libertari, che nel 2010 avevano ottenuto un risultato complessivamente modesto. Questo impedirebbe ai due partiti di raggiungere un compromesso, perché si evince dagli umori popolari e dallo stesso fatto che Romney abbia perso, ma pare solo per effetto della legge elettorale, che l’America non vuole gli aumenti promessi delle tasse di Obama e dei democratici. Sarà quanto ribadiranno i deputati repubblicani alla Casa Bianca in uno scontro politico-mediatico, che rischia seriamente di fare scattare il Fiscal Cliff. Non sappiamo se alla fine prevarrà la linea Obama o quella dei repubblicani, ma certamente la vittoria oggi da registrare è del primo. Questo ci induce a pensare che il futuro dell’America sarà costituito da un pò più di tasse, specie sui redditi medio-alti, anche se forse meno di quanto i democratici desidererebbero, mentre i prezzi sembrano davvero essere destinati a un surriscaldamento, con le previsioni che parlano di un’inflazione al 2,8% su base annua entro i prossimi 3/6 mesi. Per effetto sia di una maggiore attesa di inflazione che di una politica di contenimento delle nuove trivellazioni, anche il Wti, ossia il greggio USA, dovrebbe vedere aumentare le quotazioni sul mercato e non dissimile dovrebbe accadere anche con l’oro.

Buone prospettive per i titoli del settore auto e per gli energetici

Altro aspetto da sottolineare è come la riconferma di Obama dovrebbe portare a un’accelerazione in borsa dei titoli del settore automobilistico (Chrysler, in testa), dell’energetico e del comparto tecnologico, sebbene in generale, passata l’euforia per la stabilità politica a Washington, gli indici a Wall Street potrebbero scendere, in conseguenza sia di un’inflazione prevedibilmente in accelerazione, sia soprattutto per l’effetto di una maggiore tassazione sulle imprese, oltre che sulle famiglie, cosa che ridurrà il valore attuale degli utili futuri delle companies. Brutta notizia, infine, per Finmeccanica, che avrebbe potuto sperare nel ripristino dei contratti con la difesa americana, sospesi proprio dall’amministrazione Obama. Quest’ultima, infatti, intende finanziare un programma di aumento della spesa per l’istruzione, tagliando quella per la difesa fino a 500 miliardi, cosa che certamente porterà alla definitiva perdita dei contratti da parte della società italiana, stipulati in era George Bush jr.

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Argomenti: Economia USA

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