L’America di Biden vara la più grande stangata fiscale dall’era Clinton, così fa un regalo alla Cina

L'amministrazione Biden studia un piano di aumento delle tasse sui redditi alti e non solo. L'obiettivo è di fare cassa, ma anche di perseguire un malinteso senso di giustizia sociale.

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La riforma fiscale di Joe Biden

A distanza di pochi giorni dall’approvazione del piano di stimoli per 1.900 miliardi di dollari al Congresso, l’amministrazione Biden inizia a svelare alcuni cardini della sua riforma fiscale, che sta assumendo sempre più le sembianze di una vera e propria stangata. Di sicuro, sarà il più pesante aumento delle tasse dal 1993, l’anno in cui alla presidenza debuttava Bill Clinton. Scartata l’ipotesi di una patrimoniale, suggerita dalla democratica liberal Elisabeth Warren, la presidenza ha promesso in cambio che cercherà di aumentare la base imponibile per l’imposta sui fabbricati. Nel mirino vi sono particolarmente i contribuenti percettori di redditi superiori ai 400.000 dollari l’anno. Per loro, l’aliquota tornerà al 39,6% dal 37% a cui era stata abbassata sotto l’amministrazione Trump.

Tax Foundation stima che l’1% dei contribuenti più ricchi negli USA percepirà un reddito post-imposte dell’11,3% più basso. Non è finita, perché sopra i 400.000 dollari scatterà il pagamento della “payroll tax”, il contributo destinato a finanziare la “Social Security” e che quest’anno grava sui primi 142.800 dollari di reddito. Parliamo di un’aliquota di ben il 12,4%, versata per meno dall’impresa e per l’altra metà dallo stesso lavoratore.

E le stesse imprese non saranno risparmiate. A loro carico vi sarà una corporate tax” al 28% dal 21% a cui era stata abbassata sotto Donald Trump. Prima del tycoon, l’aliquota era del 35%. Non solo. Chi percepisce redditi sopra 1 milione di dollari verrà sottoposto alle aliquote gravanti sui redditi delle persone fisiche, anziché a quella più bassa della “corporate tax”. Trattasi di cattive notizie per i piccoli investitori sui mercati finanziari.

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Cresce anche la pressione fiscale negli stati

Come se non bastasse, diversi stati stanno varando piani di inasprimento fiscale.

La Pennsylvania vorrebbe elevare dal 3,07% al 4,49% l’addizionale sui redditi a partire da luglio, ma al contempo introducendo detrazioni fiscali, così che il 67% dei contribuenti non dovrebbe subire alcun aggravio o beneficerebbe di un taglio del carico fiscale. I rappresentanti democratici di stati ricchi come New York e New Jersey hanno proposto di rimuovere il limite dei 10.000 dollari alle detrazioni fiscali, sostenendo che molte famiglie del ceto medio sarebbero ad oggi danneggiate da questa limitazione. E sempre a New York, l’Assemblea domenica scorsa ha imposto un addizionale dell’1% sui “capital gain” per i redditi sopra 1 milione.

Nell’insieme, emerge un quadro piuttosto allarmante per la società americana. La stangata fiscale in arrivo colpisce direttamente i percettori di redditi alti, ma le conseguenze saranno negative anche per tutti gli altri contribuenti. L’aumento delle imposte sulle imprese, ad esempio, dissuaderà le multinazionali dal tornare a produrre in patria, ponendo un freno al “reshoring” post-pandemico. La Cina si è rivelata inaffidabile in era Covid, prima nascondendo la gravità della pandemia, successivamente i dati sui contagi e sulla loro reale velocità di diffusione. Peraltro, il “lockdown” imposto a Wuhan ebbe come conseguenza immediata l’interruzione della catena produttiva, generando carenza di alcuni beni sui mercati avanzati importatori.

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Nell’idea di Trump, la globalizzazione avrebbe dovuto essere fondata su altre basi, vale a dire sulla regionalizzazione delle produzioni. Questo processo diventerebbe meno probabile con la stangata fiscale. I costi per le imprese aumenterebbero, a fronte del beneficio di lasciare un mercato meno rigidamente regolamentato sul fronte della legislazione ambientale e dei diritti sociali. Inoltre, aumentare le aliquote equivale a ridurre i margini a disposizione per gli investimenti.

Venendo alle persone fisiche, la riforma Biden disincentiverebbe al risparmio e agli investimenti di natura finanziaria. In borsa fluirebbero minori capitali.

E questo sarebbe un problema per il futuro della previdenza, in quanto ciò colpirebbe i rendimenti offerti dai fondi pensione agli iscritti. In sostanza, più tasse oggi e pensioni più basse domani. In generale, gli stessi consumi si contrarrebbero. Data la platea dei contribuenti colpiti, non si ridurrebbero quelli ordinari, ma con ogni probabilità gli altri legati al “luxury”, al settore viaggi, benessere, tempo libero, etc.

Per concludere, i democratici al governo stanno perseguendo l’idea di una società più egualitaria, picconando le basi su cui si regge il successo del capitalismo americano. Qualcuno troverà esagerato tale constatazione, notando come l’economia a stelle e strisce crebbe decisamente anche dopo la stangata di Clinton. Vero, ma quella era un’era molto diversa da quella attuale. I mercati non erano ancora del tutto aperti, l’Unione Sovietica si era appena dissolta, lasciando nell’ex “impero del male” un misto di vuoto e caos, mentre la Cina si mostrava una potenza marginale, fuori dal commercio mondiale e arretrata. In sostanza, nell’era Clinton la competizione ancora era tutta con Europa, sud-est asiatico e Australia. Poca roba. Oggi, le economie emergenti incidono per quasi metà del PIL mondiale e la Cina si appresta a sorpassare il PIL americano da qui a pochi anni. L’aumento delle tasse sembrerebbe l’ultima idea che servirebbe all’America per restare “great”.

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