Più lavoro e tassi bassi: così Trump punta all’en plein sull’economia USA, Fed permettendo

L'America di Trump continua a creare posti di lavoro, allontanando i timori di una recessione in arrivo per l'economia. Il dilemma dei tassi resta, anche se dalla Fed arrivano nuovi segnali distensivi per i mercati.

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L'America di Trump continua a creare posti di lavoro, allontanando i timori di una recessione in arrivo per l'economia. Il dilemma dei tassi resta, anche se dalla Fed arrivano nuovi segnali distensivi per i mercati.

L’ultimo report sull’occupazione in America a dicembre ha sconfessato tutte le preoccupazioni di queste settimane sul presunto indebolimento della crescita economica della superpotenza. I posti di lavoro creati nel mese sono stati ben 312.000, il numero più alto dal febbraio del 2017 e nettamente al di sopra delle previsioni medie degli analisti, ferme a +184.000. Se è vero che il tasso di disoccupazione è risalito dal 3,7% al 3,9%, pur restando nei pressi dei minimi da quasi 50 anni, ciò è dovuto a una buona ragione, ovvero al fatto che stia crescendo la partecipazione al mercato del lavoro da parte degli americani, riportatasi sopra il 63% per la prima volta dal 2014.

In sostanza, poiché chiunque cerchi lavoro lo trova (vi sono più posti liberi che disoccupati), più americani si stanno mettendo alla ricerca di occupazione, confidando in un successo.

Il difficile compito della Fed, stretta tra mercati ed economia sui tassi USA

Altro dato positivo, in quanto rispecchia un’economia in piena salute, riguarda i salari orari: +0,4% su base mensile, in accelerazione dal +0,2% di novembre, nonché +3,2% su base annua, dal +3%. Mai un ritmo così alto dalla fine della recessione di ben 10 anni fa. Da allora, i salari orari sono cresciuti mediamente di oltre il 24%, circa 7 punti e mezzo in più del tasso cumulato d’inflazione.

In tutto il 2018 sono stati creati oltre 2,6 milioni di posti di lavoro, che si sommano ai 2,2 milioni del 2017. Togliendo i 227.000 del gennaio 2017, ultimo mese dell’amministrazione Obama, possiamo affermare che sotto nemmeno 2 anni di presidenza Trump, gli occupati in America sono aumentati di 4,6 milioni. E quello da poco trascorso si è rivelato un anno straordinario per il comparto manifatturiero, il quale ha contribuito con la creazione di 284.000 posti di lavoro, il numero maggiore dal 1997. Le costruzioni, altro indicatore dello stato di salute di un settore-chiave dell’economia, hanno portato in dote ben 280.000 posti, superando i 250.000 dell’anno precedente.

Recessione USA più lontana?

Attenzione, il fatto che la superpotenza continui a creare occupazione non esclude che la crescita della sua economia rallenti. Semmai, allontana i timori di una recessione nei paraggi.

E anche qui bisogna essere chiari. L’economia a stelle e strisce si teme che da qui a 1-2 anni si contragga non già per il fatto di cadere in crisi, quanto per la maturazione del ciclo ci crescita. Insomma, il pil è cresciuto al di sopra del suo ritmo di lungo periodo negli ultimi tempi ed è probabile che la corsa finisca e che lasci spazio a una pausa, nel corso della quale si registrerebbe persino una flessione. Nulla di spaventoso sul piano economico, se non fosse che la politica – e nel caso specifico, l’amministrazione Trump – di questi rischi prima delle prossime elezioni presidenziali del novembre 2020 non vuole correrne. Da qui, la drammatizzazione in corso per spingere la Federal Reserve a cessare il rialzo dei tassi.

Come vi abbiamo dimostrato la settimana scorsa, i mercati si attendono adesso che il governatore Jerome Powell si prenda una lunga pausa prima di alzare nuovamente i tassi. Anzi, diversi segnali ci inducono a ipotizzare che stiano già scontando un taglio entro i prossimi 12 mesi. E proprio Powell ha partecipato venerdì scorso a una tavola rotonda organizzata dall’American Economic Association, insieme ai suoi due predecessori Janet Yellen e Ben Bernanke. Alla domanda se si dimetterebbe nel caso in cui glielo chiedesse il presidente Donald Trump, ha risposto negativamente, un modo esplicito per confermare l’indipendenza della Fed dalla Casa Bianca.

Adesso i mercati si aspettano un taglio dei tassi Fed negli USA

I tassi Fed saliranno ancora?

Tuttavia, il suo è stato un discorso “dovish”, quando ha dichiarato che l’istituto ascolta il messaggio lanciato dagli investitori e userà tutti gli strumenti a disposizione per reagire, compreso il ritmo con cui ridurre gli assets a bilancio. In buona sostanza, non solo potrebbe non alzare i tassi secondo i ritmi sinora comunicati, ma ridurrebbe o arresterebbe la vendita di Treasuries e “mortgage-bond securities”, così da sostenere la liquidità sui mercati. Non a caso, Wall Street e le borse europee hanno chiuso molto positivamente dopo queste dichiarazioni, mentre i rendimenti decennali dei Treasuries sono aumentati al 2,66%, risentendo delle buone notizie sul fronte occupazionale, le quali hanno riportato gli investimenti sul mercato azionario.

Certo, se l’accelerazione salariale dovesse tradursi in una maggiore inflazione, la Fed non avrebbe altra scelta che proseguire la stretta monetaria. E l’aspetto paradossale consiste nel fatto che lo stesso governo USA, in fondo, vorrebbe che i salari accelerassero, migliorando la percezione dei lavoratori rispetto alle proprie condizioni di vita. La vittoria di Trump di oltre due anni fa avvenne proprio per queste ragioni: molti americani avvertono di lavorare senza essere capaci di mantenere appieno le proprie famiglie. Ma è possibile che i salari crescano senza che l’inflazione acceleri? Sì, se sono accompagnati da un aumento della produttività. E questa è il motore della crescita di un’economia. Insomma, all’America di Trump serve crescere, cioè produrre sempre più, per aumentare i salari, a prezzi stabili. Per cui, o la domanda interna è capace di assorbire maggiori livelli di produzione o lo sfogo dovrà trovarsi necessariamente all’estero, tramite le esportazioni. Queste ultime sono il grande assillo della Casa Bianca, ma è fuori questione che un tema del genere possa risolversi nel breve e solamente a colpi di dazi.

Semmai, a venire in soccorso di Trump e Powell c’è proprio l’aumento dell’occupazione. I salari tendono ad accelerare con un tasso di disoccupazione così basso, perché la manodopera scarseggia e le imprese sono costrette a migliorare le paghe per trovare braccia disponibili. Tuttavia, se gli inattivi fossero sempre più allettati proprio dalle retribuzioni crescenti e dalle opportunità di trovare facilmente un’occupazione, l’offerta di lavoro aumenterebbe e ciò frenerebbe proprio la crescita dei salari. In parte, è quanto stia avvenendo in America. Questo sarebbe il mix perfetto a cui punterebbe Trump: salari e occupazione in crescita, tali da non accelerare l’inflazione sopra il target, consentendo alla Fed di Powell di non alzare ulteriormente i tassi. Un equilibrio precario, che presuppone materie prime a basso costo.

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