L’ambientalismo alla Greta è solo una scusa per rifilarci nuove tasse “ecologiche”

La difesa dell'ambiente è solo una scusa trovata dai governi per spillare nuove tasse dalle tasche dei contribuenti. E in Italia ci aspettano stangate sui consumi, a partire dal carburante.

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La difesa dell'ambiente è solo una scusa trovata dai governi per spillare nuove tasse dalle tasche dei contribuenti. E in Italia ci aspettano stangate sui consumi, a partire dal carburante.

E’ stata una Greta Thunberg carica di rabbia quella che lunedì ha parlato al Palazzo di Vetro dell’ONU contro i potenti della Terra e proprio davanti a loro. Che non si tratti di roba seria lo dimostra senza ombra di dubbio che ad applaudirla vi fossero esattamente i destinatari delle invettive della ragazzina svedese, certamente mossa da ottime intenzioni, perlopiù condivisibili, ma che più di un governo usa come specchietto per le allodole, al solo fine di indirizzare l’opinione pubblica verso soluzioni altrimenti impopolari. Sarebbe come immaginare che gli studenti di Piazza Tienamen nel 1989 riscuotessero pacche sulle spalle da parte dei dirigenti del regime di Pechino contro cui protestavano.

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Meno di un anno fa nasceva in Francia il fenomeno dei “gilets gialli”, la protesta messa in campo spontaneamente da migliaia di cittadini contro la decisione del presidente Emmanuel Macron di alzare le accise sul carburante per finanziare la lotta ai cambiamenti climatici e, in ultima analisi, i conti traballanti dello stato. Le manifestazioni per diversi sabati furono così imponenti e dai tratti violenti, che l’Eliseo dovette fare marcia indietro, sospendendo il balzello. In Italia, gli automobilisti sono abituati a lamentarsi, molto meno a mettere a soqquadro le città per protestare contro il caro carburante. Di ciò è consapevole il nostro governo, che negli anni non ha fatto altro che utilizzare le accise come bancomat per finanziare di tutto, compresi i teatri lirici. Ma la discesa in campo di Greta ha ammantato di presentabilità proposte filo-ambientali, che fino a qualche mese fa sarebbero suonate semplicemente come oscene.

Il diesel inquina? Ed ecco che ti spunta l’idea, ad oggi tutta da tramutare in proposta ufficiale, di parificarne le accise a quelle della benzina. Ad oggi, le prime valgono 61,7 centesimi al litro, le seconde 72,8. Se passasse, gli automobilisti dovrebbero sorbirsi aumenti sul diesel di circa 13,5 centesimi al litro, IVA inclusa. Una mazzata, che svuoterebbe i portafogli degli italiani e avrebbe effetti devastanti sull’economia, perché il trasporto delle merci diverrebbe più costoso, colpendo anche le stesse esportazioni, unica fonte di ossigeno per la nostra crescita nell’ultimo quinquennio.

Più tasse con la scusa dell’ambiente

E il funzionamento della logica ambientalista si sta rivelando un po’ più sottile di quanto si pensi. Poiché l’economia europea rallenta e in Germania si dirige verso la recessione, mentre in Italia praticamente non è mai uscita dalla crisi del 2008-’09, i governi concordano a grandi linee sulla necessità di sostenere gli investimenti pubblici, zavorrati dall’austerità fiscale necessaria nell’ultimo decennio per risanare i conti pubblici. E cosa ci sarebbe di meglio che qualificare lo spandi e spendi con l’aggettivo “green”, così da giustificarne il finanziamento con l’introduzione di nuove tasse ad hoc? Serve investire per crescere? Bene. Serve transitare l’economia verso una maggiore sostenibilità ambientale? Benissimo. E allora, eccoti nuove tasse per rendere possibile soluzioni last minute contro il sollevamento dei livelli degli oceani, lo scioglimento dei ghiacciai artici, l’aumento della temperatura terrestre, la desertificazione e i fenomeni meteorologici estremi.

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Chi si oppone all’aumento della pressione fiscale diventa insensibile, ignorante, dozzinale, vive fuori dal tempo e non ha a cuore il benessere delle future generazioni, ovvero va isolato politicamente e le sue argomentazioni vanno tacciate di “populismo” e “demagogia”. D’altra parte, gli stessi governi e le industrie approfittano del clima benpensante sui mercati per emettere debito a costi ancora più irrisori di quelli ordinari attuali, impacchettandolo in “green bond”, cioè legandone i proventi ad azioni ecocompatibili.

Tornando al contribuente, le sue difese contro le stangate fiscali si stanno riducendo sensibilmente in questo clima “gretino” di senso di colpa collettivo per il solo fatto di produrre e consumare (inquinando). E la questione ambientale lambisce anche ambiti non strettamente attinenti, perché riguarda il più pregno concetto di difesa della salute, nel cui nome si possono propinare tasse su merendine e bibite gassate, per non parlare dei biglietti aerei, visto che spostarsi via cielo inquina, con buona pace di chi vive in aree d’Italia non coperte a sufficienza da mezzi di trasporto pubblico alternativi (vedi isole).

Greta Thunberg rappresenta una sapiente campagna sovranazionale orchestrata dagli stessi governi desiderosi di imporre ai cittadini soluzioni difficili da accettare. Servono più entrate, perché i tagli alla spesa pubblica sono facili da promettere e difficilissimi da implementare, per cui occorre che gradualmente il contribuente venga convinto con le buone e le cattive ad avallare un progressivo aumento delle tasse, giustificato da nobili obiettivi da chiunque condivisi in politica, così come nella società. In Italia, dove la cultura liberale è sempre stata assai meno sviluppata che all’estero, il gioco appare ancora più facile e persino paradossale: per sventare gli aumenti dell’IVA si aumentano le tasse su diversi consumi finiti nel mirino dei ministri di turno, cioè si alzano le imposte sui consumi stessi. E su queste accise graverà l’IVA, accentuando il gettito per lo stato, ossia la perdita per il consumatore.

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