L’altra faccia dello smart working: quale società diventeremo?

Il "lockdown" imposto dai governi per frenare i contagi da Covid hanno messo in risalto opportunità, ma anche rischi con il ricorso al lavoro a distanza.

di , pubblicato il
Cosa significherà passare allo smart working

Il rischio di nuove restrizioni per effetto della cosiddetta seconda ondata dei contagi tiene alta l’attenzione sullo “smart working”. Il ricorso al lavoro a distanza si è rivelato salvifico per milioni di famiglie, che hanno potuto continuare così a percepire lo stipendio per intero. E le imprese non hanno dovuto interrompere la produzione, attutendo l’impatto della crisi sanitaria sull’economia. Su Investire Oggi abbiamo da sempre esaltato questo strumento e più volte abbiamo spiegato che è destinato a diventare una modalità operativa strutturale. L’emergenza Covid avrebbe semplicemente accelerato i tempi.

Come ogni innovazione, però, anche lo smart working presenta due facce e bisogna guardarle entrambe per farsi un’idea quanto più realistica delle sue conseguenze pratiche. Se finora ci siamo perlopiù concentrati sui contraccolpi che il lavoro da remoto nel breve avrebbe per diversi comparti produttivi (ristoranti, bar, trasporti, negozi, etc.), in questo articolo ci concentreremo su altri aspetti non meno importanti.

Il primo riguarda la crescente polarizzazione della società. Inevitabile che lo smart working finisca per dividere il mercato del lavoro in due segmenti: quello “fortunato”, che potrà permettersi di lavorare da casa o qualsiasi altra postazione, senza o con pochi controlli e risparmiando sui costi di mobilità e affitto; i lavoratori ordinari, che come oggi continueranno a recarsi in fabbrica o ufficio, facendo la vita di sempre. Del resto, non tutti potremo lavorare a distanza, perché per produrre un’auto serviranno sempre gli operai che manualmente espletino la loro mansione in catena di montaggio.

Il telelavoro rivoluzionerà il nostro modo di vivere e anche il mercato immobiliare

Società sempre più polarizzata

Avete presenti le furenti polemiche, in Italia e altrove, sul “lockdown” e altre restrizioni minori alle imprese e alla libertà di movimento? Ebbene, esse scaturiscono dalla diversa rappresentanza di interessi in Parlamento.

Le forze politiche che hanno essenzialmente come elettori pensionati, impiegati e dipendenti pubblici possono permettersi di invocare la chiusura a ogni piè sospinto, ma chi è stato eletto perlopiù da partite IVA, commercianti, artigiani e operai deve tenere conto dell’impatto che queste misure restrittive avranno sulle suddette categorie. Un ristoratore non potrà cucinare in smart working, né il titolare di un bar vendere gelati e tavola calda a distanza. Per alcuni, la “responsabilità” pretesa dal governo equivale a morte economica, per altri sarà un gesto fattibile senza grossi sacrifici, almeno non sul piano finanziario.

Se questa tendenza nel mercato del lavoro diventasse strutturale, anche in futuro avremmo una maggiore polarizzazione tra pezzi di società contro altri, con ripercussioni politiche evidenti. Pensate solamente a una proposta di legge che punti ad abbattere le emissioni inquinanti aumentando il bollo auto e le accise sul carburante. I partiti che rappresentano il popolo degli smart workers la appoggerebbero con minori resistenze di quelli che attingono al consenso dei lavoratori tradizionali. Questi ultimi, infatti, sosterrebbero il maggiore costo della lotta all’inquinamento, dovendosi muovere per andare al lavoro. Chi lavora da una scrivania di casa probabilmente non risentirà più di tanto della stangata e la guarderebbe positivamente.

Ecco perché lo smart working farà bene anche a grandi città come Milano

Si riduce lo scambio di idee

Lo stesso dicasi per questioni come il caro-affitti e l’emergenza abitativa. Chi potrà permettersi di vivere in provincia e distante dai centri abitati in cui hanno sede le grandi aziende non percepirà il problema del traffico, né dei prezzi alti delle case, per cui non capirà neppure la ragione per cui qualcuno proporrà di aumentare il numero delle concessioni edilizie nelle città più affollate, magari osteggiando l’idea nel nome della difesa dell’ambiente. Insomma, saremo sempre più una società di sordi, dato che le differenze tra gli uni e gli altri lavoratori diverrebbero tali da alimentare incomprensioni crescenti.

Infine, il rischio di una minore circolazione delle idee. Lo smart working non equivale necessariamente a lavorare isolati. Si può svolgere la propria mansione in un luogo pubblico e connessi da remoto si può parlare con i colleghi in chat, audio e video. Ma siamo sicuri che sia la stessa cosa di stare in ufficio? Di certo, si trascorre una quantità notevolmente inferiore a chiacchierare, non si hanno momenti comuni extra-lavorativi in cui scambiarsi qualche battuta, come nel caso della pausa pranzo. Da un lato, ne risentirebbe positivamente la produttività, dall’altro finiremmo per cristallizzarci su nostre idee e sensazioni, sprecando l’opportunità di confrontarci con gli altri per arricchire il nostro pensiero. Le conseguenze non sarebbero semplicemente di tipo comportamentale, quanto prettamente economiche: la minore circolazione delle idee porterebbe a una minore inventiva e, quindi, a minori progetti di sviluppo e investimenti.

La ‘beffa’ dello smart working: pause pranzo risicate e sempre connessi

[email protected] 

Argomenti: ,