L’alto debito disarma l’Italia contro la crisi, al prossimo giro saremo condannati al peggio

L'alto debito pubblico condanna l'Italia a non potere reagire alle crisi. Il rischio di un avvitamento pericoloso al prossimo giro è elevatissimo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'alto debito pubblico condanna l'Italia a non potere reagire alle crisi. Il rischio di un avvitamento pericoloso al prossimo giro è elevatissimo.

Lo spread BTp-Bund sopra i 310 punti base per la scadenza decennale rappresenta una pessima notizia per l’Italia. Ormai, i rendimenti dei nostri titoli di stato hanno spiccato il volo e la tensione sui mercati finanziari non accenna a diminuire, andando oltre la semplice querelle tra Roma e Bruxelles sulla manovra di bilancio. Ci sono i rendimenti decennali americani ai massimi dal 2011, che hanno sfondato quota 3,25%, nonché i timori per la Cina, costretta ieri ad allentare i vincoli sui prestiti alle banche per sostenere il credito domestico. E c’è anche il petrolio, che resta in area 85 dollari, ai massimi da 4 anni e non depone in favore del mercato obbligazionario, surriscaldando le aspettative d’inflazione e facendo lievitare i rendimenti richiesti dagli investitori. In tutto questo, il nostro Paese si conferma anello debole della catena, laddove si concentrano dubbi e timori sulla sostenibilità del suo immenso debito pubblico da 2.300 miliardi di euro, pari a più del 130% del pil.

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La sfiducia verso l’Italia ha praticamente annullato i benefici derivanti da un avanzo primario cumulato nel decennio scorso, quello della crisi, di circa il 14,6% del pil. Tenuto conto dell’andamento ciclico, l’Italia è stata l’unica grande economia europea ad avere registrato surplus primari nel corso della crisi, ossia al netto dei pagamenti degli interessi sul debito. Nemmeno l’austera Germania è riuscita a fare tanto. E solo per il biennio 2009-2010 abbiamo chiuso il bilancio statale con un disavanzo primario, pur contenuto. Quest’anno, ad esempio, l’Eurozona dovrebbe segnalare un avanzo primario dell’1,2% del pil, mentre l’Italia bombardata dai mercati chiuderebbe a +2%, esattamente quanto la Germania. Con una vistosa differenza: Berlino dovrebbe registrare pure un avanzo fiscale attorno all’1% del pil, l’Italia avrebbe un deficit di almeno l’1,6%.

Cosa succede è noto: la spesa per interessi in Italia incide sul bilancio pubblico molto più che in Germania. I tedeschi spendono poco più dell’1% del loro pil per onorare il loro debito sovrano, noi oltre 3 volte tanto. E non è che il nostro debito sia 3 volte le dimensioni percentuali di quello tedesco, semplicemente paghiamo lo scotto di una sfiducia ormai radicata sui mercati, in parte nemmeno giustificabile, ma tant’è. Tutto questo ha conseguenze abbastanza rilevanti sull’andamento della nostra economia. Prendiamo quanto accadde nel 2008. Quell’anno, la crisi finanziaria esplose in tutta la sua drammaticità in America e dilagò in un attimo in tutto il resto del mondo, colpendo chiaramente pure l’Europa. L’Italia passò subito da un deficit dell’anno prima all’1,5% a uno del 2,6%. Ciò fu conseguenza di una riduzione dell’avanzo primario. In sostanza, aumentarono le spese e diminuirono le entrate.

Condannati a non potere reagire alla crisi

La Francia nello stesso anno iniziava una fase di ampliamento dei disavanzi primari, che cumulati per il decennio sono stati pari a quasi il 23% del suo pil. Dunque, tra noi e la seconda economia dell’Eurozona è sussistita una differenza di politica fiscale di ben oltre 37 punti di pil, pari a una media annua di 3,7 punti. Naturale che l’Italia abbia registrato nel periodo una contrazione del pil di 5,5 punti percentuali rispetto ai livelli apicali raggiunti nel 2007, mentre la Francia sia riuscita a crescere complessivamente dell’8%. Il “gap” si è ampliato tra le due economie di 13,5 punti a nostro sfavore, come conseguenza della minore capacità di reazione dell’Italia alla crisi dell’economia. Anche la ragione di questo minore margine di manovra a Roma è nota: avendo ereditato un debito pubblico già alto, abbiamo potuto permetterci meno di altri stati di attuare politiche anti-cicliche, avendo l’esigenza di tenere sotto controllo lo stock delle passività rispetto al pil. Per giunta, mentre abbiamo continuato ad essere ben più responsabili della media europea, siamo stati puniti dai mercati, come ben ricordiamo con la drammatica crisi dello spread di 7 anni fa e tornata in auge in questi mesi, dopo essersi apparentemente inabissata solo grazie alla manovra monetaria espansiva della BCE.

La Commissione europea alza la voce contro di noi, sostenendo che il deficit fissato per l’anno prossimo al 2,4% sarebbe insostenibile. C’è molta mistificazione e un pizzico di verità in questo dato. In effetti, il deficit, che comprende gli interessi sul debito, in Italia risulta più alto della media dell’Eurozona dal 2014. Perché? Per la stessa ragione per cui risultò mediamente più basso in piena crisi: quando le cose vanno male, non abbiamo spazi sufficienti per contrastare la crisi e facciamo pochi nuovi debiti. Nel 2009, l’Eurozona ebbe un deficit del 6,3%, l’Italia di un punto percentuale più basso. L’anno seguente, l’area segnò un disavanzo fiscale quasi identico, l’Italia già lo riduceva al 4,2%. Nel 2011, man mano che l’economia mondiale si riprendeva dalla recessione, i conti pubblici europei migliorarono e nell’area il deficit scese al 4,2% contro il 3,9% dell’Italia. Dal 2013, già la maggiore virtù italiana veniva meno. Gli altri stati, con minori sacrifici, si riportavano mediamente al 3% di deficit e da allora lo abbassavano fino allo 0,9% dello scorso anno. L’Italia non riusciva, invece, ad allontanarsi dalla soglia del 3% e ancora nel 2017 lo teneva al 2,3%. Come mai? Perché la nostra crescita economica è stata negli anni ben più bassa e i conti pubblici nel corso di una stagnazione languono.

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Se arrivasse una nuova crisi da qui a qualche anno, l’Italia si ritroverebbe nella stessa identica situazione di 10 anni fa, solo con fondamentali peggiori. Avrebbe un raggio di manovra praticamente nullo sul piano fiscale e potrebbe confidare in un sostegno anch’esso scarso sul fronte monetario, avendo già la BCE compiuto il suo dovere. Le altre economie dell’area disporrebbero anch’essi di minori strumenti per contrastare la recessione, ad eccezione della Germania, che oggi vanta già un rapporto debito/pil inferiore a quello del 2008. In ogni caso, continueremmo ad essere la Cenerentola d’Europa, l’anello debole, il ventre molle, lo spauracchio da stigmatizzare. Anche per questo l’Europa si mostra con Roma assai più severa che con altri stati, perché al prossimo giro rischia di essere molto, molto peggio per noi, con inevitabile rischio di caduta per tutti gli altri compagni di cordata dell’euro.

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia