L’alleanza Trump-Macron rende più difficile per la Germania dire solo “nein”

I dazi imposti dall'America di Trump all'Europa sono un messaggio molto chiaro alla Germania per convincerla a cambiare strada su conti pubblici o euro. E Berlino troverà sempre più difficile ignorare i critici del modello tedesco.

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I dazi imposti dall'America di Trump all'Europa sono un messaggio molto chiaro alla Germania per convincerla a cambiare strada su conti pubblici o euro. E Berlino troverà sempre più difficile ignorare i critici del modello tedesco.

I dazi di Trump? Una risposta dell’America alla Germania, la cui “colpa” sarebbe di esportare troppo. Pensate che sia un dibattito moderno, ma vi sbagliate di grosso. L’ordine monetario che nacque dopo la Seconda Guerra Mondiale e resse l’Occidente capitalista fino al 1971, noto anche come Bretton Woods, crollò per due ragioni principali: l’America non fu più in grado di garantire la convertibilità del dollaro in oro, a causa sia dell’alta spesa pubblica dovuta al finanziamento della guerra nel Vietnam, ma anche per effetto degli squilibri commerciali crescenti con potenze come Germania e Giappone.

Insomma, già quasi mezzo secolo fa si ruppe l’alleanza che aveva garantito un quarto di secolo di stabilità finanziaria tra oltre una quarantina di paesi, perché gli americani si scontrarono con la macchina da guerra delle esportazioni tedesche.

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Dalle ceneri di Bretton Woods nacque gradualmente l’euro e proprio l’euro è nel mirino del presidente Donald Trump, che lo giudica una moneta debole per i fondamentali della Germania. Impossibilitato nel breve di ottenerne la scomparsa (nel lungo periodo ci spererebbe ancora), l’unica cosa che può fare il tycoon per cercare di ripianare il forte passivo commerciale annualmente accusato con l’Europa è di pretenderne il rafforzamento. Come? Da un lato, spingendo la Federal Reserve a tagliare i tassi negli USA, dall’altro forzando la BCE ad alzare i suoi.

Il “cavallo di Troia” francese

Vi siete accorti che la Francia negli ultimi mesi sia diventata un “falco” monetario? I suoi esponenti nel board di Francoforte, il governatore François Villeroy de Galhau e il consigliere esecutivo Benoit Coeuré, si sono espressi contro l’ultima sfornata di stimoli dell’uscente Mario Draghi, un fatto alquanto strano per uno stato, che sinora ha sempre cercato di fare da cerniera tra interessi del sud e quelli tedeschi su tassi e “quantitative easing”. Sarà certamente che i tassi negativi penalizzino le banche francesi, ma dietro ci sarebbe qualcosa di più vasto, ossia un gioco di sponda con l’altro lato dell’Atlantico per spingere la Germania ad aprire i cordoni della borsa.

E del resto, come non notare l’endorsement sospetto di Trump a “Giuseppi” Conte nel pieno della crisi di governo, un vistoso favore a chi, come Emmanuel Macron, vede la destra “sovranista” italiana come il demonio?

I tedeschi vorrebbero un rialzo dei tassi anche immediato, intimoriti sia dei rischi che un prolungato accomodamento monetario avrebbe sulla stabilità dei prezzi, sia delle distorsioni evidenti che esso provoca sui mercati finanziari, alimentando bolle azionarie ed obbligazionarie pericolosissime. Allo stesso tempo, sono consapevoli che una politica monetaria più restrittiva non sarebbe sostenibile per il grosso dell’Eurozona, specie se non accompagnata da una politica fiscale un po’ più espansiva. Ma molti dei paesi dell’euro non possono permettersi di spendere di più o di tagliare le tasse in deficit, per cui solo chi, come la Germania, dispone di margini sui conti pubblici può compiere un passo in tal senso.

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E la Francia di Macron concorda con l’America di Trump sulla necessità che Berlino rinunci alla rigidità delle politiche di bilancio a cui si è volontariamente sottoposta con il cosiddetto “Schwarze Null” e l’introduzione in Costituzione del vincolo di non sforare lo 0,35% di deficit rispetto al pil, il cosiddetto “Schuldenbremse”, il freno al debito così trasversalmente amato e rispettato dalla politica tedesca. Ma Parigi e Washington vorrebbero che l’abbandono di queste regole fiscali restrittive fosse strutturale, così da affievolire le esportazioni tedesche e potenziare la domanda interna della Germania, a beneficio delle altre economie. Le due capitali, insomma, sperano che nel tempo i tedeschi, nel pubblico e nel privato, spendano e s’indebitino di più, aumentando le importazioni dall’estero, cioè acquistino più beni e servizi da USA, Francia, etc.

Questo segnerebbe la fine del modello tedesco “export-led”. I tedeschi si oppongono e custodiscono gelosamente le proprie virtù nazionali, ma i dazi di Trump stanno rendendo il tutto molto più complicato. Se è vero che otterranno probabilmente dai francesi e sotto la presidenza di Christine Lagarde una politica monetaria più restrittiva, dovranno per contro concedere qualcosa sul piano fiscale. Per anticipare le richieste dei partner, stanno già varando un piano di investimenti “green” da 54 miliardi, l’1,5% del loro pil. Una goccia nel mare, che non servirà a cambiare l’aria nell’Eurozona, né ad addolcire le pretese degli alleati. Ma non possono permettersi azioni “nucleari”, come i dazi di Trump contro le auto europee o ai danni della generalità dei prodotti UE. Sarebbe ugualmente un grosso danno per il modello tedesco e magari perdendo la capacità di interlocuzione politica con la Casa Bianca.

La Germania spera ancora che porre fine più velocemente all’accomodamento monetario convinca Trump ad evitare misure estreme, anche perché un cambio di rotta alla BCE implicherebbe un euro più forte, obiettivo che egli persegue esplicitamente. Tuttavia, sa anche che ciò equivarrebbe a rischiare una rottura dell’unione monetaria, tornando alla tempesta finanziaria di 7-8 anni fa. Per questo, difficile che riesca a scampare all’ira del presidente americano, che spalleggiato dietro le quinte dall’Eliseo, punterà a convincere i tedeschi con le cattive ad abbandonare la rigidità fiscale.

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