L’alleanza tra Francia e Germania traballa sui conti pubblici. E Berlino schiaffeggia Macron

Schiaffo della Germania alla Francia di Emmanuel Macron con la bocciatura della sua commissaria all'Industria, Sylvie Goulard. L'asse franco-tedesco è debole sulle tensioni riguardanti la politica fiscale. E Berlino ha voluto avvertire Parigi.

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Schiaffo della Germania alla Francia di Emmanuel Macron con la bocciatura della sua commissaria all'Industria, Sylvie Goulard. L'asse franco-tedesco è debole sulle tensioni riguardanti la politica fiscale. E Berlino ha voluto avvertire Parigi.

La candidata della Francia per ricoprire il ruolo di commissario all’Industria, Sylvie Goulard, non passa l’esame all’Europarlamento, bocciata a larghissima maggioranza, con soli 20 voti favorevoli e 80 contrari. Per lei si sono espressi solo socialisti e liberali. La bocciatura è stata giustificata dal potenziale conflitto d’interessi, avendo la donna svolto consulenze per il think-tank Berggruen Institute dell’investitore Nicolas Berggruen e, soprattutto, per le indagini a suo carico per uso improprio dei fondi europei quando era eurodeputato.

Il presidente Emmanuel Macron è andato su tutte le furie, parlando di “meschinità” e chiarendo di avere proposto una rosa di tre nomi, rispetto alla quale Goulard era stata giudicata la più idonea.

Pesa politicamente la bocciatura per mano del PPE, di cui la CDU-CSU della cancelliera Angela Merkel è membro di rilievo, guida del gruppo conservatore. Inutile nascondersi dietro a un dito: la Germania ha bocciato il candidato della Francia. Perché? C’è chi sostiene che sia una ripicca per avere l’Eliseo, a suo tempo, impedito che il capogruppo del PPE, il tedesco Manfred Weber, diventasse presidente della Commissione UE. Sarà, ma al posto suo c’è un altro popolare e di cittadinanza tedesca, quella Ursula von der Leyen, stretta collaboratrice della cancelliera. Come risarcimento, dunque, Berlino non avrebbe di che lamentarsi.

E se dietro vi fosse qualcosa di più politico? Il giorno prima della bocciatura, su pressione della Francia, l’Eurogruppo aveva varato un piccolo bilancio comune per i membri dell’Eurozona, pari a 17 miliardi di euro nell’arco di 7 anni. Esso servirebbe a gestire in maniera un po’ più accentrata la politica fiscale nell’unione monetaria, intervenendo nei casi di difficoltà. Nulla al confronto delle centinaia di miliardi richieste da Macron per dare completezza all’euro, avviando una politica fiscale comune e davvero capace di evitare il ripetersi della crisi di questi anni, spostando anche ingenti risorse per capitoli di spesa utili alla crescita e in favore degli stati finanziariamente più deboli.

Italia “sovranista” e Francia di Macron hanno scelto insieme il capo dell’FMI (contro la Germania)

Le tante frizioni tra Francia e Germania

La Germania si è strenuamente opposta non solo all’entità, bensì già sull’istituzione di questo budget comune, intravedendo il rischio di una mutualizzazione dei debiti sovrani, cioè che i tedeschi finiscano per pagare con i soldi delle loro tasse per le spese degli stati “cicale” del sud.

Alla fine, diremmo che l’abbia spuntata proprio Berlino, data l’esiguità del piano (appena lo 0,15% del pil attuale dell’area, a regime), seppure accettando il principio di risorse comuni nell’area. La Francia fa pressione sull’alleato, chiedendo a gran voce, insieme alla BCE e ai partner europei, che utilizzi i margini di manovra sui conti pubblici per sostenere la ripresa dell’economia tedesca e, a cascata, di tutta l’Eurozona. La Germania replica di avere fatto abbastanza con il pacchetto di investimenti “green” da 150 miliardi, pur spalmato in 10 anni, qualcosa che equivarrebbe a nemmeno mezzo punto di pil tedesco attuale all’anno, a fronte di un avanzo fiscale dell’1,7% nel 2018.

Nel tentativo di addolcire la posizione di Berlino e spingerla ad allargare i cordoni della borsa, la Francia sta schierandosi con i “falchi” tedeschi dentro la BCE, mettendo il governatore uscente Mario Draghi in seria difficoltà nelle sue ultime settimane di mandato. L’obiettivo di Macron appare evidente: accettare un rialzo dei tassi più in fretta, in cambio di flessibilità per i conti pubblici nazionali. E ove questa seconda opzione non fosse percorribile, almeno che i tedeschi accettino un bilancio comune minimo, attraverso il quale finanziare la ripresa. Ma l’Eliseo rischia di andare a sbattere contro i “nein”, che sono rivolti sia all’una che all’altra opzione, nonché probabile frutto dell’arrabbiatura per la sponda che Macron offrirebbe così a Trump per mettere nel mirino l’eccesso di esportazioni tedesche. E non dimentichiamo che a luglio la Francia ha sostenuto a capo del Fondo Monetario Internazionale una candidatura contrapposta a quella della Germania, votandola con successo insieme all’Italia ancora “gialloverde”.

La bocciatura di Goulard sarebbe proprio un messaggio, nemmeno troppo velato, che i conservatori tedeschi avrebbero inviato a Macron: “non provare a tirare la corda sui conti pubblici, perché riceverai solo una porta sbattuta in faccia”. A questo punto, o Parigi ha compreso l’antifona e si riposiziona o accetta la sfida, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero in termini di sfaldamento di quell’asse politico, che consente alla sua Francia di fare il bello e il cattivo tempo in Europa, anche con fondamentali macro affatto entusiasmanti. Nel primo caso, invece, probabile che i francesi nella BCE rifuggano dalla linea restrittiva abbracciata negli ultimissimi mesi, avendo compreso che, in assenza di un’espansione fiscale, non resti che riporre qualche residua speranza sull’accomodamento monetario.

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