L’agonia del Venezuela, ecco come si è arrivati alla peggiore tragedia umanitaria in era moderna

Il Venezuela di Maduro è nel caos. America Latina e gli USA di Trump riconoscono come presidente il 35-enne oppositore a capo dell'Assemblea Nazionale. Intanto, l'economia è collassata e si vive una tragica crisi umanitaria.

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Il Venezuela di Maduro è nel caos. America Latina e gli USA di Trump riconoscono come presidente il 35-enne oppositore a capo dell'Assemblea Nazionale. Intanto, l'economia è collassata e si vive una tragica crisi umanitaria.

Juan Guaido si è autoproclamato presidente ad interim del Venezuela e si allunga la lista dei paesi che lo hanno riconosciuto formalmente. Subito dopo gli USA di Donald Trump, seguono Canada, Argentina, Brasile, Perù, Cile, Colombia, Ecuador, Guatemala, Honduras, Paraguay, Georgia, Kosovo, Costa Rica e Panama. In risposta, il regime di Nicolas Maduro ha assegnato ieri sera 72 ore di tempo ai diplomatici americani per lasciare lo stato andino, ma l’amministrazione di Washington ha fatto sapere che non ne riconosce l’autorità, raccogliendo l’appello di Guaido di restare, in quanto ogni ordine lanciato dal regime sarebbe illegittimo.

Il 35-enne è un ingegnere industriale e già presidente dell’Assemblea Nazionale, l’organo parlamentare che le opposizioni anti-chaviste conquistarono a fine 2015 con una maggioranza superiore ai due terzi dei seggi, ma che Maduro esautorò subito dopo di ogni potere. La Corte Suprema nei giorni scorsi ha dato il colpo definitivo, definendola fuori legge. Ne sono seguite imponenti manifestazioni di protesta, fino all’epilogo inatteso di ieri.

Il Venezuela è nel caos. Guaido si è proclamato presidente fino a nuove elezioni, ma è pur vero che Maduro non ha ancora lasciato il potere e né intende farlo. Anzi, ieri si è insediato per un secondo mandato di 6 anni, dopo la vittoria molto chiacchierata del maggio scorso, con le opposizioni ad avere boicottato il voto. Decisivo sarà l’atteggiamento dei militari, sinora sempre schierati con il regime, pur tra qualche defezione prontamente repressa. Il solo fatto che una fetta crescente della comunità internazionale abbia subito riconosciuto il giovane oppositore come nuovo leader venezuelano rende molto più difficile per Maduro resistere come se nulla fosse, anche se è vero che senza un ammutinamento massiccio tra i militari e i dipendenti pubblici, difficile che Guaido possa realizzare la promessa di distribuire alla popolazione gli aiuti internazionali. Affinché ciò fosse possibile, ad esempio, servirebbe che i porti restassero aperti.

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Il rischio di sanzioni petrolifere

Gli USA non escludono l’opzione nucleare, vale a dire estendere al petrolio le sanzioni finanziarie già comminate un anno e mezzo fa, bloccando le importazioni da Caracas, che mediamente nel 2018 sono state pari a mezzo milione di barili al giorno.

Trattandosi dell’unico bene esportato dal Venezuela, l’economia già collassata da tempo si ritroverebbe senza più dollari in entrata. Anche le raffinerie del Golfo del Messico subirebbero il colpo, visto che le importazioni da Messico e Canada non sono sempre a sconto come quelle sudamericane. E sempre gli USA potrebbero vietare le esportazioni di prodotti petroliferi raffinati verso il Venezuela. Nel breve, il regime non avrebbe più dove esportare quei barili sinora acquistati dall’America, anche se nel corso dei mesi riuscirebbe forse a siglare contratti con Russia, Cina e persino Turchia.

Non si capirebbe la ragione di questo caos senza fare un passo indietro e spiegare la disastrosa condizione economica e umanitaria in cui è precipitato il Venezuela. Era il 1999, quando il comandante Hugo Chavez arrivava al potere, instaurando di fatto una dittatura dolce di stampo socialista. L’economia privata veniva tollerata formalmente, ma resa di fatto molto difficile. La compagnia petrolifera statale PDVSA, che produceva la media di quasi 3 milioni di barili al giorno con 44.000 dipendenti, fu subito usata come un bancomat per finanziare le spese dello stato. Il numero dei dipendenti triplicò e la produzione giornaliera diminuì. Tutti gli utili vennero incassati dal governo e sperperati, per cui la compagnia rimase senza capitali sufficienti per investire e mantenere i livelli di produttività. Inoltre, fu gestita da dirigenti incapaci e messi a capo per il solo fatto di essere legati al regime “chavista”.

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Il crollo economico con la crisi del petrolio

La situazione rimase sostenibile fino a quando il prezzo del petrolio non continuò a salire, arrivando sopra i 100 dollari. Tuttavia, già alla morte di Chavez nel 2013, l’economia venezuelana presentava i primi segni di carenza diffusa dei beni, conseguenza di una politica ostile al mercato, che con l’imposizione dei prezzi amministrati disincentivava la produzione, rendendo scarsa l’offerta di merci e servizi.

Nel frattempo, il petrolio era divenuto di fatto l’unico bene venduto all’estero, costituendo il 96% del valore delle esportazioni. Quando le quotazioni internazionali del Brent si schiantarono dai 115 fino ai meno di 30 dollari in appena un anno e mezzo, il disastro fu completo, amplificato dal tracollo contestuale della produzione di greggio nel paese per assenza di investimenti, che ha toccato ormai i minimi da 70 anni con 1,2 milioni di barili al giorno. Si consideri che solo una minima parte di tale petrolio fa incassare dollari al paese, visto che, al netto della domanda interna minimamente da soddisfare, una grossa parte è impegnata per essere spedita in Russia e Cina come contropartita per i prestiti ricevuti, per cui non generano alcun cash.

Con sempre meno dollari in entrata, Caracas non dispose più di denaro a sufficienza per importare beni e la carenza dell’offerta divenne ancora più allarmante, in quanto le minori importazioni si sommarono alla produzione domestica calante. Anziché consentire al cambio tra bolivar e dollaro di fluttuare liberamente sul mercato valutario, cosa che alla Russia di Putin permise di superare quasi senza alcun rilevante problema il periodo nero del tonfo del greggio, sia per incompetenza, sia anche per gli ampi arbitraggi a cui si prestava il confuso sistema dei cambi a favore delle élite militari e burocratiche corrotte, Maduro lo mantenne a livelli irrealistici, mentre al mercato nero per un dollaro servivano sempre più bolivares, segnalando come il tasso di cambio reale fosse parecchio più debole e quanto quello ufficiale stesse contribuendo ad aggravare la crisi.

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Il flagello dell’iperinflazione

La situazione precipita in maniera serissima nel 2016, quando i tassi d’inflazione, già a 3 cifre, prendono la fuga. Sin dal dicembre 2015, la banca centrale non pubblica regolarmente alcun dato macro, ma quello che sappiamo è che i prezzi starebbero crescendo a un ritmo spaventoso di 1.000.

000% su base annua e tendendo verosimilmente al doppio. In pratica, il paese è diventato l’ultimo al mondo in ordine di tempo a subire il flagello dell’iperinflazione. Il bolivar vale carta straccia e per pagare persino un caffè è necessario portarsi valigie di banconote dietro. Addirittura, nonostante di moneta ne sia stata stampata in quantità industriali, nemmeno essa stessa basta e così un anno fa il governo ha trovato la brillante idea di emetterne una digitale, il cosiddetto “Petro”, garantito dai barili di petrolio del sottosuolo.

Nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto portare sollievo all’economia, mentre si è rivelato per quello che sembrava: una bufala. E ad agosto, è stato lanciato il nuovo “bolivar sovrano”, che rispetto a quello precedente consiste in banconote con 5 zeri in meno e fissato al dollaro a un tasso di cambio del 96% più debole. Troppo poco e troppo tardi, perché da allora sul mercato nero il bolivar ha perso un altro 75% e i prezzi continuano ad esplodere, tanto che lo stipendio mensile di un dipendente medio, nonostante i continui aumenti decisi dallo stato per i salari minimi, basterebbe oggi solamente per comprare un McMenu. E dalla fine del 2017, il Venezuela è formalmente in default, non essendo stato più in grado di pagare le scadenze sui bond emessi. Questi ultimi, però, mediamente hanno corso del 25% questo mese, segno che il mercato sconterebbe un cambio di regime imminente.

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Crisi umanitaria e ripresa non facile

Tutto è collassato, tra cui gli ospedali, privi di mezzi per curare persino malattie banali, tanto che sono rispuntati casi di colera e i tassi di mortalità infantile e tra le partoriente sono letteralmente esplosi. Per non parlare della denutrizione, che colpirebbe da un paio di anni la stragrande maggioranza della popolazione, tanto che i bambini a scuola fanno fatica la mattina a prestare attenzione alle lezioni, entrando in classe a stomaco vuoto. I tassi di povertà hanno raggiunto l’85% e la crisi umanitaria avrebbe spinto ben 3 milioni di venezuelani a fuggire all’estero negli ultimi anni. Moltissimi quotidianamente attraversano il confine con la Colombia anche solo per poche ore, il tempo di trovare qualcosa da mangiare o di vendere ai locali qualche bene, non di rado capelli per le parrucche o prestazioni sessuali.

Rimediare a un disastro di proporzioni epocali non sarà facile. Per prima cosa, bisogna ristabilire la produzione petrolifera, giovandosi dell’aiuto delle compagnie straniere, tra cui l’ENI, che negli ultimi anni hanno dato l’addio al Venezuela per l’impossibilità di PDVSA di pagare loro per i servizi offerti. Al contempo, dovrebbe essere liberalizzato il tasso di cambio, così che il bolivar possa essere scambiato con il dollaro ai valori di mercato. Al limite, lo stato potrebbe cercare di stabilizzare il cambio con una maxi-svalutazione seguita da un “peg” contro il dollaro a valori che riflettano stavolta i fondamentali dell’economia, mentre i controlli sui prezzi dovrebbero essere eliminati e i diritti di proprietà ripristinati e tutelati per stimolare nuovamente la produzione interna di beni e servizi.

Non sarà un percorso semplice, anche perché la crisi umanitaria appare così severa, che quasi certamente l’unica soluzione d’impatto efficace sarebbero aiuti dall’estero, possibili solo se il regime di Maduro lascia. Ad oggi, infatti, le cosiddette “canaste” di base distribuite dal governo tramite tessera si sono rivelati aiuti insufficienti e farlocchi, un modo semmai scovato da Maduro per mantenere la presa tra i ceti più bisognosi, costringendoli a dipendere dal regime anche per mangiare qualcosa durante il mese. Va da sé che nel caso in cui gli USA dovessero pigiare il tasto delle sanzioni petrolifere, la situazione economica degenererebbe ulteriormente e le condizioni di vita di 30 milioni di abitanti diverrebbero ancora più spaventose. E pensare che il Venezuela risulta il paese al mondo con maggiori riserve petrolifere, stimate in circa 300 miliardi di barili, davanti all’Arabia Saudita con 264 miliardi. Con la differenza che Riad ha sfruttato i tempi d’oro delle quotazioni per accantonare fino a 740 miliardi di dollari e ha fatto della sua Aramco, la compagnia statale, un esempio di eccellenza, consentendo al contempo ai sudditi di vivere in condizioni economiche molto buone. Caracas ha sprecato tutto, ha portato l’economia alla fame e oggi delle sue immense riserve di petrolio non se ne fa nulla, con il paradosso di non disporre nemmeno di carburante sufficiente per i suoi automobilisti.

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