Lagarde esclude la cancellazione dei debiti, ecco perché fa bene a resistere alle sirene di economisti ed Europarlamento

Il governatore della BCE ribatte alle richieste di cancellare i debiti degli stati in pancia all'istituto. Ecco le ragioni del "no".

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Lagarde contraria alla cancellazione dei debiti

In audizione all’Europarlamento, questo lunedì il governatore della BCE, Christine Lagarde, si è trovata di fronte a un gruppo trasversale di deputati che le hanno chiesto la cancellazione dei debiti degli stati acquistati dall’istituto e iscritti nel suo bilancio. Com’era ovvio, la risposta è stata negativa. Il tema era stato lanciato pubblicamente dal presidente dell’assemblea, David Sassoli, a proposito dei debiti accumulati dai governi dell’Eurozona a causa della pandemia. Anche in quell’occasione, la posizione ufficiale della BCE fu contraria. Del resto, i Trattati vietano la monetizzazione dei debiti. Già questo sarebbe un primo grosso scoglio sul fronte giuridico.

In realtà, le motivazioni dietro al “no” di Lagarde sarebbero più facilmente giustificabili sul piano economico e politico. E poco importa che 150 economisti, guidati dal francese Thomas Piketty, le abbiano rivolto un simile appello. La cancellazione dei debiti sarebbe una risposta sbagliata e che finirebbe per accentuare, anziché ridurre, i problemi dell’Eurozona.

La BCE acquista i debiti degli stati sin dal 2015 con il “quantitative easing” e, in misura più accelerata, dallo scorso anno con il PEPP. In realtà, già dal 2010 aveva iniziato a farlo, pur in misura marginale, con il “Securities Markets Program”, studiato allora per sostenere i titoli di stato in difficoltà, tra cui quelli italiani. Alla fine di gennaio, si ritrovava in pancia qualcosa come 3.120 miliardi di euro di bond sovrani. E se li condonasse ai governi debitori?

Sassoli rilancia il tema della cancellazione del debito in mano alla BCE

Le contraddizioni dei seguaci di Piketty

Per prima cosa, a un debito corrisponde sempre un credito. La BCE vedrebbe azzerato gran parte del suo patrimonio, il quale diverrebbe negativo.

Nessun problema teoricamente, perché come ha spiegato poco tempo fa sempre Lagarde, una banca centrale non può mai fallire, detenendo il monopolio dell’emissione di moneta. In altre parole, potrebbe stamparsi tutta la moneta che vuole per tornare in attivo. Il problema sarebbe non contabile, bensì economico: il mercato avrebbe fiducia di un euro emesso da un istituto che azzera i suoi crediti di alta qualità? Non temerebbe un aumento della moneta in circolazione, che inflazionandosi si ridurrebbe di valore?

Si potrebbe eccepire che, data l’alta credibilità della BCE, il problema non esisterebbe. Ma pensiamoci un attimo: se i debiti dei governi nell’Area Euro sono considerati sostenibili da tutti, agenzie di rating comprese, perché mai andrebbero cancellati? Gli investitori ne trarrebbero la conclusione errata di essere stati in errore, che gli stati dell’area non siano effettivamente nelle condizioni di onorare i loro impegni, altrimenti non vi sarebbe ragione alcuna di vederseli condonati. Se pago puntualmente il mio mutuo alla banca, perché mai questa dovrebbe propormi uno stralcio del capitale residuo?

Peraltro, proprio la Modern Monetary Theory portata avanti da economisti come Piketty sostiene che il debito non sia mai un problema, dato che le banche centrali potrebbero stampare tutta la moneta che vogliono. Anzi, arriva a teorizzare che le stesse entrate fiscali non servirebbero a finanziare i servizi pubblici, bensì solamente a far circolare la moneta all’interno di un mercato. Ammettiamo per un attimo che questa follia fosse vera. Quale sarebbe il problema di avere un grosso debito pubblico, se tramite la leva monetaria la banca centrale può contenerne e finanche azzerarne i costi e impedire, in ogni caso, una crisi di liquidità o di solvibilità?

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Effetti collaterali superiori ai possibili benefici

In effetti, la contraddizione di chi propone la cancellazione dei debiti risiede proprio nel fatto che i bilanci pubblici nell’Eurozona, ma non solo, da anni registrano un’incidenza calante in valore percentuale e assoluto della spesa per interessi, che è la vera voce a cui guardare per capire se un debito sia o meno sostenibile.

Proprio in conseguenza dell’allentamento monetario globale, nei fatti stati, aziende, banche e famiglie sono capaci di indebitarsi a costi sempre più bassi, riuscendo in molti casi a rimpiazzare le vecchie passività con altre meno onerose. L’Italia nel 2012 arrivò a pagare più di 80 miliardi di euro di interessi su un debito poco superiore al 120% del PIL, mentre quest’anno dovrebbe scendere a circa 60 miliardi e su un debito nel frattempo esploso a circa il 160%. Chiedere oggi la cancellazione dei debiti sarebbe come recarsi alla mensa dei poveri con il frigo pieno.

Infine, c’è una questione a cui si dovrebbe porre molta attenzione: l’azzardo morale dei governi. Ammettiamo che la BCE domattina annunciasse che non avremmo più alcun obbligo di rimborsarle i debiti rilevati. L’Italia si ritroverebbe in un solo colpo ad essere sgravata di oltre 550 miliardi di euro, circa un terzo del suo attuale PIL. Il governo di Roma, chiunque esso fosse, ne trarrebbe la conclusione che in caso di nuove difficoltà future, una nuova cancellazione dei debiti diverrebbe sempre possibile. Anziché tendere al risanamento dei conti pubblici, si convincerebbe che meglio sarebbe spendere, dato che tenere in ordine i bilanci rischierebbe di rivelarsi una mossa sbagliata. Ma questo porterebbe a un disordine fiscale crescente in tutta l’area. Nessuno avrebbe incentivo a comportarsi bene, a stringere la cinghia, insomma a mostrarsi responsabile.

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Sarebbe austerità vera per tutti

Peccato, però, che se mai la BCE dovesse un giorno accondiscendere a un’operazione del genere una tantum, sarebbe solo per la credibilità che le deriva dall’ottima reputazione fiscale conquistatasi da alcuni dei suoi principali azionisti, tra cui Germania e Olanda. In altre parole, si potrebbe persino arrivare a un’ipotesi estrema come la cancellazione dei debiti, ma solamente perché i mercati potrebbero ritenerla fattibile in via eccezionale, riponendo fiducia sulla capacità di paesi come la Germania di mantenere la disciplina fiscale da un lato e quella monetaria dall’altro.

Per intenderci, con la sovranità monetaria, Banca d’Italia non godrebbe di una simile credibilità, anzi non avrebbe potuto neppure varare stimoli monetari potenti come quelli della BCE.

Se questo è vero, dovremmo ringraziare i sacrifici compiuti da popoli come i tedeschi, che nei decenni passati hanno tenuto i bilanci in ordine, consentendoci oggi di approfittare della loro reputazione per ottenere qualche condono sul piano fiscale. Ma a questo punto, o i cosiddetti paesi frugali riuscissero a imporre le loro regole da quel momento in avanti o finirebbero anch’essi per darsi al lassismo dei conti pubblici, essendo disincentivati a comportarsi bene. A quel punto, però, la BCE finirebbe di essere percepita come credibile, disporrebbe di margini piuttosto stretti in tema di tassi e politiche monetarie non convenzionale e inizierebbe seriamente l’era dell’austerità fiscale obbligata per tutti. I pasti gratis non esistono. Chi dice il contrario vi sta vendendo fumo o, ancora peggio, non conosce le regole basilari dell’economia.

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