L’abolizione del canone RAI è una bufala politica bipartisan, ecco perché non la vuole nessuno

Il Movimento 5 Stelle aveva presentato in Parlamento una proposta di legge per l'abolizione del canone RAI prima della crisi di governo. Ma vediamo perché resta una bufala politica come tutte quelle che l'hanno preceduta.

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Il Movimento 5 Stelle aveva presentato in Parlamento una proposta di legge per l'abolizione del canone RAI prima della crisi di governo. Ma vediamo perché resta una bufala politica come tutte quelle che l'hanno preceduta.

A nome del senatore Gianluigi Paragone e del deputato Maria Laura Paxia, il Movimento 5 Stelle ha presentato questa estate in Parlamento una proposta di legge per l’abolizione del canone RAI. I contribuenti ci sperano, ma sarebbe bene che non vi facessero affidamento, perché ha tutta l’aria di essere cestinata come tutte le proposte che l’hanno preceduta negli anni passati.

L’ultima era stata avanzata prima della crisi del governo “gialloverde”, quando i grillini avvertivano la necessità di recuperare consensi nei riguardi dell’alleato leghista. Da allora, di abolire il canone RAI non se n’è più parlato, anche se propagandisticamente un po’ tutti i partiti rispolverano l’argomento a ogni elezione.

Sarà pure la tassa più odiata dagli italiani, percepita come inutile e ingiusta, ma i politici non vogliono sentirne di eliminarla. Nel nome del servizio pubblico, propinano un balzello, che aveva forse un senso prima dell’avvento di internet, della TV satellitare, del passaggio al digitale terrestre, ma che appare imbarazzante ai giorni d’oggi, quando l’informazione è alla portata di tutti, vasta e plurale. Viale Mazzini lamenta da sempre una carenza cronica di risorse, ma la verità è che trattasi di un carrozzone pubblico, che la politica utilizza per raccattare consensi (o sperare di farlo) e per piazzare nei palinsesti e negli uffici dirigenziali persone a sé vicine.

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Questo modus operandi è sempre esistito sin da quando è esistita la RAI e continua ad essere tale anche in tempi di 5 Stelle al governo, nonostante essi abbiano mietuto consensi proprio contro tali pratiche spartitorie. Abolire il canone RAI sgancerebbe la TV di stato dalla politica, perché a quel punto i ricavi arriverebbero esclusivamente dagli introiti pubblicitari, cioè sarebbero legati al mercato, le cui leggi contrastano con quelle dei segretari di partito e dei governi. Per questo, l’area che si rifà al centro-sinistra non accetterebbe sul serio mai di perdere il controllo di un asset, che storicamente gli ha fruttato tante amicizie negli ambienti dell’informazione e della cultura.

Attenzione a pensare che la destra ragioni diversamente. Anzitutto, perché ogniqualvolta vada al governo viene assalita da una voglia di rivalsa e allettata dalla prospettiva di controllare reti, programmi e di piazzare propri uomini negli studi di Viale Mazzini. Secondariamente, l’abolizione del canone RAI colpirebbe gli interessi di Mediaset, il gruppo televisivo di proprietà di Silvio Berlusconi, ex leader del centro-destra e ad oggi uno dei principali esponenti dell’area contrapposta alla sinistra. Senza canone, la RAI opererebbe come una normale TV privata, puntando sulla pubblicità e, quindi, facendo diretta concorrenza a Mediaset con programmi dal contenuto commerciale, nonché lottando contro di essa e gli altri gruppi minori per spartirsi la torta della pubblicità, i cui prezzi diminuirebbero. E chissà che la proposta grillina, in fondo, non sia più che altro un’arma che i 5 Stelle agitano per mettere in soggezione proprio Forza Italia.

Infine, a nessun politico o partito conviene davvero la privatizzazione della TV pubblica, per il semplice fatto di temere che a rilevarla sarebbe un qualche soggetto di mercato non controllabile, se non apertamente ostile. Perché mai un governo dovrebbe rinunciare a influenzare parte rilevante dell’informazione nazionale (e le stesse opposizioni a godere di una quota di tutela), quando l’alternativa sarebbe di esporsi alle critiche di un editore indipendente? Per questo, l’abolizione del canone RAI sarà sempre una bella iniziativa che si fermerà a un passo dalla sua approvazione formale, un po’ come quando si tenta di tagliare gli stipendi dei parlamentari, confidando che l’avversario non voti mai la propria proposta e finga di presentarne una migliorativa alternativa. Non puoi chiedere al tacchino di anticipare il Natale.

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