La webtax fallirà, il problema sono le tasse alte: ecco come la Silicon Valley continuerà ad eluderle

La webtax è un tentativo europeo di tassare i profitti dei giganti di internet, quasi tutti americani. Ma sembra destinata al fallimento, sempre che a Bruxelles gli stati trovino un accordo per introdurla. Ecco perché.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La webtax è un tentativo europeo di tassare i profitti dei giganti di internet, quasi tutti americani. Ma sembra destinata al fallimento, sempre che a Bruxelles gli stati trovino un accordo per introdurla. Ecco perché.

La Commissione europea ha apparentemente trovato la quadra per cercare di ridurre l’elevatissima elusione fiscale tra i giganti di internet, molti dei quali con sede nella Silicon Valley, ai quali verrà applicata una cosiddetta “webtax” del 3% sui ricavi maturati nella UE, come quelli relativi alla vendita di servizi agli utenti, spazi pubblicitari, etc. Non tutti i colossi internazionali verranno, però, sottoposti a tassazione, bensì solo quelli con un fatturato nel mondo non inferiore ai 750 milioni di euro, di cui 50 milioni in Europa. L’intento sta nell’esentare dall’aggravio le start-up, visto che gli stessi commissari temono che la nuova eventuale imposta avrebbe effetti disincentivanti per gli investimenti e la crescita.

In realtà, la webtax sarebbe solo un primo passo temporaneo, da compiere in attesa di centrare il vero obiettivo di Bruxelles: la tassazione degli utili delle multinazionali negli stati in cui vengono realizzati. Sarebbe una novità dirompente per le società del web, visto che ad oggi gli utili vengono sottoposti a tassazione nelle realtà in cui hanno una stabile organizzazione, concetto che poco si confà a multinazionali che non producono alcunché di fisico, come Facebook, Google, Amazon, etc. Nei fatti, la Commissione europea ha stimato che queste realtà paghino mediamente un’aliquota sui profitti del 9,5%, mentre le altre ne scontano una ben più alta del 23,3%. E a causa dell’elusione fiscale, le casse dei membri UE perderebbero ogni anno un gettito complessivo di 70 miliardi. La webtax consentirebbe, almeno nelle stime di Bruxelles, di recuperare sui 5 miliardi di tali mancate entrate.

Perché la webtax è un pessimo affare per gli utenti europei

Per questo, lo schema di lungo periodo a cui la UE tenderebbe sarebbe quello di rimettere mano al concetto di stabile organizzazione, prevedendo tre nuovi criteri: il superamento di 7 milioni di euro di ricavi in un solo stato; possedere almeno 100.000 utenti in un esercizio; stipulare nello stesso esercizio almeno 3.000 contratti per servizi digitali. Non è detto, comunque, che le proposte si tradurranno in norme. Servirà l’accordo unanime dei 27 stati UE (Regno Unito, escluso), ma Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Malta e Cipro guidano il fronte dei contrari. Facile capire il perché: trattasi di paesi a bassa tassazione e in cui hanno sede numerose multinazionali. Dublino è da anni, ad esempio, la capitale in cui giganti come Facebook vi hanno portato il loro quartier generale per il business europeo, al fine di sfruttare quell’aliquota di solo il 12,5% sui profitti, che si confronta con una media quasi doppia nel resto del continente. Negli stessi USA, gli utili venivano tassati al 35% fino al 31 dicembre scorso e solo con il taglio delle tasse dell’amministrazione Trump beneficiano adesso di un’aliquota del 21%, appena inferiore alla media OCSE.

Come si continueranno ad eludere le tasse

Ora, basteranno questi propositi di riforma per sperare che le multinazionali finalmente paghino le tasse dove maturano ricavi e profitti? La risposta è: “molto probabilmente, no”. Vediamo un esempio del perché qualsiasi schema che si voglia applicare, specie a realtà attive nella produzione di prodotti non fisici, rischia di essere destinato al fallimento. Secondo l’Ufficio bilancio del Parlamento italiano, Google nel 2015 ha fatturato nel nostro Paese 637 milioni di euro, di cui 570 milioni dichiarati dalla società madre Google Ireland e solo 67 milioni da Google Italia. Ancora più abissali le distanze tra fatturato reale e quello dichiarato per Facebook: 233 milioni, di cui appena 8 formalmente in Italia.

Come funziona esattamente? Poniamo di essere una società di vendita di servizi online “Internet Italia”. Nell’anno x realizziamo in Italia utili per 100 milioni. Poiché la tassazione italiana risulta particolarmente elevata (al 27% l’aliquota sugli utili e 3,75% l’Irap, quest’ultima applicata sostanzialmente sul fatturato, al netto di poche detrazioni), decido di minimizzare o finanche di annullare il pagamento delle tasse nel nostro Paese. Come? Semplicemente, simulo l’acquisto di servizi da una società madre con sede in uno stato in cui la tassazione sia più bassa, come l’Irlanda. Nel nostro caso, potremmo simulare di avere acquistato servizi da “Internet Irlanda” per 90 milioni. In questo modo, l’utile dichiarato in Italia scenderà da 100 a 10 (i 90 milioni verranno registrati come costo), mentre trasferirò 90 milioni in Irlanda, dove sconteranno la minore aliquota del 12,5%. Come minimo, avrò risparmiato in tasse 13,05 milioni (aliquota del 14,5% più bassa su 90 milioni). Tutto perfettamente legale.

Davvero Facebook e gli altri giganti della Silicon Valley pagheranno le tasse in Italia?

Serve abbassare le tasse, non trovare nuovi espedienti

Nell’ultima riforma fiscale americana, l’amministrazione Trump ha imposto restrizioni a queste pratiche, sostanzialmente tassando i trasferimenti di denaro infra-gruppo verso società estere. L’Europa ha ipocritamente reagito male, con i ministri finanziari di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito a scrivere a Washington per chiedere alla Casa Bianca di ripensarci, sostenendo che simili misure innescherebbero meccanismi di concorrenza sleale tra le varie economie. Sarebbero, invece, proprio queste pratiche a erodere l’imponibile fiscale nei singoli stati, anche se il fulcro del problema resta sempre lo stesso: le aziende, tech o “old style” che siano, tendono a minimizzare le tasse pagate, fuggendo dai paesi tassaioli e rifugiandosi in quelli più benevoli. Fino a quando l’Italia imporrà un’aliquota del 27% sugli utili e l’Irlanda del 12,5%, nessun dubbio che chi può cercherà di spostare con un clic i propri utili da Roma a Dublino. Lo farebbe anche il produttore tessile del veronese, se solo avesse la possibilità di fare scomparire alla vista dei funzionari del fisco il proprio capannone con tutti gli uffici, i macchinari e i dipendenti.

Non a caso, mentre la UE cerca di imporre una webtax destinata all’insuccesso, accresce la pressione sul governo irlandese (e non solo), affinché incrementi le aliquote, tacciando Dublino di essere altrimenti un “paradiso fiscale”, segnalando con ciò una visione a dir poco oscena sul rispetto delle politiche fiscali dei singoli stati comunitari. Sarebbe opportuno, invece, che Bruxelles facesse pressione sugli altri governi, perché abbassino le tasse. Se ce l’ha fatta l’Irlanda, non si vede perché Italia, Germania, Francia, etc., non possano riuscirvi.

Webtax: cos’è, come funziona e perché suscita grandi dubbi

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Argomenti: Economia Europa, Social media e internet

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