La web tax colpisce il made in Italy, ecco come

Web tax in arrivo con il 2018. Il governo vorrebbe introdurla con la legge di Stabilità. Ecco gli effetti negativi sul made in Italy.

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Web tax in arrivo con il 2018. Il governo vorrebbe introdurla con la legge di Stabilità. Ecco gli effetti negativi sul made in Italy.

La web tax potrebbe essere presto realtà in Italia. Il governo sta pensando di introdurre una misura che vada nella direzione di stangare le multinazionali che offrono servizi su internet e i cui profitti non sono stati ad oggi tassati nelle economie in cui sono maturati. L’ipotesi maggiormente in voga consisterebbe nell’imporre un’aliquota dell’8% sul fatturato prodotto in Italia.

Il provvedimento sarebbe in linea con le richieste anche di altri stati europei, avanzate alla Commissione UE, ovvero di Francia, Germania e Spagna, oltre che dall’Italia, tutti desiderosi di arrivare a una qualche forma di tassazione sui giganti della Silicon Valley. (Leggi anche: Perché la web tax sarebbe un pessimo affare per gli utenti europei)

Eppure, la web tax sarebbe tutt’altro che facile da implementare. Ammettendo che si decida si colpirne il fatturato, sarebbe complicato riuscire a dimostrare quali siano stati i ricavi maturati da servizi non fisici nel nostro paese. Come si farebbe a sapere esattamente quanto avrebbe ricavato Google o Facebook in un dato anno in Italia? Paradossalmente, i collettori di “big data” sono privi di informazioni dettagliate sull’origine del proprio fatturato, né avrebbero alcuna convenienza a svelarne i numeri e renderli a disposizione dei governi.

La strada maestra, in ogni caso, proprio per le difficoltà riscontrate sarebbe quella di colpire i ricavi e non i profitti. Questi ultimi sarebbero ancora più complicati da dimostrare, dovendosi tenere conto dei costi di competenza sostenuti sul piano temporale e geografico. L’aliquota dell’8% sinora teorizzata non sarebbe, però, affatto di scarso impatto. Prendiamo Google. Nel 2016, ha registrato ricavi nel mondo per 90,3 miliardi di dollari, dai quali la società è stata in grado di ottenere profitti al lordo delle tasse per 24,2 miliardi. Facebook, invece, su un fatturato di 8,8 miliardi, ha maturato utili lordi per 4,6 miliardi. Ora, se si applicasse loro un’aliquota dell’8% sui rispettivi fatturati in Italia e supponendo che il margine ricavato nel nostro paese sia pressappoco uguale a quello totale, otteniamo che Google verrebbe tassato al 30% del suo utile lordo, Facebook a circa il 15%.

Si consideri che l’aliquota media pagata nel 2016 da questi due colossi è stata rispettivamente del 19% e 21%.

La stangata sarebbe per il made in Italy

Ora, soprattutto Google si vedrebbe stangato in Italia, arrivando a pagare un terzo di tasse in più sul suo fatturato locale di quanto non versi generalmente al fisco. Fossero società ordinarie, l’accresciuto peso della tassazione si tradurrebbe in un aumento dei prezzi dei prodotti e servizi offerti. Nel caso delle multinazionali della Silicon Valley operanti nel web, le cose stanno messe in maniera parzialmente diversa. I loro servizi sono essenzialmente gratuiti, anche se non tutti (si pensi a quelli di realtà come Apple o Microsoft), per cui come reagiranno Tim Cook e Mark Zuckerberg alla stangata fiscale in arrivo? Tagliando i costi e/o aumentando i ricavi, ovvero richiedendo tariffe più alte per quanti desiderano fare pubblicità sui loro siti (è la principale fonte dei ricavi per il mondo internet) e riducendo i margini in favore di chi beneficia degli introiti pubblicitari, ovvero quella sterminata giungla di siti carattere informativo e non, che vive di entrate pubblicitarie.

Una società italiana che volesse fare pubblicità su Google per farsi conoscere sul mercato domestico o anche internazionale potrebbe dovere pagare di più per mettersi in vetrina sul web, così come un sito di informazione, che derivasse le sue entrate con Adsense, potrebbe vedersi costretto ad accontentarsi di entrate meno cospicue, a causa del taglio dei costi praticato da Mountain View. Alla fine, la web tax la pagherebbero i soliti noi, ovvero le imprese e gli utenti italiani. Rifuggite da quanti vi spiegano che l’imposta colpirebbe solo i guadagni dei giganti americani e che rimpinguerà le casse statali. A fronte di spiccioli per l’Erario, la botta per il made in Italy sarebbe non indifferente. (Leggi anche: Webtax in arrivo, cos’è e perché suscita dubbi)

 

 

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