La volatilità di Bitcoin resta alta, da febbraio potrebbe diminuire. E grossi movimenti a giorni

Il prezzo di Bitcoin oscilla parecchio quotidianamente, scendendo dai massimi toccati a inizio mese. Il trading forse sta per compiere un salto di qualità.

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Bitcoin, quotazioni verso nuovi rialzi?

Qual è la principale paura di chi investe sui mercati? La volatilità. Quando i prezzi variano troppo in troppo poco tempo, si rischia di rimetterci gran parte del capitale. E Bitcoin è maestro di volatilità, anche in questa fase di trend rialzista apparentemente quasi inarrestabile. Ad esempio, la “criptovaluta” toccava i suoi massimi storici nel corso della seduta dell’8 gennaio di quest’anno, quando arrivò a circa 41.500 dollari. Da allora, le quotazioni hanno ripiegato del 20%, scendendo ieri in area 33.150 dollari. In realtà, già l’11 gennaio scendevano fin sotto la soglia dei 30.000 dollari.

Questo dato tiene ancora oggi alla larga molti investitori retail. Ma bisogna chiedersi cosa vi sia a fondamento di tale volatilità. La risposta risiede nei bassi volumi di contrattazioni. Si stima che il 40% di tutti i Bitcoin sinora “estratti”, qualcosa come circa 250 miliardi di dollari di valore, sia in mano a un migliaio di account. E il 13% o 80 miliardi è posseduto da appena 100 account. In altre parole, il mercato della “criptovaluta” più popolare al mondo risulta ancora oggi eccessivamente concentrato.

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L’evento di febbraio

E cosa succede quando un asset è in mano a pochissime persone? Basta che pochissimi possessori decidano di vendere per impattare pesantemente sui prezzi in brevissimo tempo. Allo stesso modo, sono sufficienti pochi ordini di acquisto per farli esplodere, date le scarne dimensioni del flottante libero. Negli ultimi mesi, però, qualcosa sta cambiando. Sono diversi gli investitori istituzionali che stanno entrando su questo mercato, ampliandone la platea dei detentori, specie quelli stabili.

MicroStrategy ha rastrellato in poche settimane ben 70.000 Bitcoin, pari a 2,3 miliardi di dollari alle quotazioni di ieri.

Proprio la società terrà un summit virtuale sul “Bitcoin corporate strategy” nei prossimi 3 e 4 febbraio, al quale parteciperanno giganti del settore come Binance, Gemini e Coinbase. Sarà forse l’occasione per rilanciare gli acquisti tra gli istituzionali, rendendo la “criptovaluta” sempre più diffusa come forma sia di investimento che di pagamento?

Bitcoin non ha un valore intrinseco, così come accade per le monete fiat. Ma queste ultime lo derivano dal corso forzoso, vale a dire dall’obbligo imposto dalle autorità ai cittadini di accettare una data moneta (l’euro nell’Eurozona, il dollaro americano negli USA, la sterlina inglese nel Regno Unito, lo yen in Giappone, etc.) come pagamento e con il valore ivi indicato. Tuttavia, mentre di banconote e monete di metallo se ne possono rispettivamente stampare e coniare in quantità anche infinite, l’algoritmo che sta alla nascita della “criptovaluta” ne limita le emissioni a un massimo di 21 milioni di unità. Ad oggi, siamo arrivati a 18,61 milioni. In un certo senso, parliamo di una moneta digitale deflazionistica, cioè destinata a tutelare il potere di acquisto, a patto che vi siano flussi di acquisti costanti nel tempo.

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La scadenza di questo venerdì

Il principale rischio per Bitcoin è di natura legale, vale a dire che una più autorità statali decidano di vietarne l’utilizzo come metodo di pagamento o di bannarlo come asset d’investimento, adducendo problemi di trasparenza e l’assenza di un valore fondante alla base. Ad ogni modo, con l’ingresso crescente degli istituzionali su questo mercato, diventa sempre più remota l’ipotesi che le banche centrali e le autorità finanziarie vogliano andare allo scontro diretto con una massa di investimenti dal valore complessivo di 1.000 miliardi di dollari, incluse tutte le altre monete digitali.

Questo venerdì, 29 gennaio, arrivano a scadenza contratti di opzione su 107.000 Bitcoin, pari a un controvalore di circa 3,5 miliardi di dollari, mai così tanti nella storia della “criptovaluta” e circa il doppio rispetto alla scadenza di dicembre.

Le opzioni sono contratti che assegnano al titolare la facoltà, non l’obbligo, di esercitare il diritto di acquisto (call) o di vendita (put) relativo all’asset sottostante. La prevalenza di call option sulle put denota aspettative rialziste sui prezzi. In questa fase, le call sarebbero nettamente superiori alle put, segno che il mercato continuerebbe a credere nei Bitcoin, malgrado la discesa dai massimi toccati a inizio mese. Forse, il summit di inizio febbraio sarà l’occasione per verificare se, come nell’autunno scorso, potrà compiersi un nuovo salto di qualità in un mercato così ancora relativamente vergine per il grosso degli investitori professionali stessi.

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