La verità sui mutui in Italia, ecco cosa accade con il boom dello spread. Dobbiamo preoccuparci?

La verità sui mutui in Italia e il punto sul loro legame con lo spread. Vediamo cosa dobbiamo attenderci sul tasso fisso, variabile e sui prestiti futuri.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La verità sui mutui in Italia e il punto sul loro legame con lo spread. Vediamo cosa dobbiamo attenderci sul tasso fisso, variabile e sui prestiti futuri.

Lo spread BTp-Bund a 10 anni oggi ha sfondato la soglia dei 340 punti base e i nostri rendimenti decennali sono schizzati fino a un massimo del 3,81%, conseguenza delle tensioni tra Italia e Commissione europea sulla manovra di bilancio presentata dal governo Conte e che fissa un deficit al 2,4% per l’anno prossimo, 3 volte il target precedentemente concordato con l’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. L’impennata del differenziale di rendimento tra i titoli italiani e gli omologhi tedeschi sta creando apprensione tra le famiglie italiane, specie quelle che hanno contratto un mutuo per comprare casa o che si accingono a farlo, complice la disinformazione propinata a piene mani da certa stampa non sempre all’altezza di spiegare come stiano effettivamente le cose. Torniamo sull’argomento già affrontato nei mesi scorsi e iniziamo con una distinzione: tra chi ha già acceso un mutuo a tasso fisso, chi ne ha uno a tasso variabile e chi deve ancora accenderlo.

Mutui casa, tornano le surroghe e gli spread sul tasso fissano si azzerano

Partiamo dai primi: chi ha contratto un mutuo a tasso fisso non deve temere nulla in alcun caso. Se anche lo spread BTp-Bund esplodesse a 10.000 punti, non gli cambierebbe nulla. Continuerebbe a pagare esattamente lo stesso importo per le rate, in quanto queste non sono influenzate dalle variazioni dei tassi di mercato. E chi ha un mutuo a tasso variabile? Le rate, in questo caso, possono variare sulla base dei mutamenti avvenuti per i tassi a cui sono state agganciate per contratto. Essi sono quasi sempre l’Euribor (con scadenze da 1 a 12 mesi) e, in misura assai minore, i tassi di riferimento della BCE. Negli ultimi mesi, nonostante lo spread italiano sia aumentato di circa 200 punti base sulla scadenza a 10 anni, i tassi Euribor non hanno segnalato alcuna variazione, rimanendo ai minimi storici. E chiaramente, non avendo la BCE varato alcuna stretta monetaria, anche i tassi di riferimento per l’Eurozona sono rimasti invariati, per cui le rate dei mutui a tasso variabile hanno continuato a rimanere basse e in linea con i mesi precedenti.

Conseguenze sui mutui futuri

E per chi un mutuo lo deve ancora accendere? Per quanto visto sopra, non dovrebbero esservi problemi nemmeno per i futuri mutuatari, anche se il discorso qui sarebbe, almeno in linea teorica, un po’ più articolato. Lo spread alto, rispecchiando una lievitazione dei rendimenti sovrani italiani, innalzerebbe i costi sostenuti dalle banche per la raccolta del risparmio. Ad esempio, se un BTp a 2 anni mi offrisse lo 0%, non avrei ragione per acquistarlo e probabilmente lascerei i miei soldi in banca, magari su un conto corrente o deposito. Se, però, i titoli di stato iniziassero a rendere l’1-1,5% netto per un investimento di appena 2 anni, a fronte di tassi offerti dalle banche ancora azzerati, potrei iniziare a farci un pensierino. Ciò sposterebbe denaro dalle banche allo stato, con la conseguenza che i costi per le prime salirebbero e con essi anche i tassi applicati a prestiti e mutui. Dunque, il rischio principale per i futuri mutuatari consiste nel dovere sborsare di più per pagare le rate mensili. Attenzione, però, perché indifferentemente da quello che accadrà allo spread BTp-Bund, lo scenario di un aumento del costo del denaro porterà inevitabilmente a pagare di più di oggi per comprare casa a debito, visto che la BCe prima o poi dovrà aumentare i tassi e le condizioni monetarie si faranno nell’Eurozona più restrittive. Del resto, negli ultimi anni abbiamo goduto di condizioni mai così favorevoli.

L’ultimo report mensile dell’Abi, relativo a settembre, non ci segnala ancora, a dire il vero, alcuna variazione negativa per le banche sul fronte dei costi della raccolta, i quali al contrario toccano il nuovo minimo storico medio dello 0,71%, a conferma di come gli italiani non starebbero affatto spostando i loro risparmi verso i titoli di stato, anche se probabilmente inizieranno a farlo nei prossimi mesi, specie con l’eventuale lancio dei cosiddetti Cir, i Conti individuali di risparmio.

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I rischi potenziali

Dunque, stiamo parlando del nulla? Sempre in teoria, non proprio. Esistono due rischi, di cui uno a carico degli attuali mutui a tasso variabili e l’altro dei mutui ancora da accendere. Le banche italiane detengono BTp per un valore di 372 miliardi di euro, per cui una risalita dei loro rendimenti corrisponde a una diminuzione dei prezzi di mercato, con possibili contraccolpi negativi sui ratios patrimoniali degli istituti. Pertanto, questi potrebbero essere indotti a limitare i rischi e a detenere maggiore liquidità per rispondere alle richieste della Vigilanza, riducendo mutui e prestiti per famiglie e imprese. Se ciò accadesse, sarebbe più difficile ricevere denaro per comprare casa, un po’ come avvenne dal 2011 in poi, e probabilmente i tassi sui mutui futuri saliranno per la minore offerta disponibile.

Inoltre, se le tensioni sui BTp si riversassero sulle banche italiane e le controparti nell’Eurozona smettessero di prestare loro denaro per il timore che non dispongano liquidità sufficiente per restituirlo, i tassi Euribor salirebbero e con essi le rate del mutuo a tasso variabile. Fu terrificante quanto accadde con il crac di Lehman Brothers di 10 anni fa, quando le banche nel mondo smisero di prestarsi denaro e sul monetario i tassi esplosero, per cui dovettero intervenire le banche centrali ad evitare una crisi di liquidità, che avrebbe messo in ginocchio il sistema. Nulla di tutto questo sembra all’orizzonte, pur non volendo sottovalutare i rischi. Per come viene giornalmente aggiornato l’Euribor, poi, con l’esclusione del 15% dei prestiti erogati ai tassi più alti e più bassi nell’area, eventuali tensioni limitate non arriverebbero a mutare granché le condizioni da cui dipendono i mutui a tasso variabile. A volerla dire tutta, esisterebbe persino una conseguenza paradossale del boom dello spread BTp-Bund, ovvero che la BCE allontani la stretta sui tassi per evitare di accrescere i problemi in economie già in difficoltà, consentendo ai mutuatari a tasso variabile di continuare a pagare rate basse più a lungo.

Semmai, un altro spread andrebbe monitorato per capire se le banche italiane erogheranno effettivamente minori prestiti. Parliamo del differenziale tra i rendimenti a 10 e quelli a 2 anni dei BTp. Esso riflette la distanza tra i tassi a lungo e quelli a breve. Per le banche sarebbe opportuno che tale spread fosse sufficientemente elevato, visto che prendono a prestito a breve e prestano denaro a lungo. Pertanto, se la curva delle scadenze si appiattisse, per loro significherebbero costi di raccolta praticamente simili ai ricavi. I margini d’interesse ne risulterebbero compressi e sarebbe poco appetibile assumersi il rischio di erogare prestiti per realizzare guadagni minimi o persino nulli. Tuttavia, anche in questo caso vi tranquillizziamo: lo spread 10/2 anni viaggia ancora in area 180-190 punti base, doppiando quello tedesco e segnalandosi stabile in tutti questi mesi. Ciò significa che il mercato non starebbe scontando rischi effettivi per l’economia italiana, ma solo tensioni politiche con l’Europa. Per le banche, una doppia buona notizia: non sarebbe alle porte una recessione economica e non subirebbero un’erosione dei margini. Nessuno sconquasso in vista per il mercato dei mutui tricolore.

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia, Spread