La vergognosa riforma del MES con Camere in quarantena per Coronavirus

La riforma del Fondo salva-stati sarà votata dal Parlamento italiano il 16 marzo, nonostante la politica sia praticamente in quarantena per il Coronavirus. E' un rischio che il sistema Paese non può correre.

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La riforma del Fondo salva-stati sarà votata dal Parlamento italiano il 16 marzo, nonostante la politica sia praticamente in quarantena per il Coronavirus. E' un rischio che il sistema Paese non può correre.

Politica in quarantena per il Coronavirus, le stesse Camere del Parlamento funzionano in modalità emergenziale. I deputati si riuniscono straordinariamente a un massimo di 350-360 componenti per volta sui 630, grazie a un’intesa tra i gruppi per ridurre proporzionalmente i propri rappresentanti, escludendo del tutto quelli di provenienza del Centro-Nord, l’area sinora più colpita dall’epidemia. Eppure, in un momento così drammatico e delicato per l’Italia, il Parlamento si troverà a votare la riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) il prossimo lunedì, 16 marzo.

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Un passaggio così cruciale per la nostra posizione nell’Eurozona dovrebbe avvenire con una certa solennità, ovvero dopo un esame attento e nemmeno veloce del testo redatto da Bruxelles dai capi di stato e di governo dell’area. Invece, sta accadendo l’esatto contrario, che con un’opinione pubblica disinteressata per il momento a qualsiasi altro argomento all’infuori del Coronavirus, deputati e senatori dimezzati ancor prima che si celebri il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari si riuniscano per decidere sul futuro delle prossime generazioni.

Un sussulto di dignità nazionale imporrebbe la richiesta di un rinvio. Del resto, se come rassicurano i favorevoli alla riforma, essa non modifichi granché il testo già in vigore da anni, perché mai tutta questa fretta? La verità è che la riforma del MES non sarà così radicale come inizialmente ipotizzata, anche per effetto delle numerose critiche ricevute dall’Italia e quasi esclusivamente arrivate dalle opposizioni (il governo si era nei fatti già accordato su tutto), ma quei 4 articoli coinvolti dalla revisione rafforzeranno l’impalcatura dell’Eurozona su relazioni di credito-debito tra stati, come se questi fossero soggetti privati a tutti gli effetti.

La riforma del MES

Viene istituita una linea di “backstop” di 70 miliardi di euro a favore del Fondo di risoluzione delle banche, da utilizzare nei casi in cui le risorse private non si rivelassero sufficienti a garantire la sopravvivenza dell’istituto. Inoltre, le Clausole di Azione Collettiva diverrebbero più flessibili con riguardo ai processi di ristrutturazione del debito pubblico, prevedendo per i titoli emessi dal 2022 che l’ok venga avallato da un’unica votazione a maggioranza qualificata degli obbligazionisti, non da una doppia votazione com’è oggi (titolari di ciascuna emissione e titolari di tutte le emissioni).

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In teoria, CACs più morbide favorirebbero gli stati contro i grandi investitori istituzionali nei casi di rinegoziazione dei debiti, ma il solo approvarle lascia intendere ai mercati finanziari che meglio sarebbe prestare capitali agli stati fiscalmente più solidi e meno esposti al rischio sovrano, anziché a quelli come l’Italia, teoricamente più a rischio. In sostanza, la riforma crea le condizioni per “istituzionalizzare” lo spread. Ed è vero che, rispetto alle previsioni attuali, la richiesta di assistenza finanziaria non sarebbe più subordinata alla sottoscrizione di un memorandum d’intesa propriamente detto, bensì di una “lettera di intenti”, ma a parte che si tratta solo di cambiare le parole per renderle più accettabili tra le opinioni pubbliche, il punto è un altro: il MES diventerà sempre più come una polizza perversa, stipulando la quale si accresce il rischio di doverla utilizzare e la sua attivazione non arriverebbe certo gratis come lasciano supporre gli euro-entusiasti di maniera.

Il MES aiuterebbe solo gli stati con debiti sostenibili e la sostenibilità passerebbe per una ristrutturazione dei bond, cioè caricando le perdite sui creditori privati, tra cui le banche, le stesse che il fondo aiuterebbe dopo averle eventualmente colpite con un “haircut”, il taglio nominale dei titoli. E come il caso MPS (e non solo) dimostra, nemmeno gli aiuti alle banche verrebbero stanziati a cuor leggero, bensì dietro rigide condizionalità. In teoria, questa impalcatura di per sé non sarebbe oscena, nel senso che è normale che chi presta denaro debba accertarsi che questi venga utilizzato nel migliore dei modi e, soprattutto, che non finisca in un pozzo senza fondo. Ma gli stati appartenenti a una unione monetaria dovrebbero riflettere meglio se intendano trasformare definitivamente le loro relazioni politiche in esclusivamente creditorie, perché ne vale della fisionomia dell’Eurozona e dei singoli stati per i prossimi decenni.

I rischi per l’Italia

L’Italia, con un debito pubblico che si avvia a superare il 140% del pil con il Coronavirus, non può permettersi un dibattito scialbo, al pari di quello che si ebbe trenta anni fa sull’adesione all’euro. Rischiamo di ammanettarci mani e piedi a un organismo pseudo-tecnico, nei fatti controllato dai due azionisti forti (Germania e Francia), i quali baratterebbero ogni aiuto per avvantaggiarsi sul piano diplomatico, commerciale e industriale. Il MES ci eviterebbe la perdita di accesso ai mercati nei casi più disperati, ma a quale prezzo? Siamo sicuri che non sarebbe meglio fare i conti con il mercato e i suoi maggiori interessi richiesti per acquistare BTp, anziché riporre fiducia verso un organismo che ci offrirebbe un sollievo temporaneo, ma ipotecando la nostra sovranità definitivamente?

Comunque la si pensi, la riforma del MES non può essere approvata da un Parlamento in semi-quarantena, né da una politica distratta da un’emergenza nazionale come mai si era avuta nella storia post-bellica. Delegare eccessivamente a un governo, peraltro dimostratosi non all’altezza di gestire l’epidemia in tempi celeri e con piglio decisionista, sarebbe uno schiaffo allo stesso concetto di rappresentanza e ipotecherebbe il futuro dell’Italia per decenni e decenni. Come per l’euro. E in caso di bisogno, Coronavirus docet, saremmo sempre soli.

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