La vera eredità di Frau Merkel sarà la crisi dell’euro, la non leader ha disgregato l’Europa

Il deficit dell'Italia al 2,4% è solo l'ultima eredità di una mancanza di leadership della Germania, che sotto la cancelliera Angela Merkel ha provocato una disintegrazione dell'Eurozona.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il deficit dell'Italia al 2,4% è solo l'ultima eredità di una mancanza di leadership della Germania, che sotto la cancelliera Angela Merkel ha provocato una disintegrazione dell'Eurozona.

Lo spread BTp-Bund è salito stamane fino a 28 punti base, con i nostri titoli a 10 anni a rendere fino al 3,27%. Sono le prime reazioni degli investitori all’innalzamento del deficit-obiettivo al 2,4% del pil per i prossimi 3 anni. Era stato fissato allo 0,8% dal precedente esecutivo a guida Paolo Gentiloni, anche se in pochi ci avevano mai creduto. Tutti si aspettavano prima della nascita del governo giallo-verde, che sarebbe stato concordato con Bruxelles a metà strada tra il target di quest’anno e quello prossimo, ossia in area 1,2%. Nelle ultime settimane, i mercati avevano scommesso su un disavanzo vicino a quell’1,6% segnalato dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, attendendosi qualcosa attorno all’1,8-1,9%. E’ andata peggio, pur restando le emissioni nette di debito sotto il 3%, la percentuale massima consentita dal Patto di stabilità. L’Europa esce sconfitta e bisogna adesso vedere come si porrà dinnanzi alla manovra di bilancio che sconfessa la sua linea pro-austerità. Se la bocciasse, rispendendola a Roma, il governo potrebbe tentare la carta delle dimissioni per dare vita a una campagna elettorale incendiaria contro i commissari. Sarebbe una catastrofe per tutti. D’altra parte, se accettasse senza fiatare, gli stessi Lega e Movimento 5 Stelle potrebbero dire agli italiani che hanno avuto ragione ad alzare la voce. All’estero, i cittadini sentiranno e si consegneranno in misura ancora maggiore ai movimenti euro-scettici.

Più deficit in manovra, non grazie a Tria: Merkel e Macron in caduta libera sono nostri alleati

E’ il peggiore scenario che potesse capitare alla UE a pochi mesi dal rinnovo dell’Europarlamento. Il tracollo dei partiti tradizionali è sotto gli occhi di tutti e per quanto possiamo scervellarci in analisi socio-politiche ed economiche, la vera causa di questo sfacelo ha un nome e pure un cognome: Angela Merkel. La cancelliera è in caduta libera non solo nei sondaggi, ma persino in termini di credibilità in patria e all’estero, colpita da una sindrome, ricorda oggi il quotidiano Handelsblatt, che ha colpito tutti gli 8 suoi predecessori, cioè quella di considerarsi insostituibile negli anni finali del mandato, non riuscendo a fare un passo indietro per lasciare ad altri la guida della prima economia europea. Martedì, la cancelliera non è stata in grado di fare eleggere capogruppo del suo partito un fedelissimo, battuto da un candidato nemmeno troppo noto all’opinione pubblica. Il segno di una leadership in declino, che ogni giorno affoga tra passi falsi e gaffe. Il 58% dei tedeschi, stando a un sondaggio, sarebbe oggi insoddisfatto dei primi 6 mesi del nuovo governo.

L’unica specialità della Merkel? Temporeggiare

Fossero stati questi mesi il problema, sarebbe tutto sommato comprensibile. Ma Frau Merkel è al potere sin dal 2005, un’altra era. Quell’anno, in Francia avevamo ancora Jacques Chirac, in Italia Silvio Berlusconi, in Spagna Luis Zapatero, nel Regno Unito Tony Blair e alla Casa Bianca ci stava George W.Bush. Da allora, il mondo è cambiato ed è stato messo a dura prova dalla crisi finanziaria del 2008, esplosa proprio a ridosso della scadenza del primo mandato di Mutti, come viene definita la cancelliera in patria. Ed è qui che la prima donna a capo di un governo tedesco ha dimostrato di non essere all’altezza della situazione, anche se per anni è stata più che capace di fingere il contrario. Quando la Grecia a inizio 2010 svelò che il suo deficit reale fosse sopra il 15%, anziché pensare a un piano immediato per salvarla e mettere in sicurezza l’euro, Berlino tentennò e perse tempo prezioso per recriminare sulle bugie di Atene e solo su pressione di Nicolas Sarkozy, che arrivò a minacciare l’uscita dall’euro della Francia, accettò di stanziare aiuti.

Piani di salvataggio furono varati successivamente anche in favore di Irlanda e Portogallo, ma in tutti i casi si mostrarono improvvisati e, soprattutto, studiati rigidamente, cosa che è finita per accrescere le divisioni politiche nell’area tra nord e sud. L’Italia e la Spagna furono anch’esse colpite dai mercati finanziari per il timore che collassasse l’euro, ma anziché capire che si trattasse di una crisi di sfiducia verso l’euro, la Germania merkeliana pretese una cura da cavallo per Roma, in particolare, con gli esiti disastrosi sul piano economico e politico che sappiamo. Quella che sarebbe stata una crisi gestibile nel nostro Paese, si trasformò in una depressione e da membro fondatore della UE e fortemente europeista, l’Italia è diventata terreno fertile per l’euro-scetticismo, con la nascita clamorosa a inizio giugno del primo governo anti-establishment.

A fronte di tanti errori compiuti per salvare le economie in crisi, nessun passo in avanti è stato compiuto per rendere solida la costruzione dell’euro. Quella unione politica da tanti richiesta, da ultimo il presidente francese Emmanuel Macron, non solo non è stata mai presa seriamente in considerazione dalla Germania, ma pare quasi un capitolo accantonato. Essa passerebbe per la crescente condivisione dei rischi sovrani e bancari, necessaria per molti per fare dell’euro una moneta percepita realmente come unica agli occhi dei mercati. Berlino contrappone interessi nazionali legittimi alla temuta “Schuldenunion” (unione di debiti), sostenendo che prima di parlare di mutualizzazione dei rischi (e degli oneri), bisognerebbe minimizzarli. Come? Fiscal Compact per tutti e abbattimento accelerato dei crediti deteriorati delle banche. Misure in sé molto ragionevoli, ma che cozzano con l’esigenza di fornire risposte pratiche immediate ai cittadini dell’area, parte rilevante dei quali vive in condizioni di sofferenza per il cattivo funzionamento dell’unione monetaria, oltre che per specifiche criticità nazionali.

La stella di Macron si è già eclissata, Frau Merkel è finita e l’Europa non ha una guida

La non leader Merkel

La Germania ha rinviato sempre alle calende greche ogni discussione sulla maggiore integrazione nell’Eurozona, finendo con l’indebolire la posizione di chi, anche in Italia, aveva investito il proprio capitale politico sullo scambio tra riforme economiche e riforma dell’Eurozona. Non si possono realisticamente attendere anni e anni ad aspettare risposte da chi fa orecchie da mercante e nel frattempo pretendere che i cittadini-elettori continuino ad accettare aumenti di tasse e tagli alla spesa senza alcun risultato positivo apprezzabile per le proprie vite. L’euro è diventato nella percezione di larga parte dell’opinione pubblica una gabbia, una presa in giro per tanti, persino uno strumento di oppressione ai danni delle economie più deboli. Giusto o sbagliato, così stanno le cose. E la reazione della Merkel, leader di fatto di un’Europa capeggiata da tanti nani politici, è stata miope, anzi un boomerang. Imporre la sola ricetta dell’austerità fiscale e non avallare strumenti per evitare che stati diversi con la stessa moneta continuino a pagare rendimenti eccessivamente diversi per emettere debito ha del ridicolo.

Come si può pensare che l’Italia paghi i suoi decennali il 3% e la Germania solo dello 0,5%, pur essendo emessi i titoli di entrambe in euro? Non è grottesco che si parli di spread tra paesi che appartengono alla stessa unione monetaria e che l’unico messaggio che la non leader è stata capace di lanciare ai mercati è stato in questi 10 anni che ciascuno debba arrangiarsi da solo e pensare per sé? Se è accertato che l’Italia, ad esempio, ha seguito la strada della disciplina fiscale più di tanti altri stati dell’area, perché mai dovremmo accettare di restare sul banco degli imputati dei mercati, a causa della sfiducia che gli investitori nutrono sull’integrità dell’euro? La Merkel non ragiona né da leader e né tanto meno da politico lungimirante, bensì da tecnocrate. Ritiene che sia possibile vendere a centinaia di milioni di europei la prospettiva di meccanismi di condivisione, alias di trasferimento della ricchezza in favore degli stati più deboli, tra non meno di un paio di decenni, pretendendo che nel frattempo questi accettino passivamente di sottostare alle politiche propinate dalla Commissione a trazione tedesca. Ora che Mutti è diventata ragione di imbarazzo anche in patria, molti del suo stesso partito la stanno mollando, timorosi di essere scavalcati a destra dagli euro-scettici. E quando prima o poi trascorrerà il suo ultimo giorno alla cancelleria, avrà modo di capire forse che in eredità lascerà una Germania economicamente in splendida salute, ma un’Europa del tutto disintegrata, con un euro meno sicuro che mai e un malcontento diffuso anche sul piano politico verso chi lo gestisce. Frau Merkel è stata la cancelliera sbagliata nel momento sbagliato, forse sarebbe stata più appropriata per governare l’Europa in tempi ordinari.

La spy story in Germania indebolisce ancora di più il governo Merkel e gli euro-scettici volano

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Crisi Euro, Crisi Eurozona, Economia Europa, Germania