La “vendetta” di Salvini contro la Confindustria politicizzata di Boccia

Matteo Salvini fa tremare Confindustria, che rischia adesso di perdere una barca di soldi e iscritti. Ecco la vendetta del leader della Lega contro il presidente "renziano" Vincenzo Boccia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Matteo Salvini fa tremare Confindustria, che rischia adesso di perdere una barca di soldi e iscritti. Ecco la vendetta del leader della Lega contro il presidente

Il governo giallo-verde potrebbe rendere presto il benservito a Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, schieratosi in favore del referendum costituzionale del dicembre 2016 e che, in carica da due anni, ha portato l’organizzazione su posizioni politiche definite e tutte nel solco del renzismo e del PD. Basti pensare che alla vigilia dell’appuntamento referendario, l’ufficio studi di Viale dell’Astronomia fece uscire previsioni da incubo sull’economia italiana, che a suo dire sarebbe entrata in recessione per un triennio, nel caso in cui le riforme istituzionali del governo Renzi non fossero state approvate dai cittadini. E, invece, furono bocciate con il 60% dei voti, ma l’economia italiana ebbe nel 2017 il suo anno migliore nell’ultimo decennio. Dunque, scommessa politica persa e credibilità pure. Stesso film prima delle elezioni politiche: era la fine di gennaio, quando sempre l’ufficio studi di Confindustria invitava gli italiana a votare bene, altrimenti vi sarebbero stati scenari dal devastante al negativo, mentre solo premiando la coalizione europeista (il PD) la ripresa economica sarebbe proseguita.

Confindustria torna a fare politica e sulla ripresa avverte: votate bene!

E mentre Boccia ha trovato il modo per fare campagna elettorale in favore di uno schieramento politico, il quotidiano controllato dall’organizzazione, Il Sole 24 Ore, sprofondava in un mare di debiti e tra indagini dei magistrati per presunti abbonamenti fake, certamente in una crisi di vendite profonda, a riprova di come la linea editoriale imposta ai giornalisti sia stata e resti a tutt’oggi lontana dalle richieste del mercato.

C’è una ragione per cui il presidente di Confindustria si è trasformato in un ventriloquo dei governi a marchio PD: le aziende partecipate. Lo stato controlla, infatti, decine di colossi formalmente privati, ma di fatto facenti capo al Tesoro. Tra questi, abbiamo ENI, Enel, Cassa depositi e prestiti, Poste Italiane, Leonardo, Ferrovie dello Stato, Trenitalia, Saipem, etc. Parliamo di società, i cui dirigenti vengono nominati sostanzialmente dai governi di turno e che facendo parte di Confindustria, finiscono per incidere in misura determinante sull’elezione degli organi sociali. In altre parole, assistiamo al paradosso per cui gli imprenditori verrebbero rappresentati non da chi tuteli effettivamente i loro interessi, bensì da personalità legate alla politica, a cui devono la loro elezione. Un corto circuito, che sta provocando da anni l’emorragia di iscritti, molti dei quali hanno deciso a suo tempo già di uscire dall’organizzazione, trovandola arida, priva di effettiva capacità di rappresentanza e onerosa. Si pensi a Fiat, che con l’ad Sergio Marchionne non fa parte più da anni di Confindustria, in polemica con l’inutilità del farvi parte, anzi con la rigidità dei modelli relazionali e contrattuali imposti agli scritti.

Il decreto del governo

Adesso, si vocifera che il ministro dell’Interno e vice-premier Matteo Salvini vorrebbe far emanare dal governo un decreto con cui imporre alle società partecipate l’uscita da Confindustria. Se l’indiscrezione trovasse conferma, sarebbe un big bang per Boccia, il quale si ritroverebbe in crisi profonda di iscritti e di entrate. I contributi associativi nel 2017 hanno ammontato a quasi 36 milioni di euro, il doppio del costo per il personale. Prima della crisi, superavano i 50 milioni e ammontavano a oltre 7 milioni in più dei costi. Anche a causa della ricapitalizzazione necessaria de Il Sole, lo scorso anno i conti hanno chiuso in rosso di quasi 700.000 euro. Formalmente, il numero delle imprese associate è cresciuto di un terzo rispetto al 2002, attestandosi a oltre 150.000 unità. Tuttavia, c’è ben poco da rallegrarsi, perché il grosso dei contributi viene versato dalle grandi imprese, molte delle quali in fuga. E se anche le grandi partecipate statali andassero via, sarebbe un grosso danno finanziario per Confindustria.

La crisi de Il Sole 24 Ore segna la caduta di Confindustria e il flop di Boccia

Peggio ancora, se anche diversi colossi privati seguissero l’esempio, abbandonando Viale dell’Astronomia al suo destino. E il vero rischio riguarderebbe forse perlopiù le piccole imprese private, sulle quale si abbatterebbero i maggiori oneri derivanti dalla necessità di ripartire le spese tra un numero più basso di iscritti. Insomma, un terremoto che travolgerebbe l’organizzazione, la cui componente giovanile, non più tardi di alcuni giorni fa, continuava ad attaccare il governo in carica, contrastando persino l’ipotesi della flat tax, la quale sarebbe pure favorevole al mondo delle imprese e all’economia italiana, in generale. E non sarebbe necessario nemmeno un decreto del governo, se bastasse la sola pressione del Tesoro sui cda per ottenere il ritiro da Confindustria. Insomma, siamo a una resa dei conti storica tra il nuovo assetto politico e l’establishment economico nazionale.

In teoria, il governo Conte potrebbe perseguire un’altra strategia, ovvero utilizzare le nomine nelle partecipate per rivoluzionare i vertici di Confindustria. Da qui a due anni, quasi 350 dirigenti verranno sostituiti nei cda e le società da loro guidate avrebbero il potere di incidere sulla successione di Boccia nel 2020. In quel caso, Salvini otterrebbe il risultato di avere un’organizzazione a sé vicina, quanto meno non ostile. Per quello, servirebbe tempo, mentre già con un decreto, per quanto contestabile anche sul piano giuridico, avrebbe modo di regolare i conti subito.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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