La vaccinazione anti-Covid in Italia frena, in Germania accelera. Potrebbe salvarci Johnson&Johnson

Fino a pochi giorni fa, eravamo nella parte alta delle classifiche europee sulle somministrazioni di dosi del vaccino anti-Covid rispetto alla popolazione, nettamente davanti alla Francia e persino all’efficiente Germania. Adesso, la Spagna ci ha superati e i tedeschi ci hanno raggiunto. Negli ultimi giorni, infatti, le vaccinazioni nel nostro Paese stanno rallentando il passo. […]

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Vaccino anti-Covid in frenata in Italia

Fino a pochi giorni fa, eravamo nella parte alta delle classifiche europee sulle somministrazioni di dosi del vaccino anti-Covid rispetto alla popolazione, nettamente davanti alla Francia e persino all’efficiente Germania. Adesso, la Spagna ci ha superati e i tedeschi ci hanno raggiunto. Negli ultimi giorni, infatti, le vaccinazioni nel nostro Paese stanno rallentando il passo. Si è passati da una media di gennaio di quasi 56.000 somministrazioni quotidiane a una di neanche 37.800, quasi un terzo in meno. In Germania, al contrario stanno accelerando da quasi 66.700 a quasi 85.000 (+27%).

L’Italia ha dovuto tirare il freno a mano dopo che Pfizer ha comunicato il taglio delle forniture, seguita da AstraZeneca. Le dosi che entro marzo avremmo dovuto avere a disposizione quasi si dimezzeranno, passando da 28 a 15 milioni. Potranno vaccinarsi fino a un massimo di 7,5 milioni di persone, considerati i richiami necessari. Con questi numeri, da qui ai prossimi due mesi saranno coperti solamente gli operatori socio-sanitari, gli anziani ospiti nelle RSA, gli over 80 e neppure il 10% della popolazione di età compresa tra i 60 e i 79 anni.

La fascia degli over 60 rientra tra quelle a rischio, data la più alta incidenza della mortalità nel caso di contrazione del Covid-19. Eppure, dovrà attendere verosimilmente la primavera per essere vaccinata. Una brutta notizia per i diretti interessati, così come anche per i 7,4 milioni di quanti risultino affetti da patologie e, in ultima analisi, per l’intera economia italiana. Fino a quando almeno la fascia più a rischio non sarà stata messa in sicurezza, le restrizioni alle attività non potranno essere ritirate del tutto. E poiché questa è la musica che si sta suonando anche nel resto dell’Unione Europea, rischiamo una seconda stagione estiva senza turismo internazionale o con presenze straniere molto ridotte.

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La speranza si chiama Johnson & Johnson

In questo scenario poco rassicurante, c’è l’aggravante della crisi di governo. Per quanto la macchina delle vaccinazioni non sia guidata dalla politica in prima persona e possa andare avanti da sola per un po’, a Palazzo Chigi regnano ben altri pensieri che non di fornire input alle regioni e al personale sanitario su come proseguire la marcia delle somministrazioni. In un certo senso, questi stanno arrangiandosi da soli in questi giorni, di fatto limitandosi a utilizzare non più dei due terzi delle dosi ricevute, così da disporre di quelle necessarie per i richiami. Essi vanno effettuati dopo 21 giorni e nei fatti sono già iniziati, con oltre 100 mila persone che già possono dichiararsi del tutto vaccinate.

Ma la nostra salvezza si chiamerebbe Johnson & Johnson. Da qui a qualche settimana dovrebbe ricevere il via libera della Food & Drug Administration negli USA. A quel punto, la documentazione passerà all’EMA, l’authority europea. Se tutto andasse per il verso giusto, l’Unione Europea inizierebbe a ricevere da aprile in poi le 400 milioni di dosi prenotate (200 milioni nel caso di vaccino mono-dose), di cui quasi 54 milioni per l’Italia in tutto l’anno (27 milioni con il mono-dose).

A differenza dei vaccini di Pfizer, Moderna e AstraZeneca, quello di J&J contro il Covid è mono-dose. Per la macchina organizzativa sarebbe un enorme risparmio di tempo ed energie, in attesa di capire quale sia il tasso di efficacia e, quindi, per quali categorie andrebbe somministrato. Teniamo conto che solamente tra aprile e giugno l’Italia riceverebbe 7,4 milioni di dosi (il doppio, nel caso di doppia dose necessaria), corrispondenti ad altrettanti milioni di vaccinati. Certo, eventualmente il problema sarebbe la nostra capacità di accelerare decisamente il passo rispetto a queste settimane. Solo le dosi di J&J imporrebbero al nostro Paese di effettuare oltre 80 mila somministrazioni al giorno, una volta e mezza la media di gennaio.

Il pessimismo la fa da padrone nel governo, se è vero che il commissario all’emergenza Covid, Domenico Arcuri, ha rinviato dall’autunno di quest’anno al primo trimestre del 2022 l’obiettivo della copertura vaccinale all’80% della popolazione. Male per la salute pubblica e per l’economia italiana. Le riaperture si rendono ormai urgenti per evitare il crac di interni comparti produttivi, dai bar ai ristoranti, dalle palestre ai cinema, passando per l’intrattenimento e fino ad arrivare alla filiera agro-alimentare, in profonda sofferenza per via del suo legame con la ristorazione. D’altra parte, bisognerà fare di tutto per azzerare auspicabilmente i tassi di mortalità del Covid, cosa che implica vaccinazioni a tappeto almeno per tutti gli over 60, se non 50. Con la speranza che le varianti non si mettano di traverso e ci regalino qualche sgradita sorpresa.

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