La UEFA studia una tassa sul lusso a carico dei club di calcio più ricchi

Aleksander Ceferin, presidente UEFA, propone di imporre una "luxury tax" sulle grosse società di calcio europee. Vediamo perché e se la soluzione sia quella giusta.

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Aleksander Ceferin, presidente UEFA, propone di imporre una

Archiviata la stagione 2019/2020 anche per la Champions League, il mondo del calcio s’interroga sul futuro. E lo fa quando ancora l’emergenza Covid-19 è tutt’altro che cessata, con stadi che abbiamo visto senza tifosi fino alla finale di Lisbona di domenica scorsa. Ma non c’è solo la pandemia ad occupare i pensieri della UEFA, perché in tutti i principali campionati si nota ormai da anni una forte restrizione della competizione e alla lunga ciò sta portando a una progressiva perdita di interesse tra i tifosi, con prospettive tendenzialmente negative per il fatturato. Se in Serie A la Juventus ha conquistato tutti gli ultimi 9 scudetti, in Bundesliga il dominio lo ha il Bayern Monaco, vincitore fresco di Champions. La Liga vede l’alternarsi ormai stanco quasi esclusivamente tra Real Madrid e Barcellona, mentre la Ligue 1 è praticamente in mano al PSG. Più animata la Premier League, dove i soldi fanno, comunque, la differenza.

E così, il presidente UEFA, Aleksander Ceferin, nei giorni scorsi ha lanciato l’idea di una cosiddetta “luxury tax” o letteralmente “tassa sul lusso”, sostenendo che il solo “Fair Play Finanziario” (FPF) non sembra bastare per garantire un minimo equilibrio nelle competizioni tra club. Da qui, l’ipotesi di tassare le società che effettuano grossi acquisti, così da redistribuire parte dei proventi a favore dei club minori.

In altre parole, la UEFA studierebbe il modo di stangare le principali società, magari sul presupposto del superamento di un certo livello di spesa per gli stipendi. In teoria, questa iniziativa disincentiverebbe le società a spendere eccessivamente per accaparrarsi i giocatori e al contempo mitigherebbe i prezzi del calciomercato, rendendoli più alla portata delle squadre anche con minore fatturato, alle quali fluirebbe l’incasso del gettito.

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Dal Fair Play Finanziario alla tassa sui big

Da oltre un decennio, la stessa UEFA impone alle squadre di calcio europee di rispettare alcuni paletti minimi con il FPF, tra cui un tetto massimo al deficit di bilancio, che nella media triennale non deve superare i 30 milioni di euro. Non sono nemmeno ammesse ricapitalizzazioni della proprietà ai fini del calciomercato. La logica sembra più che corretta: le società devono comportarsi responsabilmente, così come le tutte le altre imprese. Non sono un giocattolo in mano a qualche magnate per ostentare la propria ricchezza, per cui devono perseguire equilibri economico-finanziari e patrimoniali.

Queste regole non stanno impedendo, tuttavia, una concentrazione della ricchezza in mano a pochi, coloro che essendo gli unici in grado di fare calciomercato a certi livelli, si ritrovano in rosa i giocatori più forti e raggiungono sempre i migliori risultati sportivi, lasciando agli altri le briciole. Ma perché mai questa forma di redistribuzione dovrebbe portare a esiti diversi di quelli sin qui ottenuti con il FPF? In fondo, la distanza siderale tra grandi e piccoli deriva da una diversa attenzione del mercato. I primi godono di visibilità e pubblico, per questo possono confidare su diritti TV più elevati, un merchandising sviluppato e sponsorizzazioni molto più remunerative. I secondi dipendono essenzialmente dalla capacità dei primi di generare fatturato sufficiente per l’intero campionato e già oggi beneficiano di meccanismi di redistribuzione dei diritti TV a loro favorevoli. Non sarà una tassa a riportare a maggiore equilibrio i campionati, anche perché lo stesso Ceferin ammette che ci vorrà del tempo per metterla in pratica, ammesso che si troverà un accordo in tal senso.

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