UE, ok a flessibilità per l’Italia, ma c’è poco da gioire: ecco perché non ci boccia

La UE non boccerà domani i conti pubblici italiani e a malincuore ci concederà l'ennesima flessibilità richiesta dal governo Renzi. Ecco perché e cosa c'è in gioco.

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La UE non boccerà domani i conti pubblici italiani e a malincuore ci concederà l'ennesima flessibilità richiesta dal governo Renzi. Ecco perché e cosa c'è in gioco.

Domani arriva il giorno del giudizio per i conti pubblici italiani, ma con l’avvicinarsi dell’appuntamento, la tensione a Roma va scemando. Dalle indiscrezioni emerge che la Commissione europea dovrebbe approvare con riserva la legge di stabilità del governo Renzi, dopo avere rinviato di sei mesi il voto finale. Lo stesso ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è apparso nei giorni scorsi sinceramente sereno sul punto, avendo trattato in prima persona con i funzionari di Bruxelles sulle richieste di flessibilità dell’Italia.

Partiamo da cosa c’è in gioco: il nostro governo chiede alla UE di non conteggiare tra il deficit i 3 miliardi di spesa per sostenere l’emergenza immigrazione e che sono stati stanziati per quest’anno. La richiesta, dopo più di un mugugno, dovrebbe certamente essere approvata, anche perché altrimenti l’Italia farebbe ancora in tempo a bloccare l’erogazione degli aiuti alla Turchia per la gestione dei 2 milioni di profughi ammassati alle sue frontiere e questo sarebbe un terribile boomerang per Bruxelles.

Flessibilità su conti pubblici sarà concessa

Ma il nostro paese dovrebbe usufruire di criteri più elastici anche nel perseguire un target del deficit più elevato di quello desiderato dalla UE e che era già stato concordato con l’Europa: il 2,3% del pil contro l’1,8%. In realtà, secondo i commissari dovrebbe attestarsi fino al 2,4%, lievemente al di sopra di quello previsto dal governo Renzi. La concessione di nuova flessibilità è possibile formalmente per effettuare investimenti a sostegno della crescita nel medio-lungo termine, in relazione al varo di riforme strutturali e per affrontare determinate emergenze, tra cui quella dell’immigrazione. L’Italia, essendo uscita finalmente dalla recessione, non può accampare come scusante quella della congiuntura, anche se rimane molto debole. Un deficit più elevato, ma nei limiti del 3% del pil, è possibile per una delle suddette ragioni. E Roma si è impegnata formalmente a varare nuove riforme, quando sono in via di approvazione definitiva quelle sulla Costituzione, nonché a sostenere gli investimenti, come quelli sulla ricerca (gli stanziamenti risalgono all’era Letta) e la fibra ottica.

     

Richiamo informale a fare di più su debito Italia

Domani, la Commissione ci dirà che la legge di stabilità va complessivamente bene, ma che il nostro paese presenta ancora squilibri eccessivi sul fronte del debito pubblico, che resta in rapporto al pil il secondo più alto di tutta la UE dopo la Grecia, a un soffio dal 133%. Peggio: a differenza di quanto sostenuto dal governo italiano, i commissari ritengono che esso continuerà a salire in percentuale anche quest’anno, seppur di pochissimo. Ci sarà un richiamo informale, o meglio, un invito a fare di più per dimagrire il peso dell’indebitamento pubblico, ma nulla di seriamente preoccupante. E’ come quando a scuola, pur in presenza di un voto appena sufficiente nel compito in classe, l’insegnante ci inviti a studiare di più, sennò la prossima volta si rischia la matita rossa. Lo studente risponderà con un “promesso, prof”, così come Matteo Renzi replicherà (via Twitter?) con un formale “faremo di più e meglio”. La verità è che il giudizio della Commissione a guida Jean-Claude Juncker non sarà tecnico, bensì politico. Lo hanno capito mesi fa i tedeschi, quando hanno iniziato a chiedere a Bruxelles l’istituzione di un “super-commissario” alle Finanze con compiti di monitoraggio dei conti pubblici nazionali e improntato a un’analisi tecnica e non politicizzata dei bilanci, affiancato da un’authority indipendente. Berlino ha girato il coltello nella ferita, quando ha fatto sapere al presidente di non essere affatto soddisfatta della politica a dir poco generosa nei confronti di Italia e Francia, che in barba ai sacrifici compiuti da altri paesi continuerebbero a non rispettare i parametri fiscali loro assegnati, finendo per frustrare le aspettative della UE e di indebolire la credibilità del Patto di stabilità e di altri trattati, come il Fiscal Compact, in vigore dall’anno prossimo.      

L’assenza di alternative a Renzi per i commissari

La Commissione da un lato ha difeso ad oggi a spada tratta la sua autonomia dalle ingerenze esterne, dall’altra ha ben chiara l’assenza di alternative alla sua condotta attuale.

L’Italia non potrà essere bocciata domani, nonostante vi sarebbero tutti i presupposti formali. Perché? Perché questo indebolirebbe ulteriormente la posizione del governo Renzi, già in affanno sul piano interno. E contro l’attuale esecutivo sono presenti in Parlamento forze politiche tutte più euro-scettiche del PD, dalla Lega Nord al Movimento 5 Stelle, passando per Fratelli d’Italia e Forza Italia. Caduto Renzi – questo è il ragionamento dei commissari – non ci sarà di meglio dal loro punto di vista. Meglio sarebbe allora chiudere un occhio su qualche miliardo di deficit in più, anziché rischiare di trovarsi al governo una forza o una coalizione euro-scettica, che non avrebbe timore a mandare la UE a quel paese, sfidandola apertamente sui tutti i dossier delicati di questi anni.

Troppi problemi già nella UE

C’è anche una ragione forse ancora più preoccupante per spiegare la “benevolenza” europea. La UE è oberata da molti problemi seri: emergenza profughi in Grecia e immigrazione in Italia e nel resto d’Europa, il rischio di una fine dell’area Schengen, la ripresa economica incerta, la Brexit, la Grecia sempre moribonda, l’euro-scetticismo montante praticamente in tutti i paesi europei, la crisi politica spagnola. Sarebbe difficile affrontarli anche con tutta la massima unità auspicabile tra i paesi membri (che non c’è!), ma se a questi aggiungessimo anche quello di un richiamo formale all’Italia sul debito, il rischio di un’implosione politica del Vecchio Continente diverrebbe elevatissimo e la conseguenza immediata sarebbe anche il ritorno delle tensioni finanziarie sui mercati. Segnalare agli investitori che oltre alla Grecia, anche l’Italia ha un problema di debito eccessivo, potrebbe dare il via a un nuovo attacco contro la periferia dell’Eurozona. E a quel punto il governatore della BCE, Mario Draghi, dovrebbe davvero trasformarsi nel Mago Zurlì per inventarsi qualcos’altro, avendo già azionato tutte le stamperie esistenti a Francoforte.  

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