La UE allenta le sanzioni contro Lukashenko, rendimenti sovrani ai minimi da 10 mesi

Tensioni finanziarie meno forti in Bielorussia negli ultimi mesi. E la UE allenta le sanzioni contro il regime di Lukashenko.

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Tensioni finanziarie meno forti in Bielorussia negli ultimi mesi. E la UE allenta le sanzioni contro il regime di Lukashenko.

Quello che l’allora segretario di Stato USA, Condoreeza Rice, definì nel 2005 “l’ultimo dittatore d’Europa”, il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, è fresco della sua quinta vittoria consecutiva, che questo mese gli ha assegnato con l’83,5% dei voti un ennesimo mandato, a distanza di 21 anni dal suo arrivo al potere a Minsk. La storia post-sovietica della Bielorussia coincide nei fatti con quella di Lukashenko, che ieri ha potuto beneficiare dell’allentamento delle sanzioni UE contro il suo paese, in cambio del rilascio di alcuni prigionieri politici. Una buona notizia per gli investitori, che stanno assistendo a una forte riduzione delle tensioni finanziarie, che all’inizio dell’anno avevano spinto oltre il 20% i rendimenti del bond con scadenza il 26 gennaio del 2018. Al momento, esso rende il 7,35%, il livello più basso dall’inizio del 2015.

Crisi Bielorussia non finita

L’economia bielorussa è in crisi. Quest’anno, il suo pil dovrebbe arretrare del 4,4%, mentre il rublo è crollato in un anno di quasi  il 38%, in seguito alla crisi del settore petrolifero, dato che il paese è specializzato nella vendita dei prodotti importati dalla vicina Russia. Nei fatti, il premio richiesto per detenere i suoi bond in dollari è oggi un decimo di quello di gennaio, ovvero pari a circa 140 punti base, in relazione ai rendimenti delle altre economie emergenti. Il presidente sta negoziando con la Russia e l’FMI un prestito da 3 miliardi di dollari, mentre l’anno prossimo dovrebbe rastrellare sul mercato un altro miliardo, attraverso l’emissione di un bond in euro. E già può contare sul sostegno della Cina per altri 7 miliardi. L’allentamento delle sanzioni europee non implicano la fine della crisi bielorussa, una delle economie più stataliste al mondo.

Il governatore della banca centrale, Pavel Kallaur, ammette di richiedere da tempo riforme strutturali per rendere più flessibile ed efficiente il paese e accelerarne il ritmo di crescita. Se ben l’80% dei bielorussi la penserebbe come lui, la metà di questi vorrebbe, però, che il controllo dello stato sull’economia fosse più forte.  

Rendimenti Bielorussia tornano ai livelli di dicembre 2014

Ma il crollo dei rendimenti sovrani in dollari, nonostante un’inflazione a 2 cifre, il collasso del rublo locale e la recessione in corso, si devono anche all’abilità politica di Lukashenko di tenersi stretti l’Occidente da una parte e la Russia dall’altra. Minsk ha recitato un ruolo importante nell’accordo tra Mosca e Kiev per il cessate il fuoco, anche perché il presidente bielorusso, pur essendo amico di Vladimir Putin, non vorrebbe fare la fine di Viktor Yanukovich, il collega ucraino, travolto all’inizio del 2014 da un’ondata di proteste anti-russe. Basta questo atteggiamento per essere spronati ad investire sul mercato bielorusso? Chiaramente, no. Alla fine del 2014, alcune misure draconiane furono introdotte nel paese per contrastare il rischio di iper-inflazione, con penetranti controlli sui capitali, spia di una mentalità molto distante dal libero mercato e che ancora oggi continua a rappresentare il maggiore fattore di rischio per un investitore straniero. Eppure, si calcola che l’industria nazionale avrebbe bisogno di almeno 2 miliardi di dollari all’anno di investimenti per tenere il passo con il resto del mondo, ovvero intorno al 12% del pil. Tra le riforme invocate da Kallaur ci sono i tagli ai sussidi elargiti alla popolazione e la liberalizzazione dei prezzi dei servizi comunali, tenuti molto al di sotto dei livelli di mercato. Si tratta di misure politicamente costose nel breve termine, che nemmeno l’ultimo dittatore del Vecchio Continente sembra disposto ad attuare, rischiando di trovarsi improvvisamente travolto dalle proteste, dopo oltre 2 decenni di consensi plebiscitari.    

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