La Turchia non alza i tassi, la lira cede. Politica monetaria asservita al governo?

La Turchia non taglia i tassi, ma così la banca centrale potrebbe perdere la reputazione.

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La Turchia non taglia i tassi, ma così la banca centrale potrebbe perdere la reputazione.

Con una decisione a sorpresa, il governatore della banca centrale della Turchia, Erdem Basci, ha comunicato poco fa di avere mantenuto invariati i tassi di riferimento al 7,5% per il decimo mese consecutivo. Resta intatto tutto il corridoio dei tassi, con quelli overnight al 10,50% e quelli sui depositi delle banche al 7,25%. In un solo colpo, l’istituto ha smentito sé stesso 2 volte. La prima, non alzando i tassi, quando lo stesso Basci ad ottobre aveva spiegato che ciò sarebbe potuto accadere dopo l’avvio della stretta monetaria negli USA, tenutosi la scorsa settimana. Inoltre, a luglio lo stesso aveva annunciato la semplificazione degli strumenti complessi di politica monetaria, attraverso l’eliminazione del corridoio dei tassi e la fissazione di un solo tipo di tassi, anche se aveva precisato che il passaggio avrebbe comportato effetti neutrali. Al contrario, il comunicato di oggi spiega che “in presenza di una persistente volatilità, derivante dalla normalizzazione della politica monetaria globale, la banca centrale potrebbe iniziare a semplificare la sua politica monetaria sin dal prossimo board”.

Cambio s’indebolisce

Alla notizia, la lira turca si è indebolita contro il dollaro dell’1,21% a un cambio di 2,9488. Al contrario, i rendimenti sovrani a 10 anni sono di poco scesi al 10,29%, mentre quelli a 2 anni hanno perso ben 6 punti base, attestandosi al 10,60%. In effetti, la linea seguita da Basci sembra poco compatibile con i fondamentali dell’economia turca, che a novembre ha visto accelerare l’inflazione all’8,1% su base annua dal 7,58% del mese precedente, salendo ai massimi da 11 mesi, oltre 1,5 volte il target del 5% fissato dall’istituto. E questo, nonostante i bassi prezzi energetici, che in teoria dovrebbero rallentare l’inflazione turca, importando il paese il 90% del suo fabbisogno di energia. Ma il deprezzamento della lira fa svanire gran parte del beneficio, essendosi indebolito il cambio del 3% in un mese e di oltre il 21% nei 12 mesi.         A corollario di tutto ciò c’è il forte passivo delle partite correnti, che per quanto in deciso miglioramento, resta il più alto tra i mercati emergenti, atteso intorno al 5% per quest’anno. Dunque, a chi giova la politica monetaria di Basci? Evidentemente, al governo, che da mesi fa pressioni sul governatore, perché tagli i tassi a non meno del 6%, indifferentemente dai livelli d’inflazione e dalle condizioni esterne. Non è un caso che l’istituto avesse aperto a un rialzo dei tassi a ottobre, ovvero prima delle elezioni politiche anticipate dell’1 novembre scorso, quando tutti gli analisti si attendevano una conferma della mancata conquista della maggioranza assoluta dei seggi da parte dell’Akp del presidente Erdogan, come avvenuto a giugno, un evento che avrebbe aperto la strada a una coalizione con uno degli attuali partiti di opposizione, contenendo lo strapotere del capo dello stato e offrendo a Basci un maggiore raggio di intervento.

Se il mercato avvertisse il mancato rialzo dei tassi di oggi come un inchino della banca centrale alla politica di Ankara, la fuga dei capitali non si arresterebbe. Spia ne è il calo di oggi della Borsa di Istanbul, che perde l’1,38%.

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