La Turchia di Erdogan a 3 anni esatti dal fallito golpe sta molto peggio

La Turchia oggi sta peggio di 3 anni fa, quando il presidente Erdogan sventò un tentato colpo di stato. Gli indici macro si sono tutti indeboliti.

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La Turchia oggi sta peggio di 3 anni fa, quando il presidente Erdogan sventò un tentato colpo di stato. Gli indici macro si sono tutti indeboliti.

Il 15 luglio 2016, 3 anni fa esatti, la Turchia visse una giornata convulsa con il fallito golpe ai danni del presidente Recep Tayyip Erdogan. Ci vollero poche ore per sventare il tentato colpo di stato ordito da parte dei vertici militari. Da allora, molto è peggiorato per una delle principali economie emergenti del pianeta.

Anzitutto, sul piano delle relazioni diplomatiche: ai minimi termini con la UE, in forte deterioramento anche con gli USA, che adesso con Donald Trump minacciano sanzioni contro Ankara per reazione agli acquisti di missili S-400 dalla Russia. E la Turchia è in rotta di collisione anche con l’Arabia Saudita, intenta a fare da contraltare alla monarchia sunnita nel mondo mussulmano.

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Pochi giorni fa, un ennesimo colpo di scena: Erdogan ha licenziato il governatore Murat Cetinkaya, mettendogli al suo posto il vice Murat Uysal e chiedendo piuttosto esplicitamente un “deciso taglio dei tassi”. E pensare che il primo governatore silurato sin dal colpo di stato del 1981 fosse stato percepito all’insediamento come fin troppo prono ai desiderata del presidente. Ma dopo quel 15 luglio di 3 anni fa, Erdogan non ammette più dissenso rispetto alle due decisioni, a maggior ragione adesso che ha perso la guida di Istanbul, città dove ha mosso i suoi primi passi in politica e che da sola vale un quinto della popolazione turca.

Economia turca peggiorata

Dal fallito golpe, i dati macroeconomici sono andati tutti peggiorando. Basti guardare al pil, in arretramento dallo scorso anno e proprio per quella politica dei tassi alti, resasi necessaria per la cattiva gestione dell’economia da parte del governo islamico-conservatore. Quando Erdogan riuscì a sventare il putsch, l’inflazione correva ancora al ritmo annuo del 7,5%. Al giugno scorso, risultava al 15,7%, ma era esplosa fin sopra il 25% nell’ottobre passato. Per contenerne la crescita, la banca centrale ha dovuto alzare i tassi d’interesse al 24%, quando stavano al 7,50% a metà 2016.

A conti fatti, 3 anni fa i tassi reali stavano intorno allo zero, oggi viaggiano oltre l’8%.

Ma la stretta monetaria è arrivata tardi e ha convinto poco per l’opposizione del governo. E così, la lira turca ha quasi dimezzato il suo valore contro il dollaro in 36 mesi, attestandosi all’attuale cambio di 5,7 contro meno di 3. E i rendimenti sovrani stessi sono schizzati, con il decennale oggi al 16,7% e il biennale al 18,2%, rispettivamente molto sopra il 9,5% e il 9% del luglio 2016. E il disavanzo della bilancia commerciale si è ampliato dal 6,5% a oltre il 7% del pil, mentre la disoccupazione è salita ulteriormente dall’11% al 13,5%. Nemmeno la Borsa di Istanbul ha retto, guadagnando oltre il 10% in 3 anni, ma si tratta semplicemente di un aumento nominale, più che annullato dalla crescita dei prezzi, per cui le quotazioni azionarie si sono nei fatti deprezzate parecchio nell’ultimo triennio. E ancora peggio è andata agli investitori esteri, che hanno altresì subito il crollo del cambio.

Insomma, la Turchia di Erdogan ha parzialmente cancellato i passi in avanti compiuti dal 2002 con il boom economico alimentato proprio dalle politiche inizialmente liberali dell’allora premier. La retorica ostile ai tassi alti non fa che danneggiare sempre più la reputazione della banca centrale, costretta a muoversi nel sentiero stretto tra velleità politiche e realtà macro. Per fortuna, al momento il mercato sconta sanzioni blande contro la Turchia, per cui la lira sta risentendo poco delle minacce della Casa Bianca. E se si mantenesse stabile, almeno non impatterebbe negativamente sui prezzi, consentendo al neo-governatore di tagliare i tassi senza apparire succube delle richieste di Erdogan. Una mano gliela darebbe il petrolio, se le sue quotazioni evitassero di surriscaldarsi nei prossimi mesi.

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