La transizione ecologica sta già distruggendo l’OPEC, accordo sul petrolio raggiunto a gran fatica

La fumata bianca c’è stata, dopo 4 giorni di tensioni, accuse reciproche e veleni. L’OPEC Plus ha raggiunto un accordo sul graduale aumento della produzione a partire da gennaio. Facciamo un passo indietro. In primavera, dopo che la pandemia aveva fatto crollare la domanda globale e il cartello non era riuscito a trovare un’intesa per […]

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Accordo OPEC sul petrolio

La fumata bianca c’è stata, dopo 4 giorni di tensioni, accuse reciproche e veleni. L’OPEC Plus ha raggiunto un accordo sul graduale aumento della produzione a partire da gennaio. Facciamo un passo indietro. In primavera, dopo che la pandemia aveva fatto crollare la domanda globale e il cartello non era riuscito a trovare un’intesa per reagire al tonfo senza precedenti, la produzione venne prima alzata di proposito dall’Arabia Saudita per provocare danni quanto più vistosi possibili al mercato e successivamente venne tagliata di 9,7 milioni di barili al giorno. Da settembre, con la parziale ripresa dell’economia mondiale dagli abissi della prima metà dell’anno, il taglio è stato ridotto a 7,7 milioni di barili al giorno. Secondo gli accordi, sarebbe dovuto scendere a 5,8 milioni da gennaio, cioè i 13 membri dell’organizzazione, la Russia e altri paesi esterni avrebbero potuto nel complesso riattivare le estrazioni per altri 1,9 milioni di barili al giorno.

Tuttavia, nelle ultime settimane era diventato palese a tutti che non vi fossero le condizioni per aumentare così in fretta l’offerta. La seconda ondata di contagi in Europa ha spinto i governi a imporre nuovi “lockdown”, pur più morbidi rispetto a quelli della primavera scorsa, ma in sé sufficientemente capaci di allontanare la ripresa dell’economia e della domanda energetica. Ma tra gli alleati la tensione è salita alle stelle, a causa del fatto che i tagli alla produzione non risultano essere stati effettuati da tutti. Non dalla Russia, né dall’Iraq. Alcuni paesi come gli Emirati Arabi Uniti si sono sentiti presi in giro e si sono rifiutati di accordarsi su un mantenimento dei tagli, proponendo che se ne facessero carico gli stati inadempienti.

Peraltro, Dubai è stata umiliata mesi fa dai partner sauditi in teleconferenza per avere temporaneamente ecceduto la produzione fissata dalle quote. Una ferita, che non si è ancora rimarginata, portando a mugugni e “gelo” con Riad.

Alla fine, l’accordo trovato è stato il seguente: tagli ridotti di 500 mila barili al giorno a gennaio, poi si vedrà mese per mese. I rappresentanti dell’OPEC Plus si sono ripromessi di riunirsi in videoconferenza mensilmente come fanno le banche centrali, adeguandosi di volta in volta all’evoluzione del mercato. E dal vertice dei giorni scorsi è giunto un messaggio chiaro: le variazioni dell’offerta potranno avvenire in entrambi i sensi. In sostanza, se l’economia globale migliorasse oltre le attuali attese, il taglio verrebbe allentato, ma se le condizioni lo richiedessero, potrebbe anche essere inasprito.

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Al di là delle ordinarie tensioni tra stati per scaricare gli uni sugli altri i costi delle misure a tutela dei prezzi di mercato, è proprio questo obiettivo che viene messo in discussione ormai apertamente da numerosi produttori. L’Arabia Saudita cerca sin dal 2014, anno in cui il Brent crollò dai 115 dollari al barile a cui si era portato, di massimizzare le quotazioni, tagliando all’occorrenza l’offerta. Questa linea risiede sull’assunzione che sia preferibile massimizzare i ricavi tramite i prezzi e non le quantità offerte, così da non intaccare eccessivamente le riserve petrolifere, vero patrimonio per i decenni futuri. Ma nella stessa OPEC sta avanzando l’idea che la transizione ecologica in atto comporterà inevitabilmente una riduzione strutturale, non più solo eventualmente ciclica, della domanda.

In altre parole, le energie rinnovabili avanzano ai danni dell’oro nero. Bisogna approfittare di questi ultimi anni di dominio per massimizzare le estrazioni e, quindi, i ricavi, altrimenti tra qualche decennio ci si ritroverà ad avere un sottosuolo colmo di una materia prima che varrà molto meno di oggi, in quanto subirà la concorrenza delle alternative più pulite o “verdi”.

In più, la maggiore efficienza energetica a cui puntano governi, imprese e consumatori ridurranno la domanda di greggio, al netto dell’avanzata delle energie rinnovabili. Se così, ha ancora senso difendere i prezzi minimizzando le quantità o non sarebbe più vantaggioso ormai accettare anche prezzi ben più bassi, estraendo molto di più?

Va da sé che queste considerazioni non abbiano conseguenze neutrali tra gli stessi membri dell’OPEC. Produttori come l’Arabia Saudita avrebbero modo di estrarre a prezzi anche molto bassi (pochi dollari al barile per Aramco), mentre altri sono molto meno efficienti e necessitano di quotazioni elevate per produrre senza incorrere in perdite. La strategia di Riad sinora ha consentito anche agli alleati meno efficienti di mantenersi competitivi sui mercati. In futuro, potrebbe non essere più così. Man mano che la transizione ecologica avanzerà, lo stesso regno potrebbe giungere alla conclusione che sarebbe meglio sfruttare maggiormente oggi una risorsa di cui un domani il mondo potrebbe non avere più bisogno e verosimilmente non sarebbe disposto a pagare a caro prezzo. A quel punto, l’OPEC non avrebbe più senso. E già oggi comanda più l’asse tra russi (esterni al cartello) e sauditi che non l’insieme dei membri.

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