La tragedia dell’economia italiana è tutta qui: rallentare nelle migliori condizioni possibili

La ripresa economica in Italia c'è, ma starebbe già rallentando. La notizia vera è che il meglio sarebbe già alle spalle, quando ci siamo appena accorti di essere usciti dalla crisi.

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La ripresa economica in Italia c'è, ma starebbe già rallentando. La notizia vera è che il meglio sarebbe già alle spalle, quando ci siamo appena accorti di essere usciti dalla crisi.

La ripresa economia in Italia mostra segnali di rallentamento. Di già? Ci eravamo da poco accorti di avere iniziato ad uscire dalla più lunga crisi dal Secondo Dopoguerra, che l’Istat ha subito spento gli entusiasmi, aspettandosi che il nostro pil continui a crescere, ma a un ritmo inferiore a quello dello scorso anno. L’istituto di statistica intravede una battuta d’arresto nella crescita della fiducia tra consumatori e imprese e, in generale, nota come i giudizi sulle condizioni economiche attuali siano in miglioramento, mentre le aspettative per il futuro si raffreddano, così come tenderebbe a ripiegare l’inflazione. (Leggi anche: Perché la ripresa economica non entra in campagna elettorale)

La nota mensile dell’Istat è stata una mezza doccia fredda per tutti. Quando siamo in piena campagna elettorale e i vari schieramenti di lanciano in programmi per il futuro, più o meno (molto meno che più) credibili, scopriamo che ci saremmo già messi alle spalle la fase più positiva della congiuntura economica. Ad occhio e croce, lo scorso anno saremmo cresciuti intorno all’1,5%, decimale più, decimale meno, per cui dovremmo ambire per il 2018 a un pil in aumento poco più dell’1%. A dire il vero, la Commissione europea ha alzato le stime di crescita per l’Italia al +1,5% per quest’anno dal +1,3% precedente. Non sarebbe comunque tanto, a fronte di una crescita attesa dell’Eurozona del 2,4% per la Commissione europea e del 2,3%, stando alle stime della BCE, ma pur sempre ai ritmi più rapidi di questo Millennio, cosa che semmai dovrebbe farci interrogare su quali siano i tassi di crescita a cui la nostra economia si sia ridotta ad ambire nelle migliori condizioni possibili.

Il meglio è alle spalle?

Già, perché la stessa Istat ha sottolineato come l’attuale fase coincida con un quadro di forte espansione del commercio mondiale, il quale sta sostenendo, in effetti, le esportazioni italiane, con la bilancia commerciale ad avere segnato nel 2016 il saldo record attivo di oltre 51 miliardi di euro, pari a più del 3% del pil. E, comunque, pur in una fase complessivamente positiva, l’economia italiana continua a distanziarsi dal resto dell’unione monetaria. Questa dovrebbe crescere cumulativamente del 6,9% nel triennio 2017-2019, mentre l’Italia non andrebbe oltre il 4,3%. Andare avanti è sempre meglio che restare fermi o, addirittura, compiere passi indietro, ma camminare mentre gli altri corrono fa rimanere indietro, specie se già lo si era.

Eppure, bassi tassi, petrolio ancora a buon mercato e cambio debole continuano a rappresentare condizioni ideali per la crescita, stimolando le esportazioni, aumentando il potere di acquisto delle famiglie e incentivando consumi e investimenti. Non si tratta ormai di dovere agganciare la ripresa, cosa che è riuscita all’Italia, bensì di consolidarla, in maniera tale da trasformarla in più posti di lavoro e recupero della ricchezza perduta nell’ultimo decennio. Restano pochi mesi per farlo. Tra un anno, si speculerà su un rialzo dei tassi imminente della BCE, l’euro si sarà rafforzato ulteriormente contro le altre divise e il petrolio potrebbe essere più caro di oggi. Per allora, dovremmo sperare che il mercato domestico si sia irrobustito per compensare un possibile indebolimento della domanda estera e che il nuovo governo non debba perdere mesi preziosi per tamponare eventuali buchi di bilancio ereditati e attesi con il rialzo dei rendimenti sovrani. (Leggi anche: Ripresa economica alla prova della svolta)

Una crescita che flirta tutt’al più con la soglia dell’1% non risulta sufficiente ad abbattere la disoccupazione e diffondere benessere. Servono un’accelerazione, un colpo d’ali, che non si capisce da dove dovrebbero arrivare, se non dalle attuali condizioni finanziarie già presenti da anni e che semmai andranno a scemare nei prossimi mesi.

A meno di non immaginare che dopo le elezioni non venga profuso dall’esecutivo che verrà un clima “business friendly”, di ottimismo in fatto di investimenti, capace di contribuire positivamente alla ripresa in atto. Ci permettiamo di dubitarlo, visto il mesto finale di questa legislatura.

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