La tecnologia concentra ricchezza in poche mani? Ma contro la disuguaglianza vi sarebbe un antidoto

Super-ricchi sempre più in vetta; i patrimoni di pochi uomini al mondo equivalgono alla ricchezza di miliardi di persone. C'è una spiegazione a tutto ciò?

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Super-ricchi sempre più in vetta; i patrimoni di pochi uomini al mondo equivalgono alla ricchezza di miliardi di persone. C'è una spiegazione a tutto ciò?

Secondo lo studio pubblicato da Oxfam ieri sulla disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza nel mondo, l’1% più ricco della popolazione avrebbe beneficiato nel 2017 dell’82% della nuova ricchezza creata, mentre il 50% più povero di essa non avrebbe registrato alcun miglioramento. Cifre ancora più sbalorditive, poi, quando si scopre che solo 42 persone deterrebbero la stessa ricchezza di 3,7 miliardi di abitanti sulla Terra. L’ente di beneficenza ha definito questa situazione “insostenibile e inaccettabile”, aggiungendo che ciò non soltanto non sarebbe “il segno di un’economia fiorente, ma sintomo di un sistema fallimentare e che fa rimanere nella povertà salariale milioni di persone che lavorano sodo per tessere i nostri vestiti e coltivare il nostro cibo”. (Leggi anche: Ricchi contro poveri: 42 possiedono ricchezza di 3 miliardi di persone)

Il fatto ancora più impressionante sembra il ritmo al quale starebbe avvenendo la concentrazione della ricchezza mondiale. Lo scorso anno, ad esempio, servivano 61 persone per possedere la stessa ricchezza del 50% degli abitanti del pianeta, mentre nel 2009 ancora ce ne volevano ben 380. Cosa significano questi dati? Di anno in anno, i super-ricchi riescono a impossessarsi di gran parte della creazione della nuova ricchezza, diventando ancora più spropositatamente ricchi rispetto al resto della popolazione. In sé, la disuguaglianza non assume alcuna connotazione negativa, tranne che non sia il sintomo di qualcosa che non vada e che faccia rimanere la parte meno benestante nell’area della non ricchezza.

Il World Economic Forum, che come ogni anno si tiene in questi giorni a Davos, in Svizzera, e che dovrebbe vedere la partecipazione del presidente americano per la prima volta dal 2000, anno in cui vi presenziò Bill Clinton, ha sostenuto che la disuguaglianza dei redditi sarebbe il frutto dell’ossessione con cui i governi e gli analisti si concentrerebbero a misurare il benessere dei popoli, ovvero tramite il pil.

Misurandolo attraverso quello che viene definito l’Indice di Sviluppo Inclusivo, si ottiene un diverso ranking, secondo il quale le prime 10 posizioni sarebbero le seguenti: Norvegia, Islanda, Lussemburgo, Svizzera, Danimarca, Svezia, Olanda, Irlanda, Australia e Austria.

Più libertà di mercato contro le disuguaglianze?

Queste economie hanno in comune quasi tutte un elemento: il grado di libertà economica, come segnalato dal rapporto annuale “Doing Business” della Banca Mondiale. Quanto a facilità nel fare impresa in questi stati, la classifica per il 2018 li pone in posizione abbastanza elevata rispetto ai 190 stati monitorati e nell’ordine: 8, 23, 63, 33, 3, 10, 32, 17, 14 e 22. Dunque, le economie relativamente più libere sarebbero anche quelle con un maggiore tasso di sviluppo inclusivo, come dire che quando il mercato viene lasciato funzionare, agisce nel senso di una più equa distribuzione della ricchezza, contrariamente a quanto si sarebbe portati a credere.

Ci sono un paio di ulteriori elementi a cui guardare per capire le ragioni di questa concentrazione della ricchezza sempre più in poche mani. Secondo la classifica Forbes sugli uomini più ricchi della Terra, tra i primi 50 ne troviamo 11 che lo sono grazie ad attività legate ad internet e alla tecnologia, un quinto del totale. Ma salgono al 40% tra i primi 10 e al 60% tra i primi 5. Nella top five, infatti, abbiamo Jeff Bezos, a capo di Amazon, con un patrimonio stimato in oltre 100 miliardi di dollari e di poco davanti a Bill Gates, patron di Microsoft, seguiti dal finanziere Warren Buffett, dal messicano Amancio Ortega delle telecomunicazioni e da Mark Zuckerberg di Facebook. (Leggi anche: Uomini più ricchi al mondo 2017)

Sempre Forbes aggiorna quotidianamente le variazioni di ricchezza dei super-ricchi e alla chiusura di ieri sera, ad esempio, avevano guadagnato su base giornaliera 2,6 miliardi Bezos, 2,4 miliardi Mukesh Ambani (magnate indiano delle tlc), 1,7 miliardi il cinese Ma Huateng del colosso internet Tencent, 1,6 miliardi Zuckerberg e 1,4 miliardi un altro cinese, ma del settore immobiliare, Hui Ka Yan.

Per quanto parliamo di aumenti di ricchezza virtuali, legati ai corsi azionari delle società da questi possedute, notiamo come in 24 ore ben quasi 6 miliardi di patrimonio siano stati aggiunti alla ricchezza di sole 3 persone attive nel mondo di internet.

Tecnologia concentra ricchezza?

In sostanza, la tecnologia, che pure rappresenta uno straordinario fattore di crescita per l’economia mondiale e un’opportunità come mai prima per fare uscire dalla povertà centinaia di milioni di abitanti del pianeta, allo stesso tempo agirebbe in favore della concentrazione della ricchezza. Coloro che posseggono quote rilevanti di società high tech riescono, infatti, a beneficiare dell’enorme redditività di questi colossi internazionali, vere e proprie “cash machine”, come dimostrano i casi di Apple e Google, solo per citare un paio di nomi. Si consideri, poi, che queste realtà multinazionali, che pure nascono dal libero mercato e grazie alla libera circolazione delle idee e all’elevato grado di innovazione, tendano successivamente a imporsi nei rispettivi comparti come soggetti monopolisti, spazzando via qualsivoglia concorrenza on- e off-line. Si pensi ad Amazon, che capitalizza ormai in borsa circa mezzo trilione di dollari e che sta sbaragliando la concorrenza dei piccoli e grandi venditori “brick and mortar”, oltre che quella incontrata sullo stesso internet.

Infine, non possiamo non notare come questo processo di estrema concentrazione della ricchezza in poche mani stia coincidendo con un decennio di politiche monetarie ultra-espansive presso tutte le principali economie avanzate. Le banche centrali più grandi del pianeta hanno iniettato liquidità per 15.000 miliardi di dollari dal 2008, con il risultato di avere gonfiato le quotazioni azionari e obbligazionarie, oltre che i valori immobiliari residenziali e commerciali in diverse metropoli in giro per il mondo. Chi ha potuto prendere a costo praticamente azzerato tale liquidità e l’ha utilizzata per comprare assets finanziari e immobiliari, ne è uscito vincitore. Un esempio? Il sotto-indice per il comparto finanziario di S&P 500 è quintuplicato di valore dai minimi toccati con la crisi a inizio 2009, mentre quello per l’IT è sestuplicato in appena un decennio.

Quanto di questi aumenti sia legato ai fondamentali e quanto, invece, alle stamperie delle banche centrali resta da verificare e il discorso si complica per le nuove realtà tech, che hanno una storia troppo breve per fare confronti con il passato. (Leggi anche: Bolla tech? 5 ragioni per investire)

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