La tassa “reciproca” di Trump spaventa i tedeschi, ecco cos’è

L'amministrazione Trump preparai dazi "reciproci" sulle importazioni effettuate anche da paesi alleati e la Germania fiuta già il rischio di subire un contraccolpo. Vediamo come funzionerebbe la misura ancora semi-ignota degli USA.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'amministrazione Trump preparai dazi

La Confindustria tedesca prende posizione contro l’ipotesi di una “tassa reciproca”, che il presidente americano Donald Trump ha invocato ieri e che il governo di Berlino ha ritenuto essere troppo presto per giudicare. Secondo gli industriali della prima potenza economica europea, l’idea di alzare i dazi su beni importati anche da paesi alleati sarebbe “pessima”, perché potrebbe innescare una pericolosa “spirale” commerciale. Al contrario, essi propongono che si giunga finalmente alla sottoscrizione di un accordo di libero scambio tra USA e UE, il famoso TTIP, riposto nel cassetto da almeno un anno e mezzo. Ma cosa sarebbe questa tassa reciproca di cui parla Trump?

La Casa Bianca non ha risposto alle sollecitazioni di chiarimenti da parte della stampa. Non si conoscono i dettagli di quella che ad alcuni sembra un’aliquota supplementare applicata sui beni importati dall’estero, ad altri una sorta di livellamento tra i livelli dei dazi stranieri con quelli applicati dagli USA. In verità, sembra essere probabile questa seconda ipotesi, altrimenti non si capirebbe da dove scaturirebbe il termine “reciproca”. Si ripropone, in verità, lo stesso dubbio che nei mesi scorsi ha riguardato alcune dichiarazioni dei presidente sui dazi per le merci cinesi.

In sostanza, Trump intenderebbe applicare sulle importazioni dal resto del mondo dazi in percentuale uguale a quelli a cui le merci americane vengono sottoposte quando vengono esportate. Un esempio? Sulle auto gli USA applicano dazi del 2,5%, l’Europa del 10% e la Cina del 25%. Dunque, se la Ford produce un veicolo a Detroit e lo esporta in Germania, all’ingresso nel territorio tedesco paga un dazio del 10%. Se la Volkswagen produce un suo veicolo a Wolfsburg e lo vende negli USA, alla frontiera pagherà un dazio del 2,5%, 4 volte più basso. Dunque, le case automobilistiche americane scontano barriere doganali più alte di quelle che le case automobilistiche europee e cinesi devono affrontare per entrare sul mercato a stelle e strisce. In un certo senso, gli automobilisti americani sono incentivati a comprare auto dall’estero più di non quanto non lo siano quelli di Europa e Cina per via della disomogeneità tra i dazi applicati.

Come funzionerebbe la tassa reciproca di Trump

Secondo la “reciprocal tax” promessa da Trump, ma di cui sappiamo ancora ben poco, l’America imporrebbe sulle auto cinesi un dazio del 25% e su quelle europee del 10%, pareggiando il conto. Si potrebbe eccepire che esisterebbero beni per i quali i dazi imposti dagli americani risultino superiori a quelli imposti da Europa e Cina, ma i numeri dicono altro, ovvero che la tariffa media USA sia del 3,5% contro il 5,2% della UE e il 9,9% della Cina. In altre parole, il mercato americano sarebbe oggi più aperto di quello delle altre due principali economie mondiali. Certo, bisogna considerare che il grado di apertura commerciale di un’economia si misura anche in relazione alle cosiddette barriere non tariffarie, ovvero alle specificità normative, che spesso mascherano la volontà di proteggere l’industria nazionale dalla concorrenza straniera. Sono metodi ben utilizzati nel settore automobilistico, con specifiche tecniche imposte diverse da stato in stato, in modo da rendere più difficile per le case straniere vendere sul proprio mercato, dovendosi adeguare a misure differenti da quelle a cui sono sottoposte in patria.

Contrariamente a quanto accaduto per la “border adjustment tax”, una imposta indiretta sulle importazioni proposta dallo speaker repubblicano alla Camera, Paul Ryan, respinta dallo stesso Partito Repubblicano in fase di votazione della riforma fiscale varata da qualche mese, sembra che intorno alla tassa reciproca vi sia un clima più favorevole, con l’assenso arrivato dal segretario al Commercio, Wilbur Ross. Un bel problema per la Germania, che ogni anno matura negli USA qualcosa come 60 miliardi di dollari di attivo commerciale, ovvero di esportazioni nette, quasi un quinto del totale. Viceversa, l’America registra un disavanzo annuo superiore ai 500 miliardi di dollari e di cui i tre quarti generato dalle importazioni cinesi. Il mercato americano rappresenta per l’industria tedesca lo sbocco più importante e ciò metterà pressione su una già politicamente fragile cancelliera Angela Merkel, che sinora ha avuto con Trump un rapporto politico e personale piuttosto burrascoso su diversi temi, dal commercio mondiale all’immigrazione, passando per Russia e cambiamenti climatici.

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Argomenti: Economia USA, Germania, Presidenza Trump