La tassa patrimoniale sarà inutile. L’analisi di Alesina e Giavazzi non fa sconti

Gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi si dicono contrari a una patrimoniale italiana una tantum e invitano il premier Renzi a concentrarsi sui tagli alle spese per ridurre le tasse.

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Nel giorno in cui viene presentato il “Jobs Act”, che includerà una riduzione delle imposte sui redditi da lavoro per una misura ancora ignota, due illustri economisti, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, dicono la loro su un altro punto delle riforme prospettate dal governo Renzi, l’introduzione di una tassa patrimoniale una tantum

 

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I due economisti ricordano che un paio di settimane fa, il premier Matteo Renzi ha parlato della possibilità di “rimodulare” le aliquote sulle rendite finanziarie. Dopo avere sottolineato come sia difficile e complesso capire cosa si intenda per rendita pura da colpire, con il rischio di fare semplice populismo, Alesina e Giavazzi precisano che sul tema sono possibili diversi interventi. Negli USA e in Gran Bretagna, ad esempio, le cedole e gli interessi bancari si sommano ai redditi da lavoro e sono sottoposti alle stesse aliquote di queste ultime, sulla base di un principio di progressività che la politica locale intende perseguire. 

In Italia, sappiamo che così non è. Tutti pagano la stessa aliquota sulle rendite finanziarie. Tuttavia, spiegano, Renzi deve ribaltare i termini della questione prospettata: anziché chiedere ai suoi ministri quanto si possa tagliare la spesa pubblica, egli deve indicare loro la cifra da trovare per ridurre le tasse, altrimenti rischia che non se ne faccia mai nulla, perché gli diranno che ormai non ci sta nulla da tagliare.

Invece, ricordano sempre i due economisti, la spesa pubblica italiana ammonta a 351 miliardi di euro, al netto dei 90 miliardi di interessi sul debito pubblico. Di questi, 165 miliardi sono per gli stipendi pubblici, 89 per l’acquisto di beni e servizi, 33 per trasferimenti e 35 per attività varie, di cui solo 29 in investimenti pubblici.

L’ipotesi che il debito si possa abbattere con una patrimoniale una tantum non solo è sbagliata, ribadiscono, ma rischia di allontanare l’Italia dalla soluzione del problema, che sta nell’alto livello del debito e nella mancanza di crescita. In più, si tratterebbe di una soluzione temporanea, perché il debito pubblico scenderebbe solo per qualche anno, in rapporto al pil; insomma, come pretendere di curare una malattia, prendendo semplicemente un’aspirina.

Niente patrimoniale, dunque. Ma Alesina e Giavazzi invitano il governo Renzi anche ad evitare la voluta confusione tra questo tipo di tasse e la revisione delle aliquote sulle rendite finanziarie.

 

 

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