La Svizzera potrebbe abolire il segreto bancario. 120 mld “italiani” nelle banche elvetiche

Gli accordi bilaterali sono troppo costosi per Berna che pensa a una svolta epocale. Una pioggia di capitali italiani nei forzieri delle banche svizzere

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Gli accordi bilaterali sono troppo costosi per Berna che pensa a una svolta epocale. Una pioggia di capitali italiani nei forzieri delle banche svizzere

La Svizzera potrebbe presto dire addio al segreto bancario. Lo scrive il quotidiano Les Temps, secondo cui il governo elvetico riterrebbe troppo onerosi gli accordi bilaterali con gli stati UE sui capitali esportati illegalmente nei suoi cantoni, tanto da convincersi che forse sarebbe meglio abbattere il segreto sui conti delle banche elvetiche.

Si tratterebbe di una rivoluzione, perché Berna scambierebbe informazioni con gli altri stati, consentendo loro di conoscere la lista di quanti vi hanno esportato capitali in barba alle leggi, di fatto contrastando l’evasione fiscale.

I capitali italiani depositati nei forzieri svizzeri sarebbero non meno di 120 miliardi di euro. Sin dagli ultimi mesi del governo Berlusconi si è dato vita alla ricerca di un’intesa, simile a quella sottoscritta dagli USA, per cui la Svizzera si impegnerebbe a corrispondere a Roma un trasferimento una tantum sul pregresso e tassando in favore del nostro Paese anche i redditi di tali capitali per gli anni futuri, mantenendo in cambio il segreto bancario. Ma l’accordo, che a dicembre del 2012 sembrava essere stato quasi del tutto raggiunto, si è arenato per la volontà dell’ex ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, di non concedere alcuna sanatoria ai correntisti italiani in Svizzera.

A conti fatti, il cosiddetto “schema di Rubik” consentirebbe all’Italia, una volta raggiunta l’intesa, di racimolare una cifra congrua sui capitali italiani detenuti dalle banche elvetiche. Ad esempio, applicando il 20% sui 120 miliardi di cui sopra (la Germania ha ottenuto un’aliquota di quasi il 27%), Roma incasserebbe 24 miliardi subito, mentre ogni anno riceverebbe una percentuale sui rendimenti ottenuti sui capitali italiani in Svizzera, che potrebbe farci introitare qualche miliardo di euro di gettito.

Accordi simili sono stati sottoscritti anche da Regno Unito, Austria e Germania, anche se il Bundesrat ha momentaneamente bloccato l’intesa tra Berlino e Berna. Anche la Francia si sta dirigendo verso una tale ipotesi, gravando sui conti degli istituti elvetici, che rischiano di pagare costi crescenti per mantenere la segretezza dei loro conti e con il risultato di rendere questo sistema sempre meno conveniente. Va detto, tuttavia, che gli accordi sono non semplici da raggiungersi per via della possibilità di sfuggire ai pagamenti verso gli stati d’origine dei capitali, tramite il trasferimento degli stessi presso filiali all’estero dei colossi bancari elvetici. L’accordo, infatti, riguarderebbe solo i conti fisicamente presenti nei cantoni elvetici al momento della sua entrata in vigore.

Ad oggi, la Svizzera applica dal 2005 una tassazione del 35% sui rendimenti dei capitali esteri dentro ai suoi confini (euroritenuta), il cui gettito viene, poi, ripartito agli stati d’origine. Nel 2011 è stato di 506 milioni di franchi l’incasso complessivo, di cui i tre quarti trasferiti a Italia, Germania e Francia.

Aperture nel senso della rimozione della segretezza dei conti sono arrivate anche dal premier del Gran Ducato del Lussemburgo, Jean-Claude Juncker, che nelle scorse settimane ha ventilato l’ipotesi di iniziare uno scambio completo delle informazioni dal 2015 (Lussemburgo verso l’allentamento del segreto bancario).

E sebbene l’Austria abbia commentato le dichiarazioni di Juncker, affermando di non essere disponibile a seguire tale via, nelle ultime settimane anche il governo di Vienna starebbe pensando a rimuovere il segreto bancario, onde evitare di sedere sul banco degli imputati in Europa con l’accusa di avere creato e di proteggere un paradiso fiscale.

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Argomenti: Economia Italia

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