La Svizzera al referendum difende le multinazionali contro la demagogia

Doppia sconfitta per il Responsible Business Initiative, che domenica scorsa si è vista respingere due quesiti contro le multinazionali, o meglio, per spingere le multinazionali a mettere in atto comportamenti responsabili. La prima proposta prevedeva la possibilità per la giustizia elvetica di perseguire quelle società, che direttamente o tramite filiali, all’estero si fossero rese responsabili […]

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Doppia sconfitta per il Responsible Business Initiative, che domenica scorsa si è vista respingere due quesiti contro le multinazionali, o meglio, per spingere le multinazionali a mettere in atto comportamenti responsabili. La prima proposta prevedeva la possibilità per la giustizia elvetica di perseguire quelle società, che direttamente o tramite filiali, all’estero si fossero rese responsabili della violazione dei diritti umani o di danni all’ambiente. Le conseguenze sarebbero scattate anche nel caso in cui tali violazioni fossero avvenute da parte di società fornitrici. La proposta è stata approvata dal 50,7% degli elettori, ma per entrare in vigore avrebbe dovuto essere accolta favorevolmente anche dalla maggioranza in oltre la metà dei 23 cantoni. Invece, gli svizzeri si sono espressi a favore solamente in 8 di questi, mentre in altri 3 si sono divisi esattamente a metà.

Se fosse entrata in vigore, la misura avrebbe creato una moltitudine di problemi alle multinazionali elvetiche, le quali hanno lamentato l’impossibilità di monitorare l’intera catena di comando e finanche i fornitori. Inoltre, gli oppositori (destra e le stesse multinazionali) hanno criticato la proposta, in quanto avrebbe comportato l’applicazione della legge svizzera sopra le legislazioni degli stati in cui operano le società, intaccandone la sovranità giuridica.

Il governo confederale ha subito presentato una controproposta per venire incontro alle richieste emerse da gran parte dell’elettorato, prevedendo la richiesta di comunicazioni alle multinazionali in merito alla tutela dei diritti umani e dell’ambiente, ma senza conseguenze penali. La vicenda non è di poco conto, perché alla fine del 2018 in Svizzera risultavano registrate 29.000 società con filiali all’estero e impiegavano oltre un quarto della forza lavoro domestica.

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Nessuno spazio per la demagogia in Svizzera

L’altra proposta puntava, invece, a impedire che la Banca Nazionale Svizzera potesse investire o prestare denaro a società il cui fatturato provenisse per almeno il 5% dalla vendita di armi.

I contrari hanno lamentato la restrizione dell’indipendenza dell’istituto in politica monetaria, accusa respinta dai favorevoli, secondo cui si sarebbe trattato semplicemente di escludere dal novero degli investimenti le realtà eticamente non compatibili con la proverbiale neutralità di Berna.

Di recente, ha fatto scalpore l’approvazione da parte degli elettori del cantone di Ginevra di un salario minimo di 23 franchi svizzeri l’ora, qualcosa come 3.800 franchi al mese, pari a 3.500 euro. La Svizzera ha una storia alle spalle di iniziative referendarie su tematiche anche molto sensibili, tra cui per l’appunto il salario minimo o l’immigrazione. Gli elettori hanno sempre dimostrato grande capacità di discernere tra propaganda e interesse nazionale, premiando solamente le proposte compatibili con la tutela di quest’ultimo e di condizioni macroeconomiche ottimali.

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La confederazione è nota per il suo ambiente “business-friendly”, per la regolamentazione leggera delle attività economiche e finanziarie ed è sede di un numero elevatissimo di multinazionali rispetto alla popolazione. Il forte benessere diffuso si regge sul presupposto della responsabilità personale, che si esprime anche sul piano politico con soluzioni pragmatiche e poco inclini all’idealismo. E anche le ultime due iniziative hanno confermato la granitica predisposizione degli abitanti a compiere scelte sulla base di analisi benefici-costi.

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