La spy story in Germania indebolisce ancora di più il governo Merkel e gli euro-scettici volano

Precipita ancora di più nei sondaggi la Grande Coalizione in Germania, con la cancelliera Merkel ai minimi storici. E volano gli euro-scettici, mentre si avvicinano le elezioni in Baviera e per il rinnovo dell'Europarlamento.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Precipita ancora di più nei sondaggi la Grande Coalizione in Germania, con la cancelliera Merkel ai minimi storici. E volano gli euro-scettici, mentre si avvicinano le elezioni in Baviera e per il rinnovo dell'Europarlamento.

C’era una volta la Germania della stabilità politica invidiabile, dei governi forti, dell’economia solida e della cancelliera longeva e apprezzata dagli elettori per il suo pragmatismo e la leadership riconosciuta in tutto il mondo. Adesso, di questo quadro è rimasta solo l’economia a continuare a far sorridere i tedeschi, con una disoccupazione ai minimi dalla riunificazione e un tasso di crescita intorno al 2% all’anno. La politica, invece, non offre spunti granché positivi. Se le elezioni federali di un anno fa esitavano il peggiore risultato dal Secondo Dopoguerra per i due partiti tradizionali e sono serviti ben sei mesi per formare il nuovo governo, il vero problema di Angela Merkel di questi mesi consiste nel guidare una Grande Coalizione per la terza volta dal 2005, ma che ha come unico collante la paura di elezioni anticipate sia dei cristiano-democratici che dei social-democratici. Se si andasse a votare oggi, stando all’ultimo sondaggio Deutschlandtrend pubblicato ieri dalla rete pubblica ARD, solo il 28% si affiderebbe ancora alla CDU-CSU della cancelliera, mentre al secondo posto salirebbero gli euro-scettici dell’AfD con il 18%, seguiti dall’SPD al 17%, a sua volta incalzata dai Verdi al 15%.

In altre parole, la coalizione al governo di “grande” ha mantenuto solo il nome. Di questo passo, gli alleati socialdemocratici di Frau Merkel rischiano di scivolare in terza o quarta posizione, praticamente ponendo fine alla invidiata storia della sinistra di governo tedesca. A indispettire alquanto gli elettori è stata negli ultimi giorni la “spy story” che ha riguardato l’ex capo dei servizi segreti, Hans-Georg Maassen. E’ stato rimosso dalla cancelliera dopo 11 giorni di scontri e imbarazzo dentro al governo. La sua colpa? Avere smentito le dichiarazioni proprio della Merkel, sostenendo che a Chemnitz, cittadina della Sassonia, non vi sarebbe stata alcuna “caccia allo straniero”, come il capo del governo aveva bollato le manifestazioni di protesta di migliaia di persone contro l’uccisione di un 35-enne per mano di due rifugiati, uno iracheno e l’altro siriano. Vero è che in piazza risultano scesi gruppi neonazisti, ma non è ancora chiaro se effettivamente abbia avuto ragione Maasen, accusato dall’SPD di nutrire simpatie per l’estrema destra e per questo rimosso dall’incarico.

Non è finita, perché il ministro dell’Interno, Horst Seehofer, dopo essersi opposto al licenziamento di Maasen, lo ha voluto come suo sottosegretario, finendo per fare esplodere gli alleati di sinistra, tra cui monta lo scontento verso il governo e molti dei quali chiedono la fine della coabitazione con i conservatori, tra cui il 29-enne carismatico Kevin Kuehnert, già contrario all’alleanza con la cancelliera e a capo di Jusos, il movimento giovanile socialdemocratico. L’ex ministro del Lavoro, Andrea Nahles, leader dell’SPD, ha dovuto inviare una lettera ai suoi, invitandoli a non cadere nell’errore di mandare in aria il governo federale per la scelta discutibile di Seehofer, leader dei conservatori bavaresi. La verità è che nessuno nella maggioranza si mostra contento dell’operato dell’esecutivo, ma con questi sondaggi andare ad elezioni anticipate sarebbe un suicidio per entrambi gli schieramenti. A ottobre si vota in Baviera, dove per la prima volta da oltre mezzo secolo la CSU perderebbe la maggioranza assoluta dei seggi, costretta a governare con qualche formazione, tra cui si vocifera i Verdi. Un problema dopo l’altro per la cancelliera, che mediterebbe di “fuggire” a Bruxelles, dove l’anno prossimo succederebbe a Jean-Claude Juncker alla guida della Commissione europea, ponendo fine alla sua esperienza di capo del governo della prima economia europea con due anni di anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato.

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La situazione politica resta molto ingarbugliata. L’SPD vorrebbe andare all’opposizione per rigenerarsi, ma allo stesso tempo non vorrebbe subire lo smacco di perdere pure il secondo posto nell’arena partitica nazionale, rischiando di cedere agli euro-scettici lo scettro di principale schieramento avversario a quello conservatore o di perdere terreno a sinistra in favore di Verdi e post-comunisti della Linke, entrambi con il vento in poppa nei consensi. D’altra parte, lo stesso centro-destra non ne può più di essere guidato da una Merkel, che si è spostata così a sinistra da avere creato una voragine alla sua destra, consentendo la nascita e l’ascesa degli euro-scettici. A giugno, il governo è stato a un passo dalla caduta sulla volontà di Seehofer di creare un asse con Vienna e Roma contro gli sbarchi dei migranti in Europa. La cancelliera ha iniziato a regredire nei consensi nel tardo 2015, quando ha spalancato le porte all’ingresso di un milione di rifugiati senza nemmeno un piano studiato per accoglierli adeguatamente.

Ma è stata la stessa cancelliera ad avere indicato il bavarese e suo braccio destro all’Europarlamento Manfred Weber come candidato per il PPE alla presidenza della Commissione per le prossime elezioni europee di maggio. Se dovesse cambiare idea e puntare in prima persona alla carica, lo scenario più probabile sarebbe che Weber verrebbe “risarcito” e richiamato in patria per ereditare la leadership del centro-destra. Interessante per l’Italia, visto che le posizioni dell’attuale capogruppo del PPE sarebbero più concilianti con quelle di Matteo Salvini sulla gestione dell’immigrazione. In pratica, tra Roma e Berlino vi sarebbe maggiore sintonia, se l’asse politico tedesco si spostasse a destra, sebbene non sui temi fiscali. I conservatori bavaresi restano molto rigidi sull’impostazione pro-austerità, ma potrebbero trovare un punto d’incontro con la Lega sulla rivendicazione di maggiori poteri ai governi nazionali, strappandoli alle istituzioni europee. Certo, sarebbe imbarazzante invocare maggiore raggio d’azione contro la propria (ex) cancelliera.

Da non minimizzare, poi, il fatto che la Merkel sarebbe percepita una figura debole che si sposterebbe da Berlino a Bruxelles, avendo esaurito la spinta propulsiva in patria e rendendo difficile, se non impossibile, il dialogo sempre più necessario per ragioni di numeri tra popolari e “sovranisti”. Insomma, la Germania rischia di aggravare la crisi delle istituzioni europee, anziché trovare soluzioni credibili. La cancelliera, d’altronde, impersonifica l’arte del compromesso a tutti i costi, dell’abbraccio mortale tra centro-destra e sinistra, alla base del crescente malcontento degli elettori di tutto il continente, alla ricerca di programmi e parole d’ordine più autentici e identitari.

Perché alla Germania di Frau Merkel conviene un accordo con i populisti euro-scettici

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Argomenti: Germania, Politica, Politica Europa