La spesa pubblica italiana è un’emergenza e la politica la ignora

Spesa pubblica senza freni in Italia, nonostante l'aiuto della BCE e i risparmi della legge Fornero sulle pensioni. Non c'è stato alcun vero risanamento dei conti negli ultimi anni.

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Spesa pubblica senza freni in Italia, nonostante l'aiuto della BCE e i risparmi della legge Fornero sulle pensioni. Non c'è stato alcun vero risanamento dei conti negli ultimi anni.

Ad occhio e croce, dalla fine del 2011 ad oggi il debito pubblico italiano è aumentato di qualcosa come 360 miliardi di euro, salendo al 133% del pil. Eppure, questi sarebbero stati gli anni del tanto acclamato risanamento dei conti pubblici. Quando l’allora premier Silvio Berlusconi lasciava Palazzo Chigi da un’uscita secondaria per non imbattersi in una folla inferocita, che lo accusava di avere fatto sprofondare l’Italia in una potente crisi finanziaria, il deficit era al 3,9% del pil, oggi si attesterebbe grosso modo al 2,5%, in attesa di conoscere il dato finale del 2017. In sei anni, quindi, non solo c’è stata una riduzione minima del disavanzo fiscale, ma nemmeno grazie all’azione dei governi. Nel frattempo, infatti, la BCE di Mario Draghi ha azzerato i tassi e compresso il costo di rifinanziamento del nostro debito ai minimi storici. I risparmi sono stati nel 2017 di circa un punto di pil rispetto al 2012, anno di massima crisi dello spread. Senza l’aiuto di Francoforte, che acquista gran parte dei nostri titoli di stato all’interno del programma noto come “quantitative easing”, il disavanzo fiscale sarebbe oggi nettamente superiore al 3% del pil.

Eppure, non che le entrate siano venute meno. Quelle tributarie sono passate dai meno di 412 miliardi del 2011 ai 455 miliardi attesi per il 2017, una crescita di 43 miliardi, che ammonta a circa il 2,5% del pil. Dunque, il debito è esploso ai massimi di sempre, nonostante la BCE, mentre le entrate hanno continuato a crescere. Cosa non va? La spesa pubblica, che continua a correre di governo in governo. E, attenzione, non parliamo nemmeno di spesa buona, ovvero di investimenti. Questi sono rimasti invariati al 2% del pil.

Nel 2016, erano di mezzo punto di pil più bassi rispetto alla media dell’Eurozona e il rapporto tra la spesa per dipendenti pubblici e quella per investimenti si attestava a 4,6, mentre il rapporto medio nella UE era di 3,6 (3,7 in Francia e 3,4 in Germania e Regno Unito, solo la Spagna mostrava un rapporto superiore al nostro).

Qualche freno alla crescita della spesa pubblica corrente, tuttavia, è stato posto. La legge Fornero, l’impopolare riforma delle pensioni, avrebbe fatto risparmiare tra il 2012 e il 2017 sugli 80 miliardi di euro in tutto, di cui almeno 16 miliardi lo scorso anno, quasi l’1% del pil. Dunque, al netto della Fornero, il disavanzo fiscale sarebbe oggi intorno al 3,5% del pil e calcolando anche il sostegno della BCE, schizzerebbe al 4,5%. In sostanza, il tanto decantato risanamento dei conti da parte della politica non solo non c’è stato, ma al contrario la spesa pubblica mostra una preoccupante tendenza alla crescita, nonostante il blocco degli stipendi pubblici nell’ultimo decennio e la compressione degli investimenti. L’unico provvedimento che ha generato risparmi è stato varato da un governo tecnico, cosa che la dice lunga sulla capacità della politica di porre in atto le condizioni fondamentali per rimettere in carreggiata l’economia italiana, partendo da un contenimento della spesa pubblica, senza il quale non si potrebbe nemmeno immaginare di abbattere la pressione fiscale e di fare partire davvero la ripresa. (Leggi anche: Aumento IVA o via bonus Renzi? Intanto, la spesa pubblica corre)

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