Il tradimento della UE verso Rajoy a 2 mesi dalle elezioni in Spagna

Tra la Spagna di Mariano Rajoy e la Commissione europea è scontro sul deficit del 2016, un inatteso "sgambetto" a Madrid a 2 mesi dalle elezioni.

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Tra la Spagna di Mariano Rajoy e la Commissione europea è scontro sul deficit del 2016, un inatteso

Dopo essere stato lodato per anni come modello di riferimento per i paesi alle prese con la crisi del debito sovrano, grazie alla sua elevata dose dimostrata di spirito riformatore, il premier Mariano Rajoy non si aspettava di certo che avrebbe dovuto fronteggiare tensioni nei rapporti tra Spagna e Commissione europea proprio a ridosso delle elezioni politiche di dicembre, che già si annunciano difficili per la maggioranza di centro-destra in carica, ma che rischiano di incrinare adesso la credibilità che i popolari vantano in tema di rapporti con l’Europa. E’ accaduto, infatti, che la settimana scorsa, la Commissione europea abbia richiamato informalmente Madrid ad attuare maggiori tagli alla spesa pubblica, stimando per il 2016 un rapporto tra deficit e pil al 3,5%, nettamente al di sopra del tetto massimo del 3% consentito dal Patto di stabilità, oltre che al 2,8% previsto dal governo Rajoy. Oggi, il commissario agli Affari monetari, Pièrre Moscovici, ha ripreso tali argomentazioni, ribadendo la richiesta di ulteriori misure per consolidare i conti pubblici, dato che quelle sinora presentate da Madrid sarebbero insufficienti a centrare l’obiettivo. Ci va giù pesante anche il vice-presidente Valdis Dombrovskis, che ricorda oggi come le elezioni in un paese possano cambiare la procedura, ma non la sostanza su cui si fondano le analisi della Commissione.

Le divergenze tra Spagna e Commissione

Cerca di minimizzare il ministro delle Finanze spagnolo, Luis de Guindos, che giustifica la differente stima sul deficit con Bruxelles con la divergente previsione sul tasso di crescita dell’economia per l’anno prossimo, dato al +3% per il governo e al +2,6% per i commissari. Chiosa de Guindos che in questi anni le stime del governo spagnolo si sarebbero rivelate più precise di quelle della Commissione, pur dicendosi disponibile ad approntare nuovi provvedimenti, se giungesse in possesso di nuove informazioni.. Tuttavia, uno scostamento così basso non sarebbe in grado di determinare una variazione attesa dello 0,7% del pil di deficit. Se entro il 15 del mese, la Spagna non presenterà, quindi, nuove misure per adempiere agli obiettivi prefissati, la Commissione potrebbe vedersi costretta a un richiamo formale verso il governo di Madrid, la cui conseguenza immediata più concreta sarebbe una mezza bomba nel bel mezzo della campagna elettorale e ai danni di un esecutivo ad oggi mostratosi molto favorevole alle politiche di austerità; insomma, un assist in favore dei socialisti, non certamente contrari alle politiche di risanamento dei conti pubblici, ma meno perseveranti dell’attuale maggioranza. Il paese rischierebbe, poi, di vedere lievitare lo spread con i Bund tedeschi, che sulla scadenza decennale viaggia già da qualche mese a circa 15 punti base in più rispetto a quello dell’Italia, quando era il contrario fino a questa estate.

Finito il tempo del la flessibilità

Stupisce la reazione di Bruxelles verso Rajoy, considerato tra i più esemplari premier dell’Eurozona, essendo venuta meno quell’implicita solidarietà tra le due parti, che in questi anni sembrava essere stata una certezza della politica europea. Alla base di questo atteggiamento più duro delle attese ci sarebbero essenzialmente 2 motivazioni: i commissari vedono poco probabile una vittoria delle forze anti-austerity in Spagna, come Podemos, oggi dato al terzo posto nei sondaggi con circa il 15% dei consensi; secondariamente, la vittoria ottenuta sulle richieste di Alexis Tsipras in Grecia pare avere dato ai commissari quella fiducia prima quasi perduta e la convinzione di potere trattare, in ogni caso, da una posizione di forza. E’ probabile che alla fine Rajoy si adegui alle richieste di Bruxelles, ma al costo di misure supplementari per almeno mezzo punto di pil, che a 2 mesi dalle elezioni non sono mai salutari per chi governa. Allo stesso tempo, l’Europa segnala agli altri partner dell’Eurozona (Francia e Italia) che la fase della flessibilità si è conclusa, perché per dirla alla Mario Draghi, il risanamento deve completarsi, prima che i tassi sul mercato inizino a risalire.

 

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