La sinistra italiana celebra Tsipras sconfitto, ma è stato salvatore o traditore della Grecia?

Chi è stato Alexis Tsipras per la Grecia? Un cinico traditore delle istanze per cui si era fatto votare nel 2015 o un salvatore del suo paese? La sinistra italiana lo elogia, a posteriori.

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Chi è stato Alexis Tsipras per la Grecia? Un cinico traditore delle istanze per cui si era fatto votare nel 2015 o un salvatore del suo paese? La sinistra italiana lo elogia, a posteriori.

“Le dinastie a volte ritornano. Onore a #Tsipras che oggi ha perso le elezioni ma in questi anni ha salvato il suo paese”. “In solitudine ha provato a sfidare l’Europa della Troika, lasciato solo dai governi socialisti e dal governo italiano del PD. Grazie Tsipras”. Il primo è il commento su Twitter dell’ex premier Paolo Gentiloni, il secondo è quello che abbiamo riportato parzialmente del pensiero di Nicola Fratoianni, esponente della sinistra italiana.

Alexis Tsipras non è più premier, avendo perso le elezioni politiche di domenica scorsa in Grecia, battuto da Nuova Democrazia, la formazione conservatrice guidata dal neo-premier Kyriakos Mitsotakis.

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Chi è stato Tsipras per i greci? Salvatore o traditore della patria? I giudizi sulla sua persona sono molto differenti, anche nella stessa sinistra europea. Il giovane e sconosciuto politico esordì al governo agli inizi del 2015, quando spazzò via la vecchia classe politica di Atene, azzerando i socialisti del PASOK, che insieme a Nuova Democrazia avevano sostenuto il governo tecnico di Lucas Papademos e le politiche di austerità fiscale chieste dalla Troika (UE, BCE e FMI), in cambio dei finanziamenti.

Gli esordi da nemico dell’austerità

I suoi primi mesi al governo furono assai tumultuosi. Il ministro delle Finanze da lui scelto, Yanis Varoufakis, che a queste elezioni ha corso con un partito proprio, il Diem 25, suscitò disprezzo e ilarità nei consessi europei, portando avanti una linea ostile all’austerità, pronto persino a minacciare l’uscita dall’euro. Lo scontro con i creditori pubblici si fece così intenso, che alla fine di giugno di 4 anni fa si rese necessaria la chiusura delle banche per diverse settimane, la sospensione delle contrattazioni alla Borsa di Atene e l’imposizione di controlli sui capitali, con limiti stringenti ai prelievi quotidiani ai bancomat. Oltre 11 milioni di greci sprofondarono in un incubo e il 5 luglio votarono in netta maggioranza contro le condizioni imposte dalla Troika per rilasciare nuovi aiuti.

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La Grexit sembrò questioni di giorni, tutti si aspettavano l’annuncio dell’uscita della Grecia dall’euro e si sfiorò questo scenario, senonché all’alba del 13 luglio, dopo una notte insonne e trascorsa con le spalle al muro davanti ai leader europei, Tsipras acconsentì al terzo “bail-out” da 86 miliardi, accettando di fatto le condizioni bocciate dalla consultazione popolare solo una settimana prima.

L’Eurozona tirò un sospirò di sollievo, anche perché Varoufakis era stato nel frattempo licenziato, ma i greci, a partire da quelli di sinistra, non capirono. Due mesi dopo, SYRIZA rivinceva le elezioni, indette dal premier per farsi consegnare un mandato chiaro sulla permanenza nell’euro. Da lì in poi, il declino di un’icona che aveva fatto sperare la sinistra europea in un corso realmente progressista.

Le frizioni con Bruxelles sono rimaste per tutti questi 4 anni, ma mai più si sono avvicinate ai livelli dell’estate 2015. Pur a passo di gambero, Tsipras ha adempiuto alle richieste della Troika, riuscendo a portare il bilancio pubblico in attivo all’1,1% nel 2018, grazie a un avanzo primario (eccesso di entrate, al netto della spesa per interessi sul debito) arrivato alla percentuale straordinaria del 4,4% del pil. A conti fatti, in appena un triennio, l’uomo che si era fatto eleggere nel nome della lotta all’austerità fiscale della UE aveva ridotto il deficit di 4,7 punti e accresciuto l’avanzo primario di 4 punti.

La svolta pro-austerità di Tsipras

Le promesse elettorali del 2015 rimasero tali, nel senso che i greci non hanno beneficiato sotto Tsipras né di maggiore spesa pubblica, né del taglio delle tasse. Intendiamoci, non sarebbe stato possibile nulla di tutto ciò in un paese fallito, ma il punto è che l’ex premier aveva promesso l’esatto contrario di quello che ha realizzato nel suo quadriennio al governo. Il “tradimento” delle ragioni del referendum ha avuto un costo politico elevato, vale a dire la sconfitta di Tsipras alle elezioni dell’altro ieri in favore del partito che truccò i conti pubblici fino al 2009, provocando la gravissima crisi economica e finanziaria della Grecia.

Eppure, l’uomo sembra tutt’altro che destinato a un pensionamento politico anticipato, avendo ottenuto il 31,6% dei consensi, confermando la sua SYRIZA unica realtà di peso a sinistra in Grecia.

Ma ha salvato l’economia del suo paese? Dipende dai punti di vista. Dopo avere rischiato di farla deragliare fuori dall’euro, è stato indotto a più miti consigli, vuoi per ragioni di pragmatismo, vuoi anche per l’assenza di una vera alternativa politica nel cassetto. E questo dovrebbe farci riflettere: la sinistra italiana loda un leader, che non solo non ha sostenuto quando è stata al governo, schierandosi sempre e comunque con le ragioni dell’euro, ma che nei fatti ha dimostrato di non disporre di alcuna visione propria antagonista rispetto a quella criticata e improntata all’austerità fiscale. E questo i greci lo hanno capito, optando per un ritorno al passato.

Tsipras pensava che avrebbe strappato concessioni a Bruxelles, potendo alzare stipendi e pensioni ed evitare licenziamenti pubblici, semplicemente minacciando l’uscita dall’euro. Per la crescita, non ha proposto alcunché degno di apprezzamento e i suoi stessi compagni di area in Europa lo hanno sostenuto solamente a parole, comportandosi nei fatti in senso opposto nei rispettivi governi e parlamenti in cui sedevano. Non ci sono tracce di solidarietà concreta verso Tsipras tra i socialisti francesi, spagnoli, tedeschi, italiani, olandesi, etc. Anzi, tutti hanno voluto rimarcare la propria differenza all’insegna della “responsabilità”, ragione per cui gli elettori hanno in molti casi deciso di abbandonarli in cerca di un’alternativa all’eurismo modaiolo delle varie anime della sinistra europea, che pure un ventennio or sono fu critica, per non dire contraria, alla nascita della moneta unica.

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Tsipras è stato il migliore esecutore possibile della Troika, semplicemente perché non ha avuto alcunché da contrapporre alle sue richieste, che non fosse un maggiore gradualismo nell’attuazione delle riforme richieste.

In tal senso, è stato il volto più genuinamente autentico della sinistra europea, vuota di idee sui dossier clou dell’economia, delle relazioni internazionali, della sicurezza e dell’immigrazione e che per questo si rifugia nei dibattiti pro-migranti e sui temi etici per distinguersi dagli avversari e nascondere la propria natura amorfa.

L’apice del ridicolo è stato toccato proprio alle recenti elezioni europee, quando “da Tsipras a Macron” la sinistra europea ha lanciato la sfida ai “populismi” e agli euro-scettici, per cui l’uomo che da Atene si era affacciato alla scena politica per combattere i commissari è finito per diventarne uno scudo nel nome della difesa dell’euro e della UE. Se non è stato un traditore, almeno chiamatelo per quel che appare: un eclatante voltagabbana.

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