La sinistra di Grasso non decolla, 5 Stelle rubano consensi sull’anti-renzismo

La sinistra di Pietro Grasso non convince e non raccoglie consensi, mentre i 5 Stelle appaiono più convincenti proprio su alcuni temi cari all'elettorato progressista.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La sinistra di Pietro Grasso non convince e non raccoglie consensi, mentre i 5 Stelle appaiono più convincenti proprio su alcuni temi cari all'elettorato progressista.

Quanto prenderebbe oggi come oggi Liberi e Uguali di Pietro Grasso? I sondaggi fotografano consensi tra il 6% e il 7%, non pochi per una realtà di sinistra divisa e in contrasto fino a poche settimane fa, ma il sogno della doppia cifra appare lontano, dopo essere stato accarezzato con le prime rilevazioni positive di dicembre. Il presidente del Senato non è uomo da comizi trascinanti, non anima le piazze e, soprattutto, non appare affatto un leader di sinistra, impettito e distante dagli umori popolari. Nemmeno la sortita sull’abolizione delle tasse universitarie è riuscita a fare decollare i consensi della lista di Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Roberto Speranza e Pippo Civati. Nelle regioni rosse, dove almeno dovrebbe mostrarsi più competitiva, i sondaggi la danno intorno al 9%, ovvero nemmeno in quelle aree elettoralmente favorevoli arriverebbe alla doppia cifra. E questa settimana è arrivata la stilettata di Romano Prodi, non certo un renziano, che ha notato come la sinistra di Grasso sia divisiva, mentre Renzi punta ad aggregare il centro-sinistra. Parole, che lasciano intendere che l’ex premier vorrebbe continuare a contare nel PD sugli scenari futuri. (Leggi anche: Abolire le tasse universitarie è giusto? La proposta di Grasso scuote il dibattito)

Il perché dello scarso appeal di LeU non è difficile capirlo. La lista è guidata, almeno di facciata, dai presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Grasso, appunto. Parliamo della terza e seconda carica dello stato rispettivamente, ovvero coloro che, in teoria, avrebbero avuto le chiavi della legislatura presente. Come hanno utilizzato tale loro potere? Certamente, non contrastando quel Matteo Renzi, contro cui adesso si scagliano in campagna elettorale, quasi fosse un nemico da abbattere per il bene dell’Italia, quando hanno utilizzato i regolamenti di Montecitorio e Palazzo Madama al limite del garbo istituzionale. Tutti ricordiamo la tecnica del “canguro”, che la Boldrini sfoderò due anni fa, quando si stavano esaminando gli emendamenti alla riforma costituzionale del governo Renzi e della maggioranza, la stessa che oggi la sinistra prende a pretesto per rimarcare la propria diversità quasi “genetica” dal PD, quando fu approvata proprio con i suoi stessi voti in Parlamento, salvo essere stata successivamente avversata al referendum di dicembre 2016 per questioni squisitamente politiche.

Per non parlare di un altro provvedimento clou della legislatura: il Jobs Act. Passato con i voti dell’allora minoranza interna del PD, adesso è oggetto di forti invettive da parte di LeU, ovvero gli stessi che lo hanno votato. Si capisce meglio così quanto siano limitati gli spazi di crescita da qui al 4 marzo per la lista unitaria della sinistra, non fosse altro per la scarsa credibilità dei loro leaders. E allora, sul versante del malessere sociale appare ancora più credibile il Movimento 5 Stelle, pur nell’eterogeneità della sua proposta politica.

Le proposte dei 5 Stelle di Di Maio

Dagli studi di La 7, il candidato premier Luigi Di Maio ha promesso di ripristinare l’art.18 per le imprese sopra i 15 dipendenti, abrogato dal Jobs Act dal 2015. Ce ne sarebbe per allontanare gli imprenditori dai 5 Stelle, anche se altre proposte, come il taglio dell’Irpef e dell’Irap, vanno nella direzione di attirare il loro consenso. In particolare, l’M5S punta a una “no tax area” di 10.000 euro, un’aliquota del 23% per i redditi tra 10.001 e 28.000 euro, una del 37% per i redditi dai 28.001 e i 100.000 euro e una terza del 42% sopra questa soglia. L’Irap verrebbe almeno dimezzata e, infine, il reddito di cittadinanza garantirebbe un contrasto alla povertà per chi non avesse un lavoro o guadagnasse poco.

Discutibili che possano apparire o meno, le proposte di Di Maio mostrano di avere un impatto mediatico superiore a quello della sinistra di Grasso, che non sembra avere un messaggio chiaro e un cavallo di battaglia da intestarsi per queste elezioni, se non quello dell’anti-renzismo, valore per il quale appaiono ancora una volta più credibili i grillini, che del governo Renzi sono stati oppositori agguerriti. Certo, lo stesso candidato premier M5S confonde non poco l’elettorato, oscillando da “euro sì” a “in caso di referendum, voterei per uscire”, nonché dichiarando alla City di essere pronto a larghe intese con Forza Italia, Lega e PD per il prossimo governo (fonte: Reuters), salvo smentire subito dopo di averci mai pensato, ribadendo semmai che sarebbe disposto, in caso di assenza di una maggioranza grillina alle Camere, di aprire un dialogo con chi ci sta, ma sulla base del proprio programma.

Tanta confusione in casa M5S, che risente anche dell’assenza di Beppe Grillo in questa campagna elettorale, occupato per il suo tour teatrale fino alla terza settimana di questo mese; almeno è la spiegazione ufficiale. I sondaggi delineano una battaglia tra i 5 Stelle e il centro-destra nei collegi uninominali al sud, ma qualche speranza i primi la avrebbero anche al centro, sinora esclusivo appannaggio delle forze di centro-sinistra. Insomma, Grasso appare il leader sbagliato di una sinistra senza idee e che punta forse solamente a salvaguardare i quadri dirigenti ridotti numericamente all’osso da una sparizione politica altrimenti certa. (Leggi anche: Grasso premier al posto di Renzi? Cura sbagliata di una sinistra a rischio estinzione)

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Argomenti: Politica, Politica italiana