La sfiducia nell’euro non arriva da sud, sono i tedeschi ad avere nostalgia del marco

La sfiducia nella moneta unica dilaga proprio nel Nord Europa, dove Germania e Olanda guidano il fronte dei paesi che si sono stancati di reggere una baracca incorreggibile.

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La sfiducia nella moneta unica dilaga proprio nel Nord Europa, dove Germania e Olanda guidano il fronte dei paesi che si sono stancati di reggere una baracca incorreggibile.

L’Eurogruppo di martedì sera, conclusosi alle luci dell’alba di mercoledì e durato ben 16 ore, ancora una volta ha esitato un nulla di fatto sugli strumenti da utilizzare per reagire alla grave crisi economica nell’unione monetaria, provocata dall’emergenza Coronavirus. L’Olanda, in particolare, si è opposta strenuamente all’ipotesi degli Eurobond, temendo di gravare i suoi contribuenti di rischi e oneri legati alle difficoltà fiscali degli altri stati, specie dell’Italia, e che la stessa percepisce come frutto di lassismo nella gestione dei conti pubblici degli ultimi anni.

La diffidenza è alla base della mancata risposta coordinata dell’Eurozona anche persino a un evento tremendo come quello che stiamo tutti vivendo. I governi non trovano conveniente sul piano politico, anzitutto, e dopodiché economico, mettere risorse insieme ai partner dell’area, temendo di subirne conseguenze negative, in termini di maggiore indebitamento rispetto alle proprie esigenze, dovendosi caricare le passività altrui generate. E l’Italia, che alla fine dello scorso anno vantava il secondo rapporto debito/pil d’Europa con il 135%, fa paura quasi a tutti, specialmente a quanti siano riusciti, persino dopo la crisi finanziaria del 2008, a contenere i rispettivi rapporti a livelli contenuti.

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L’Olanda parte da un debito al 50%, la Germania al 60%. Per loro, emettere bond insieme a italiani, spagnoli, portoghesi, così come anche francesi, significa dover pagare agli investitori un interesse più alto, perché la qualità media di queste emissioni comuni sarebbe inferiore alle loro nazionali. Possiamo trovarli simpatici o antipatici, ma chiediamoci se noi pagheremmo mai una tassa per aiutare i tedeschi o i finlandesi a indebitarsi a costi inferiori, specie dopo che in TV vedessimo che in quei paesi le pensioni siano state elargite in passato anche ai quarantenni e che quasi un quarto degli assegni superi i 2.000 euro contro poco più dell’1% nostro o che un Land della Germania impieghi più forestali di tutto il Canada, salvo ritrovarsi a ogni estate in emergenza incendi.

La sfiducia nell’euro al nord

Chiaramente, abbiamo ribaltato le situazioni. Gli “spreconi” siamo noi italiani, pur con tutti i sacrifici compiuti nell’ultimo decennio e che hanno colpito duramente le fasce della popolazione più deboli. Resta il fatto che la Germania si sia presentata all’appuntamento indesiderato con il Coronavirus con il quadruplo dei posti di terapia intensiva dell’Italia, pur avendo chiuso sin dal 2014 i conti pubblici sempre in attivo. Qualcosa non quadra nella narrazione spicciola dei buoni e dei cattivi sugli Eurobond. Il punto, però, non è più nemmeno questo, quanto l’essere emerso nitidamente che l’euro sia stata una grossa utopia e come tutte le utopie, subito dopo aver fatto sognare si trasforma in incubo.

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Siamo portati a credere che la sfiducia verso l’euro sia dilagante nel Sud Europa, mentre è vero l’opposto. I cittadini di Italia, Spagna, Grecia e Portogallo risulterebbero tra i maggiori sostenitori della moneta unica, in quanto memori delle cattive esperienze delle rispettive monete nazionali. Nessuno vuole tornare alla dracma, così come gli spagnoli che vorrebbero pagare in pesetas oggi sarebbero pochissimi. Ancora meno chi vorrebbe il ritorno allo scudo, forse qualcuno in più sarebbe nostalgico della lira. Invece, la nostalgia verso il marco tedesco è elevatissima e trasversale ai ceti sociali e all’elettorato in Germania. Lo stesso dicasi per il fiorino olandese. Quelle furono monete solide e, soprattutto, non esponevano gli stati che le emettevano a rischi incontrollabili, cioè esterni alle loro economie.

I tedeschi con il marco vissero decenni di grande progresso economico, di prezzi stabili, di pace, di accoglienza e ottimi rapporti con il resto del mondo.

Con l’euro, sentono di dover difendere con le unghie e con i denti queste conquiste da autorità esterne che attenterebbero ai loro valori con politiche contrapposte. E sono consapevoli che la loro difesa abbia innescato da tempo una reazione nei sentimenti degli altri popoli, che in breve ha rovinato quell’immagine di popolo pacifico e accogliente che erano riusciti a ricostruirsi dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale. C’è stanchezza e quasi rassegnazione in Germania, così come negli stati-satellite, che l’euro non riuscirà a tenere assieme in eterno sentimenti così contrastanti e che prima o poi se ne dovrà prendere atto.

Lo scenario di un doppio euro

Se Berlino credesse davvero alla moneta unica, accetterebbe gli Eurobond, magari dopo averli spiegati bene ai suoi cittadini. Pagherebbe un costo, è vero, ma sarebbe quello necessario a garantirsi i benefici dell’euro. E non sarebbe un grosso problema, se la mutualizzazione crescente dei debiti portasse alla creazione di un organismo sovranazionale con sempre maggiori responsabilità di politica fiscale, tali da difendere i bilanci nazionali da eventuali deterioramenti. Ma la Germania a tutto questo non crede, perché sa che un governo europeo come lo idealizziamo spesso al sud resta utopico. L’Eurozona non è una nazione, bensì la sommatoria di 19 stati con lingue, culture, confessioni religiose e modi di intendere la vita spesso diversissimi tra loro. La moneta unica si regge solo su patti chiari e rigidi, violati i quali, ognuno per sé e Dio per tutti.

Tornare alle monete nazionali forse non è la vera opzione alternativa del fronte germanico, quanto la rottura dell’euro in almeno due blocchi: uno del nord, con un “euro-marco” forte, una banca centrale con l’unico obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi e una politica fiscale rigorosa, improntata a conti pubblici ordinati, con un’economia protesa alle esportazioni; uno del sud, con un “euro-lira” (se così vogliamo chiamarlo) caratterizzato da una politica fiscale e monetaria più flessibile, meno attenta ai conti pubblici e all’inflazione, votata più ai consumi interni.

I due euro sarebbero legati tra di loro da un cambio controllato, cioè con fluttuazioni limitate, ma possibili. E sapete perché dopo la crisi dei debiti sovrani non si è andati dritti verso questa soluzione? Perché la Francia ancora oggi non sa in quale blocco eventualmente collocarsi: al nord, beneficiando della buona reputazione dei partner, ma restando un alleato minore dei tedeschi, o al sud, con credibilità sui mercati inferiore, ma ponendosi alla guida dell’area?

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Questo disegno, che avrebbe dovuto essere perseguito sin dall’inizio per la maggiore omogeneità politico-culturale che vi sarebbe stata all’interno dei due blocchi, non sarebbe indolore per nessuno. La macchina delle esportazioni del Nord Europa subirebbe una battuta d’arresto, venendo meno il grande mercato di sbocco offerto dall’Eurozona. E i capitali al sud costerebbero di più, perché il rischio di credito sarebbe percepito maggiore, almeno in una fase iniziale non breve. Su tutti, poi, graverebbe la sfiducia degli investitori per essere riusciti a dissipare un patrimonio come l’euro per questioni di bottega nazionali. Sarà, ma di questo passo passeremo di crisi in crisi con sentimenti di reciproca sfiducia sempre più forti e senza soluzioni da offrire per rispondere alle richieste sempre più drammatiche di parte crescente dei cittadini. L’euro non funziona, è un’area monetaria disfunzionale e adesso che sembra ne stiamo prendendo tutti atto, o si riesce ad infrangere quel muro di sfiducia tra nord e sud o dovremmo prepararci tutti, senza perdere più tempo, a un piano alternativo e quanto meno doloroso possibile.

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