La sfiducia in Draghi è colta da questi numeri

La sfiducia nella BCE, ma anche verso la Federal Reserve, è spiegata da alcuni numeri che vi mostriamo.

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La sfiducia nella BCE, ma anche verso la Federal Reserve, è spiegata da alcuni numeri che vi mostriamo.

I mercati finanziari hanno mostrato nelle ultime settimane un nervosismo crescente in Europa, specie per la bassa crescita dell’economia nell’Area Euro e per la situazione difficile nel comparto bancario, in particolare, in Italia. L’ondata di vendite ha travolto le borse e Piazza Affari al venerdì scorso registrava un crollo di oltre un quarto del suo valore dall’inizio dell’anno, perdendo oltre 140 miliardi di capitalizzazione. Non sono in pochi a intravedere in questo trend “bearish” un segnale di sfiducia verso la BCE, incapace ad assicurare il raggiungimento del target d’inflazione nell’Eurozona (vicino, ma inferiore al 2%), quando sono trascorsi già 3 anni dall’ultima volta che veniva centrato. Nonostante i potenti stimoli monetari messi in atto dal governatore Mario Draghi, si fatica a percepire un sensibile miglioramento dell’economia reale, così come una sostanziale risalita dell’inflazione, perché oltre ai segnali di un rallentamento della ripresa già debole nella parte finale del 2015, vi mostreremo alcuni dati, che proverebbero come anche le aspettative d’inflazione siano diminuite nelle ultime settimane. Si spiegherebbe, perciò, il senso di frustrazione avvertito a Francoforte, dove trapela che l’istituto sarebbe pronto persino ad acquistare titoli bancari per espandere la liquidità sui mercati.

Lo spread tra scadenze

Prima di fornirvi alcuni dati salienti, dobbiamo spiegarne il loro significato. Sui mercati, lo spread tra i rendimenti a scadenze diverse di un titolo di stato segnala diverse cause. In una situazione ordinaria, il rendimento di un bond decennale, per ipotesi, dovrebbe essere più alto di quello a 2 anni. Ciò, in conseguenza del fatto che l’acquirente è disposto a prestare allo stato liquidità per un periodo più lungo, a patto che gli sia offerto un premio extra per il rischio, tenuto anche conto che negli anni si potrebbe registrare una variazione sfavorevole dei prezzi. In soldoni: quando il rendimento decennale (ma potremmo prendere a riferimento altre scadenze) cresce in relazione al rendimento biennale, ciò segnalerebbe o che il mercato si attende un aumento dell’inflazione nel medio-lungo termine, oppure che si aspetta un rialzo dei tassi. In altri termini, maggiore è lo spread tra i decennali e i biennali, maggiore sarebbe l’attesa di un miglioramento dello stato di salute dell’economia, perché è evidente che la banca centrale aumenta i tassi e che l’inflazione tenda a salire, quando c’è crescita e dinamicità. Viceversa, se si prevede un calo dell’inflazione e/o un taglio dei tassi, dovremmo attenderci un restringimento dello spread tra le 2 scadenze.    

Curva rendimenti bond Eurozona si appiattisce

Monitorando l’andamento dei rendimenti sovrani, scopriamo che in queste ore, i BTp a 10 anni offrono l’1,58%, quelli a 2 anni appena lo 0,05%. Lo spread è tra le 2 scadenze dell’1,53%, ma all’inizio dell’anno era dell’1,58%. La variazione è minima, ma va nella direzione sbagliata, stando all’obiettivo della BCE. Verifichiamo lo stesso andamento, ma in termini più marcati, per Germania e Francia. Lo spread tedesco è oggi di 32 punti base, meno della metà dei 66 bp di inizio anno. Per la Francia si è passati nello stesso periodo da 130 bp a 106 bp. Del tutto stabile a 174 bp, invece, risulta il divario in Spagna, dove ancora – va detto – i prezzi sono tendenzialmente in calo. C’è un altro modo per cercare di carpire le aspettative d’inflazione del mercato, ovvero verificare l’andamento del differenziale o spread tra i rendimenti di un titolo con cedola fissa e quella di un altro titolo per la medesima scadenza, ma con cedola agganciata alla variazione dei prezzi. Ebbene, all’inizio di quest’anno il divario sulla scadenza a 5 anni era per i BTp di 70 punti base, mentre oggi risulta quasi azzerato ad appena 8 bp. Simile lo scenario in Germania, dove si è passati per i Bund con scadenza 2020 delle 2 tipologie da 44 a 24 bp.

Aspettative d’inflazione si raffreddano

Dunque, le aspettative d’inflazione si stanno raffreddando in tutta l’Eurozona, esattamente l’opposto di quanto desiderato da Draghi e il suo board. Ma il fallimento, alimentato anche dal crollo delle quotazioni del petrolio a 30 dollari al barile, non è una prerogativa della sola Eurozona. Negli USA, lo spread tra Treasuries a 10 e a 2 anni è passato dai 122 bp di inizio anno ai 104 bp attuali, mentre il differenziale tra i titoli a cedola fissa e i cosiddetti Tips è sceso di 18 bp all’1,12%. Poiché le aspettative impattano sulla formazione dei prezzi, il segnale per BCE e Fed è chiaro: l’inflazione tenderà a diminuire nei prossimi mesi. Tutto questo sconfessa il successo vantato dalle 2 banche centrali nel garantire la stabilità dei prezzi, perché sembra che gli stimoli monetari iniettati sui mercati siano sempre più richiesti dagli investitori al solo scopo di sostenere il corso di azioni e obbligazioni, non perché siano più in tanti a credere che la politica monetaria in sé possa provocare una “reflation”. Meno che mai nell’Eurozona, dove la disoccupazione è ancora a 2 cifre e il pil cresce poco più dell’1% all’anno e con forti squilibri interni.  

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