La scossa alla borsa americana favorisce la pressione dell’Italia sulla BCE di Draghi

La scossa di terremoto a Wall Street di ieri farebbe bene all'Italia nel portare avanti le sue ragioni nei confronti della BCE. Il salvataggio dell'euro passa per un accordo tra Roma e Bruxelles.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La scossa di terremoto a Wall Street di ieri farebbe bene all'Italia nel portare avanti le sue ragioni nei confronti della BCE. Il salvataggio dell'euro passa per un accordo tra Roma e Bruxelles.

E’ stata una giornata particolare ieri sui mercati finanziari e stavolta l’Italia non c’entra. Wall Street ha chiuso la seduta in picchiata, con Dow Jones e S&P 500 a perdere oltre il 3% e il Nasdaq il 4% sui timori degli investitori per l’acuirsi delle tensioni commerciali tra USA e Cina, ma anche e, soprattutto, a causa dell’aumento atteso dei tassi americani al di sopra dei livelli correnti e del ripiegamento delle quotazioni del petrolio. Commentando quanto accaduto dalla Pennsylvania, dove stava tenendo un comizio, il presidente Donald Trump ha dichiarato che questa sarebbe “la correzione che ci stavamo attendendo” dopo i forti rialzi degli indici azionari nei mesi passati. Solamente il 3 ottobre scorso, lo stesso Trump aveva festeggiato su Twitter il raggiungimento dei nuovi record di Wall Street, lodandoli quali prova della forza dell’economia americana sotto la sua amministrazione. Il che è sostanzialmente vero. Attenzione, però, perché il presidente ha aggiunto parole nette sulla Federal Reserve, sostenendo che “è andata fuori di testa” (“I Think the Fed has gone crazy”), biasimando il governatore Jerome Powell per l’ostentata volontà di continuare ad alzare i tassi. “Sta commettendo un errore, sono molto restrittivi”.

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Non è la prima volta che Trump critica in pubblico la banca centrale americana, ma i toni stavolta si sono surriscaldati. La Casa Bianca si è affrettata con un comunicato ufficiale a rimarcare come l’economia a stelle e strisce segnali di essere molto forte, ma proprio questa sottolineatura non collima con la richiesta alla Fed di almeno prendersi una pausa con la stretta monetaria. A risolvere il dubbio ci pensa lo stesso presidente, quando aggiunge che “non abbiamo un problema d’inflazione”. In parte, è vero, in parte è mestiere della Fed assicurarsi che così non sia anche nei mesi e gli anni futuri. E tenere i tassi fermi con la piena occupazione e la crescita del pil al 3% comporta forti rischi.

Sin qui, nulla di nuovo sotto il sole. Questi ragionamenti vanno avanti da parecchi mesi. Ieri, però, il crollo del Dow Jones e dell’S&P 500 ha cambiato il quadro e apparentemente in favore di Trump. Se Wall Street retrocede dai massimi storici è persino salutare, allontanando il dubbio che gli indici azionari siano in bolla. Se, però, questi cali andassero oltre una ordinaria correzione, com’è accaduto tra gennaio e la primavera di quest’anno, allora la musica cambia. La Fed ha per statuto due obiettivi: centrare la stabilità dei prezzi, compatibilmente con la piena occupazione del mercato del lavoro. “Mission accomplished”, diremmo, guardando ai dati invidiabili di questi mesi. E, però, dal 2008 è stato informalmente inserito un terzo mandato tra i target dell’istituto: la stabilità finanziaria. E se la borsa precipita o segnala di poterlo fare, Powell dovrebbe tenerne conto, perché il pil americano è fatto anche di investimenti azionari, che si traducono in consumi e sostengono la domanda interna, ossia l’occupazione.

La fine non così vicina del QE

Perché vi abbiamo fatto questa lunga premessa? Quello che accade in America ci riguarda sempre. E se la Casa Bianca riuscisse a farsi ascoltare dalla Fed, lo stesso accadrebbe nell’Eurozona, dove la BCE si sta guardando attorno per capire cosa succede e se davvero possa permettersi di traghettare l’unione monetaria fuori dal “quantitative easing” e verso un ambiente di tassi più alti. La risposta, a dire il vero, la conosciamo già: no, non siamo nelle condizioni di permetterci un costo del denaro più alto, perché salterebbe l’euro, quello che Mario Draghi deve tutelare per mandato. E non è a rischio solo la tenuta dei conti pubblici italiani, bensì pure quella dei bilanci delle nostre banche, così come delle società francesi e tedesche, che stanno beneficiando del QE per rifinanziare i loro debiti a costi praticamente nulli.

Pensate che Draghi non lo sappia? Lo sa, ma ha dato la sua parola ai mercati che da gennaio non acquisterà più assets e che terrà fermi i tassi “fino all’estate 2019”, lasciando intendere che subito dopo li alzerebbe. Una banca centrale non può rimangiarsi la parola, altrimenti metterebbe a rischio la propria reputazione e la stessa efficacia delle sue azioni. A meno che non muti il quadro economico-finanziario. Vi ricordate il 2011? Anche allora, l’istituto aveva alzato i tassi in primavera, salvo fare retromarcia in autunno, quando esplose la crisi dello spread nel Sud Europa. Stavolta, le condizioni sono simili: i nostri titoli di stato sono in fiamme, sebbene non abbiano contagiato il resto della periferia dell’area. Tuttavia, se dall’America giungono notizie poco rassicuranti sul piano finanziario, ecco trovato l’escamotage per prendersi un po’ di tempo prima di compiere un passo falso sugli stimoli.

D’altra parte, l’Italia punta proprio a questo, ossia a che il QE prosegua. La richiesta in estate è avvenuta pubblicamente da Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega e uomo non di chiacchiere a vuoto o insignificanti. Il ministro delle Politiche europee e interprete della linea giallo-verde nei rapporti con mercati e UE, Paolo Savona, vorrebbe espressamente non solo che Draghi proseguisse gli acquisti dei BTp, ma che si spingesse molto oltre, cioè che segnalasse ai mercati l’intenzione di coprire strutturalmente i debiti sovrani dell’Eurozona, un po’ come avviene presso le altre principali banche centrali. L’ipotesi più estrema sarebbe la seguente: la BCE comunicherebbe di non essere disposta a tollerare uno spread superiore a un certo livello rispetto ai rendimenti “benchmark” tedeschi. All’istante, i rendimenti italiani crollerebbero. Risulta molto difficile immaginare una simile prospettiva per l’oggi, essendo priva di copertura politica.

La sceneggiata dell’Europa per costringere Draghi a continuare con il QE

Obiettivo: cambiare la BCE

E allora, la grande scommessa dell’Italia sarebbe proprio che Francoforte iniziasse a ragionare sulla trasformazione del QE da intervento temporaneo finalizzato a perseguire la stabilità dei prezzi a uno strumento definitivo per arrestare la speculazione sui bond nell’area. A creare le condizioni perché ciò sia almeno più realistico è la stessa manovra di bilancio, che se portasse a uno scontro con la UE fuori controllo minaccerebbe la sopravvivenza dell’euro. Infatti, benché se ne dica, se salta l’Italia salta anche tutta l’area. Resta da capire se il cambiamento di prospettiva a Francoforte possa arrivare prima delle elezioni europee o solo con un accordo politico successivo, quando verosimilmente i “sovranisti” all’Europarlamento incrementeranno la loro forza e arriverebbero a stringere un’alleanza con il PPE guidato dal tedesco Manfred Weber.

Certo, sarà un problema arrivare al maggio prossimo sotto il bombardamento dello spread. Se schizzasse a livelli ancora più alti, Savona stesso ha messo le mani avanti parlando di riscrittura della manovra. Il governo gioca d’azzardo, consapevole che lasciare immaginare il ritorno anticipato alle urne servirebbe come deterrente nei confronti di Bruxelles, dato che oggi come oggi Lega e Movimento 5 Stelle vincerebbero a mani basse. Pertanto, possibile che dopo settimane di toni esagitati e irresponsabili su entrambi i fronti, si arrivi a una tregua sulla manovra: deficit al 2,4% per l’anno prossimo sì, ma meno reddito di cittadinanza e più misure pro-crescita, come gli investimenti pubblici. Si tratterebbe di stanziare qualche miliardo in meno delle attese per il sussidio, magari corredandolo di tante e tali condizioni, da renderlo inaccessibili a molti italiani, che specie al sud presentano dichiarazioni dei redditi fallaci. L’attenzione verrebbe spostata sulla qualità della manovra e un via libera condizionato e pur tra mille dubbi di Bruxelles consentirebbe a Roma di prendere tempo e di giocarsi la partita vera per l’anno prossimo, quando i “sovranisti” cercheranno di assaltare gli equilibri in Europa, a partire da Francoforte, più che da Bruxelles. Perché se pure Trump critica la sua banca centrale, forse s’infrange il tabù (ipocrita) di una BCE avulsa dal contesto politico. Il QE non finirà così presto, statene certi.

Così la BCE continuerà a sostenere il mercato dei bond e a sostenere i conti degli stati  

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