La sconfitta del Movimento 5 Stelle non è solo di Di Maio, ripresa possibile?

La dura sconfitta del Movimento 5 Stelle alle elezioni europee apre il "processo" a Luigi Di Maio, ma è tutto il mondo pentastellato ad avere perso dopo solo un anno al governo.

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La dura sconfitta del Movimento 5 Stelle alle elezioni europee apre il

Nemmeno nei peggiori incubi Luigi Di Maio si aspettava che le elezioni europee sarebbero andate così male. Vero, l’ipotesi del sorpasso del PD era tra gli scenari possibili, seppure non così probabile e, anzi, sembrava essere stata allontanata con la ripresa dei consensi per il Movimento 5 Stelle, segnalata dai sondaggi delle ultime settimane. Ma in ogni caso, le percentuali attese erano attorno e superiori al 20%. Quel 17% ottenuto domenica scorsa, invece, ha colpito duramente i grillini, al governo da un anno e già doppiati dalla Lega di Matteo Salvini. Il capo o portavoce che si chiami è sul banco degli imputati.

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A lui viene addebitata una campagna elettorale sbagliata, viene rimproverato di essersi svegliato troppo tardi sugli alleati e di avere accumulato troppe cariche; quest’ultimo è un modo per dire che dovrebbe lasciarne qualcuna, cioè quella di leader pentastellato. E’ quello che l'”imputato” chiederà ai giudici degli iscritti alla piattaforma Rousseau per quello che a tutti gli effetti si configura essere un processo farsesco e patetico di un movimento che ritiene di poter dribblare la riflessione politica con un sondaggio online.

Ma quali sono stati gli errori di Di Maio? In realtà, sono stati commessi nel nome e per conto dell’M5S. Il primo risale all’autunno scorso e plasticamente è captato dalla sceneggiata dei festeggiamenti sul balcone di Palazzo Chigi, quando i ministri grillini brindarono all’aumento del deficit fissato nella legge di Stabilità. Fu una scelta grave sul piano delle conseguenze per l’economia italiana. L’invito alla prudenza del ministro Tria di restare sotto il 2% non venne accolto e ciò scatenò lo spread, mandando l’Italia allo scontro con la Commissione, la quale già nutriva e nutre fin troppi pregiudizi verso Roma.

La prova fallita dell’M5S al governo

Da ministro dello Sviluppo, Di Maio da allora ha dato l’immagine di un leader politico poco attento alla salvaguardia degli interessi del ceto medio, lasciando che fosse Salvini a intestarseli, puntando sulla difesa dell’impresa, sull’abbassamento delle tasse, sullo sblocco degli investimenti pubblici e sulla lotta alla burocrazia. Di alternative, il giovane campano non ne disponeva, se vogliamo essere sinceri. Anzi, ha cercato di contemperare al massimo le istanze “decresciste” del movimento dell’origine e il mandato di buona parte degli elettori nel segno della ripresa economica.

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Il problema di Di Maio, ossia di tutto l’M5S, sta nella sua natura post-ideologica, che non sembra destinata ad avere lunga fortuna, bensì a infrangersi con l’amministrazione della realtà. Il volere apparire né di destra e né di sinistra aiuta nella fase di raccolta del consenso, molto meno quando si governa, perché ogni scelta impone di imboccare una strada piuttosto di un’altra. E i 5 Stelle hanno dato l’impressione di essere ondivaghi, incoerenti, contraddittori, per non dire opportunisti e cinici più della Dc nella Prima Repubblica, rispolverando argomenti sulla base del momento. E così, come uno Tsipras qualunque, Di Maio è passato dall’invocare più deficit al diventare sotto elezioni il guardiano dei conti pubblici italiani; dal difendere il sindaco capitolino Virginia Raggi dagli “assalti dei giudici” al pretendere le dimissioni di un sottosegretario leghista indagato, utilizzando la clava del giustizialismo a giorni alterni e a seconda del malcapitato; dal dipingere come “medievale” la famiglia tradizionale al promettere aiuti alle famiglie che fanno figli; dal voler abbattere questa Europa al diventarne quasi un sostenitore convinto; dall’appoggiare i porti chiusi di Salvini al mettere in guardia gli italiani dal pericolo fascista, etc.

Per recuperare consensi a sinistra, Di Maio si è scoperto troppo a destra. Tuttavia, non è stato nemmeno questo il vero problema dei grillini alle urne. Il fatto è che essi non sono attrezzati per governare la settima potenza industriale del mondo; mostrano una cultura quasi vendicativa nei confronti dell’impresa, un approccio robinhoodiano all’economia che cozzano con le istanze di crescita e ammodernamento della classe media italiana.

Grillini al bivio

Ma non bisogna nemmeno esagerare la portata dei risultati di domenica. Le europee non segnarono il declino dei 5 Stelle nemmeno nel 2014, quando pure vennero doppiati dal PD di Matteo Renzi. Anzi, da lì partì la riscossa dei grillini, che due anni e mezzo più tardi culminava con la vittoria al referendum costituzionale contro il governo. Rispetto ad allora, però, c’è una grossa differenza: adesso, al governo ci sono proprio loro. E per reagire al tonfo, dovranno recuperare la fiducia di chi il 26 maggio se n’è rimasto a casa e il 4 marzo dello scorso anno aveva votato l’M5S. Come?

Questo sarà il grande dilemma che attanaglierà Di Maio e soci nelle prossime settimane: continuare la lotta contro Salvini e spostarsi stabilmente a sinistra o cercare una maggiore armonia con l’alleato e puntare di rendere più efficace l’azione di governo? Nel primo caso, dovrebbero mettere in conto la caduta del governo e il rischio piuttosto elevato e concreto di elezioni anticipate, vittoria apparentemente netta del centro-destra e ritorno tra i banchi dell’opposizione, peraltro con numeri abbastanza ridimensionati. Nel secondo caso, l’accondiscendenza verso la Lega sfalderebbe i consensi a sinistra e spingerebbe probabilmente anche quelli più a destra a rivolgersi direttamente a Salvini, perché la copia non è mai buona quanto l’originale.

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La possibile carta europea

Esisterebbe un trucco, che consentirebbe a Di Maio di tornare a respirare un po’. La Lega ha stravinto le europee, ma a Bruxelles non gode di alleati nella nuova maggioranza europeista che si sta per comporre.

Viceversa, l’M5S le elezioni le ha perse nettamente, ma non ha ancora una collocazione in Europa. E se entrasse a far parte dell’Alde, il raggruppamento liberale di Guy Verhofstadt, con cui ha già flirtato due anni fa? S’insinuerebbe all’interno dei nuovi equilibri politici, ricevendo dalle istituzioni comunitarie più attenzioni e benevolenza di quanto non ne otterrebbe Salvini. C’è un ma: tra i liberali vi sarà anche il movimento di Emmanuel Macron, quel En Marche! contro cui si scagliano da 6 mesi i “gilet gialli” appoggiati formalmente da Di Maio, con tanto di disappunto ufficiale dell’Eliseo. E, ammesso che la Francia desse il via libera a un loro ingresso, come venderebbero i grillini agli elettori il fatto che starebbero a Strasburgo tra gli stessi banchi di Macron?

Quella storia per cui destra e sinistra non esisterebbero più è falsa come Giuda e a pagarne il prezzo sono prima o poi tutti coloro che fanno politica su tale ambiguità. I grillini non hanno fatto eccezione e la loro radice di sinistra, anti-capitalista e protestataria non trova pace con la svolta più moderata e realista necessaria per governare. Dovranno ingoiare il sì alla TAV, così come hanno già fatto con la TAP in Puglia. Sull’economia, dovranno cedere a Salvini su tasse, autonomia e investimenti pubblici, altrimenti salta l’unico governo possibile ad oggi immaginabile per l’M5S. Quand’anche qualcuno tra Alessandro Di Battista e Roberto Fico puntasse a un’alleanza con il PD di Nicola Zingaretti, dovrebbe fare i conti con numeri ridimensionati, che li porrebbero in futuro nelle condizioni di siglare accordi da posizioni negoziali meno forti o, addirittura, di debolezza. La destra e la sinistra sono vive e vegete, pur con tutti i nuovi difetti e i paradossi che le caratterizzano. E i grillini lo hanno scoperto dopo un anno esatto di governo.

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