La rivoluzione giapponese di Abe che snobba il debito pubblico

L'Abenomics inizia già a dare i primi successi, ma i critici mettono in evidenza possibili problemi nel medio termine

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L'Abenomics inizia già a dare i primi successi, ma i critici mettono in evidenza possibili problemi nel medio termine
Una curiosa vignetta che sintetizza la sostanza dell’Abenomics

Ha vinto le elezioni in Giappone lo scorso dicembre e in pochi mesi è già svolta. Il premier conservatore Shinzo Abe, a capo del Partito Liberaldemocratico, appena arrivato al governo ha sostituito il governatore della Bank of Japan, Masaaki Shirakawa, e ha nominato al suo posto Haruhiko Kuroda, al fine di attuare una politica monetaria espansiva. Obiettivo: fare uscire il paese da un quindicennio di deflazione e stagnazione, puntando ad aumentare la spesa pubblica da un lato e la liquidità in circolazione dall’altro.

 

Inflazione Giappone: alzati i target 

Per questo, all’insediamento di aprile, Kuroda ha annunciato un piano di espansione monetaria per circa 70 miliardi di dollari al mese (1.400 miliardi in tutto) e ha innalzato il target d’inflazione al 2% annuo, da raggiungere in 24 mesi. La conseguenza del solo effetto annuncio è stata visibile. La Borsa di Tokyo ha guadagnato da dicembre ad oggi oltre il 50%, mentre il tasso di disoccupazione è già sceso al 4,1% e i consumi sono cresciuti del 5,2%. Raggiunto anche l’obiettivo della svalutazione dello yen, con il rapporto di cambio con il dollaro che ha sfondato la soglia di 100.

 

I pilastri della politica economia giapponese 

Tre sono gli ingredienti fondamentali dell’Abenomics: più spesa pubblica (90 miliardi di euro in più, pari al 2% del pil nipponico); più liquidità in circolazione e riforme strutturali dagli effetti di medio-lungo termine.

Nella visione Abe-Kuroda, solo se i prezzi iniziano a salire (s’intravedono i primi segnali), i consumi riprenderanno, visto che ad oggi si preferisce rimandarli per quando i beni e i servizi costeranno di meno. E il sostegno della spesa pubblica – mirata non solo a risollevare l’economia delle prefetture di Fukushima, ma anche dell’intero Giappone, tramite investimenti in infrastrutture – serve a costituire l’ossatura di un rilancio della produzione e dei consumi. Sebbene nel 2014 l’IVA sarà innalzata dal 5% all’8% e nel 2015 passerà al 10%.

Qualche analista fa notare come la spirale deflattiva sia iniziata nel 1997 con l’innalzamento dell’IVA dal 3% al 5%.

In ogni caso, la terza gamba dell’Abe-pensiero dovrebbe garantire che la crescita di breve periodo non si esaurisca. Le riforme puntano a una maggiore produttività del sistema e a un tasso più alto di investimenti nel settore privato, specie tramite maggiori infrastrutture pubbliche, a sostenere la bassa occupazione femminile e ad innalzare il dato insoddisfacente della popolazione attiva, specie in un paese tra i più longevi del pianeta.

 

Debito pubblico giapponese al 250%: gli argomenti dei critici

Gli scettici evidenziano diverse criticità. In primis, Tokyo ha un debito pubblico del 250%. Snobbarlo, innalzando il deficit all’11,5% e stampando moneta per rifinanziarlo a bassissimo costo potrebbe sortire l’effetto opposto di allontanare gli investitori, accrescendone l’onere. E la stessa politica monetaria troppo espansiva potrebbe tradursi in aspettative future di inflazione fuori controllo, tali da destabilizzare i mercati finanziari, creare ripercussioni negative sul mercato del lavoro e fare crescere i rendimenti desiderati anche sui bond sovrani. La stessa svalutazione dello yen potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, scatenando una guerra valutaria dagli esiti incerti e rovinosi.

Infine, il sistema politico-economico del Giappone è caratterizzato da una commistione reciproca molto forte. Pochi grandi gruppi influiscono sulla politica di Tokyo e viceversa, con la conseguenza che le liberalizzazioni sono impedite e la stessa volontà del paese di aderire al Trans-Pacific Partnership potrebbe essere stoppata da categorie sociali, che temono di essere danneggiate da un’apertura commerciale, come pescatori e agricoltori, elettori della destra al governo.

Ci si chiede, quindi, se effettivamente il Giappone sarà in grado di rilanciare la sua economia nel lungo termine o la ripresa si esaurirà in misure d’impatto alquanto dubbie in un’ottica temporale più ampia.

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