La riunione OPEC non riuscirà a tagliare l’offerta di petrolio

L'OPEC si riunisce a Vienna il mercoledì prossimo per discutere la proposta del Venezuela di introdurre un sistema per fare risalire le quotazioni. Scetticismo sul vertice da parte del mercato.

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L'OPEC si riunisce a Vienna il mercoledì prossimo per discutere la proposta del Venezuela di introdurre un sistema per fare risalire le quotazioni. Scetticismo sul vertice da parte del mercato.

Saranno fino a 20 i rappresentanti di paesi produttori di petrolio, che s’incontreranno mercoledì prossimo a Vienna, presso la sede dell’OPEC, alla riunione tecnica convocata dall’Organizzazione, su forte richiesta del Venezuela. Oltre ai suoi 12 membri, sono stati invitati i ministri dell’Energia di Azerbaijan, Brasile, Colombia, Kazakistan, Norvegia, Messico, Oman e Russia. L’obiettivo di Caracas è di convincere gli interlocutori della necessità di fare risalire le quotazioni del greggio, introducendo un meccanismo “a banda”. In pratica, i prezzi non potrebbero variare al si sotto e al di sopra di un livello prefissato. Quando dovessero essere raggiunti i limiti di questa banda, scatterebbe un meccanismo automatico di taglio o di aumento della produzione. Secondo l’ex ministro del Petrolio venezuelano, Rafael Ramirez, l’obiettivo sarebbe di riportare le quotazioni a 70 dollari nella prima fase e successivamente a 100 dollari al barile. In realtà, la stessa OPEC è divisa al suo interno. Il ministro dell’Oman, Alì al-Omair, ha spiegato come non sia scontata una decisione favorevole alla proposta del Venezuela, dipendendo dall’esito della riunione e mostrando dubbi al riguardo. Dal di fuori dell’Organizzazione, il ministro russo Alexander Novak ha avvertito che Mosca non intende tagliare la produzione e che una decisione automatica in tal senso sarebbe solo negativa. Anche il Messico, che ha comunicato di avere accettato l’invito, di tagliare l’offerta non ci pensa proprio. Gli stessi dati OPEC parlano chiaro: a settembre, la produzione complessiva dei 12 membri è salita a 31,571 milioni di barili al giorno, ai massimi da 3 anni e mezzo, nettamente al di sopra della quota di 30 milioni, concordata alla fine del 2011, ma non rispettata sin dallo scorso anno. L’offerta è trainata dall’Arabia Saudita, che estrae ogni giorno intorno a 10,5 milioni di barili (ai massimi di sempre) e non segnala alcuna volontà di retrocedere, spiegando che l’OPEC non dovrebbe ridurre la sua offerta, in quanto cederebbe ad altri produttori esterni quote di mercato.

I sauditi vogliono tenere basse quotazioni petrolio ancora un pò

L’obiettivo di breve termine dei paesi del Golfo Persico, dunque, è di tenere saturo il mercato, in modo da deprimere i prezzi e indurre per questa via gli USA a tagliare gli investimenti e la produzione futura di “shale”, grande pericolo per il dominio dei paesi arabi sul petrolio. E l’Iran si accinge ad aumentare la sua produzione tra i 500 mila e il milione di barili al giorno, dopo che a inizio 2016 le saranno eliminate le sanzioni ONU contro le sue esportazioni. Il Kuwait ha confermato un piano di crescita quinquennale della produzione, mentre la Libia potrebbe aumentare le sue estrazioni, se le condizioni di sicurezza lo consentiranno. La riunione di mercoledì prossimo, quindi, rischia di essere un flop controproducente per il Venezuela che l’ha richiesta, perché darebbe conferma nell’impossibilità nel breve periodo di riequilibrare il mercato tramite le quantità. Bisogna anche tenere in considerazione che, per quanto elevata, la produzione dei membri dell’OPEC rappresenta poco più di un terzo di quella totale del pianeta, per cui da sola l’Organizzazione non riuscirebbe nell’intento, nemmeno se volesse. Anche per questo sono stati invitati player di livello come la Russia, la Norvegia e il Messico.

Vertice OPEC a rischio flop

  Tuttavia, Mosca, che è anche il primo produttore energetico al mondo, non può permettersi un taglio della produzione in piena recessione, ricavando da essa la metà delle sue entrate statali. La stessa Arabia Saudita avrebbe grosse difficoltà a farlo, perché il suo riyal è ancorato al dollaro con un cambio fisso, per cui deve cercare di attutire il crollo delle entrate derivanti dalla vendita di greggio con l’aumento delle quantità, non potendosi avvalere dell’effetto deprezzamento della valuta locale.

Va da sé che se non tagliano Riad e Mosca, che insieme fanno oltre un quinto dell’offerta globale, il peso del riequilibrio non potrà gravare sulle spalle dei piccoli. Non aspettiamoci, quindi, alcun esito concreto della riunione del 21 ottobre. Oltre tutto, la storia insegna che i cartelli, a partire proprio da quelli del petrolio, sono intrinsecamente instabili. Sbaglia chi pensa che l’OPEC sia un’unica realtà, essendo composta da 12 interessi diversi, spesso in conflitto tra di loro. Lo avrà intuito il mercato, che alla notizia del vertice ha fatto spallucce, tanto che il Wti perde al momento 58 centesimi e scende a 46,06 dollari al barile e il Brent arretra di 24 centesimi a 48,91 dollari.      

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