La risalita dei rendimenti in due mesi ci costerà già 5 miliardi e mezzo

La fine del rally del BTp ha già provocato 5 miliardi e mezzo di euro di minori risparmi sul debito pubblico italiano. Pur restando bassissimi, i rendimenti sovrani stanno risalendo dai minimi di settembre.

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La fine del rally del BTp ha già provocato 5 miliardi e mezzo di euro di minori risparmi sul debito pubblico italiano. Pur restando bassissimi, i rendimenti sovrani stanno risalendo dai minimi di settembre.

Il rally dei mercati obbligazionari si è preso una pausa nelle ultime settimane, o forse è proprio finito. Fatto sta che i rendimenti dei titoli di stato italiano sono tornati a salire dalla fine di settembre, quando avevano toccato il loro minimo record, con il BTp a 10 anni ad offrire appena lo 0,80% e il BTp 2067 poco più del 2%. A conferma dell’inversione di rotta sono arrivati i dati di novembre, pubblicati dalla Banca d’Italia con il cosiddetto “Rendistato”, il quale segnala la media mensile dei rendimenti sovrani italiani sul mercato secondario. Essa risultava in aumento allo 0,824% dallo 0,599% di ottobre, quando già era di poco risalita dallo 0,573% di settembre.

Dunque, in un paio di mesi, il costo medio ponderato del debito pubblico italiano sui mercati è cresciuto di un quarto di punto percentuale. Per i conti pubblici, una cattiva notizia, stemperata dal fatto che, comunque sia, ancora oggi i rendimenti dei BTp giacciono nei pressi dei minimi record. Premessa doverosa: queste variazioni non impattano sui conti pubblici, se non gradualmente, cioè man mano che le scadenze debbano essere rifinanziate. Poiché il nostro debito pubblico ha una vita media di poco meno di 7 anni, è questo l’arco temporale a cui guardare per capire l’impatto a regime dei mutati rendimenti.

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Minori risparmi per 5,5 miliardi

Ad ogni modo, se dovessimo rifinanziare tutto lo stock ai livelli di costo di novembre, spenderemmo 5 miliardi e mezzo di euro in più rispetto a settembre, qualcosa come lo 0,3% del pil attuale ogni anno. Tanto incide quel quarto di punto percentuale di aumento sugli oltre 2.000 miliardi di debito. Per fortuna, come dicevamo, non siamo alle prese con una mini-manovra da varare per finanziare la risalita dei rendimenti.

Anzi, il costo del debito scenderà verosimilmente anche l’anno prossimo, quando dovrebbe attestarsi a poco più del 3% del pil. Si consideri che negli anni precedenti al varo del “quantitative easing” della BCE, la spesa per interessi in Italia si attestava mediamente al 5%, cioè un euro di debito maturava interessi per quasi il 4%.

La discesa è possibile osservando semplicemente che il debito in scadenza stiamo potendo rifinanziarlo a tassi mediamente molto più bassi rispetto a quelli medi complessivi ancora sostenuti. Nel 2018, ad esempio, un euro di debito pubblico generava interessi per il 2,5%, per cui ancora oggi, malgrado la risalita, i BTp di nuova emissione ci costano un terzo della loro incidenza media. Questo, però, non significa che per i governi non cambi nulla. Man mano che i rendimenti sono scesi, negli anni essi hanno programmato i bilanci futuri sulla base di proiezioni dei costi per onorare il debito, che hanno già scontato i risparmi.

In altre parole, se questi si rivelassero inferiori alle attese, a seguito di una risalita dei rendimenti sovrani più veloce di quanto ipotizzato, bisognerebbe trovare coperture finanziarie adeguate. Non dovrebbe valere né per i prossimi mesi, né forse da qui a qualche anno. Anzi, nel 2022 la spesa per interessi dovrebbe scendere sotto il 3% del pil, almeno stando alle previsioni del Ministero dell’economia e delle finanze. I risparmi cesseranno di esistere quando il Rendistato inizierà a segnalare un rendimento medio superiore alla spesa per interessi a bilancio. Per fortuna, non sarebbe questione immediata.

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