La risalita brusca dell’inflazione a maggio nell’Eurozona è una brutta notizia per noi

Ecco perché il dato sull'inflazione a maggio dovrebbe preoccupare proprio l'Italia. Dovremmo sperare nel petrolio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Ecco perché il dato sull'inflazione a maggio dovrebbe preoccupare proprio l'Italia. Dovremmo sperare nel petrolio.

L’inflazione in Italia risulta più che raddoppiata a maggio su base annua, accelerando dal +0,5% al +1,1%. Nell’Eurozona, è passata dall’1,2% all’1,9%, praticamente centrando il target della BCE e salendo ai massimi da 8 mesi. In Germania, prima economia dell’area, la crescita tendenziale dei prezzi è stata persino più marcata, ovvero del 2,2%, anche in questo caso in brusca accelerazione dal +1,6% di aprile. Influenza diretta del ripiegamento dell’euro (-7% in mesi contro il dollaro) e dell’aumento dei prezzi energetici, che hanno risentito del boom delle quotazioni petrolifere, salite ai massimi da 3 anni e mezzo e in area 80 dollari, pur essendo nelle ultime sedute scivolate più verso i 75 dollari sulle intenzioni espresse da Arabia Saudita e Russia di aumentare le estrazioni per calmierare il caro-barile.

Decisivo in tal senso si rivelerà il vertice OPEC del 22 giugno a Vienna. Dovremmo sperare che il tetto alla produzione venga almeno un po’ aumentato, perché questo ridurrebbe le quotazioni, ci consentirebbe di continuare a godere di un barile a prezzi relativamente abbordabili e di allontanare la prospettiva di una stretta monetaria della BCE. In effetti, questo appare oggi il rischio più concreto per l’economia italiana, ovvero di ritrovarsi con un “quantitative easing” cessato a settembre e tassi nell’Eurozona più alti già nella prima metà del 2019, nel caso in cui il target d’inflazione fosse centrato stabilmente o persino superato d’ora in avanti e che le aspettative del mercato si surriscaldassero per effetto proprio del rincaro del greggio.

Indipendentemente dalle tensioni finanziarie che hanno colpito i BTp nelle ultime due settimane, ci aspetta uno scenario non facile nei prossimi mesi e anni, dato che gli stimoli monetari verranno ritirati e i tassi saliranno, per cui la liquidità sui mercati si ridurrà e gli investitori pretenderanno rendimenti più alti dal Tesoro, anche scontando un’inflazione maggiore. Assodato tutto ciò, restano i dubbi sulla tempistica. E il dato sull’inflazione a maggio non sprona certo all’ottimismo, anche perché l’Italia mostra una crescita annuale dei prezzi dimezzata rispetto a quella della Germania, oltre che nettamente più bassa del resto dell’area, con la conseguenza che rischiamo di subire un rialzo dei tassi senza che la nostra economia versi nelle condizioni per somatizzarlo. Interessi nominalmente più alti in un’economia con un’inflazione più bassa implica un costo del denaro reale e un’incidenza sul pil della spesa per servire il debito maggiori, non certo un toccasana per la ripresa e nemmeno per la convergenza verso le grandi economie dell’Eurozona.

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Argomenti: Bce, bond sovrani, Crisi economica Italia, Crisi Eurozona, Economia Europa, Economia Italia, Inflazione, quantitative easing, rendimenti bond, Spread, stimoli monetari