La ripresa italiana si rafforza, purché Draghi non alzi i tassi fino a fine mandato

L'OCSE migliora ancora le prospettive di crescita per l'economia italiana, ma avverte la BCE di non alzare i tassi fino al 2020. E Mario Draghi potrebbe finire il mandato senza avere mai varato una stretta.

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L'OCSE migliora ancora le prospettive di crescita per l'economia italiana, ma avverte la BCE di non alzare i tassi fino al 2020. E Mario Draghi potrebbe finire il mandato senza avere mai varato una stretta.

L’OCSE ha alzato le stime di crescita per l’economia italiana relativamente al biennio 2017-’18. Per quest’anno, l’istituto con sede a Parigi prevede un aumento del pil dell’1,6%, in rialzo dal +1,4% delle precedenti stime di settembre, mentre per l’anno prossimo dovremmo crescere dell’1,5%, anche in questo caso in miglioramento dal precedente +1,4%. E tra due anni, il rallentamento dovrebbe proseguire con un +1,3% atteso.

Sono le cifre contenuto nell’ultimo Economic Outlook semestrale e che segnalano un forte miglioramento delle aspettative rispetto a giugno, quando il pil italiano era atteso in aumento dell’1% e dello 0,8% nel 2018. In appena 5 mesi, quindi, l’OCSE ha alzato complessivamente dell’1% il tasso di crescita stimato per il nostro paese per il biennio in corso. Non proprio noccioline, considerando che dall’introduzione dell’euro nel 2002 al 2016, mediamente la nostra economia sia cresciuta dello 0,6% all’anno e che per trovare una crescita dell’1% o oltre dovremmo tornare indietro al 2010. (Leggi anche: L’economia italiana fa peggio anche quando va meglio)

Tutto bene? L’istituto mette in guardia da due fattori di rischio, ovvero l’elevato livello degli Npl per le banche e del debito pubblico. E alla BCE, che ha da poco annunciato una riduzione degli stimoli monetari a 30 miliardi al mese dal gennaio prossimo e fino al settembre 2018, gli economisti dell’OCSE suggeriscono di procedere con gradualità con il “tapering” e, nel caso di un rafforzamento dell’inflazione con il progressivo miglioramento del mercato del lavoro, di alzare i tassi non prima del 2020.

Rialzo tassi BCE non vicino

Ad oggi, il mercato starebbe prezzando l’ipotesi di una prima stretta monetaria nell’Eurozona tra circa un anno e mezzo, ovvero nella prima metà del 2019. Per allora, il governatore Mario Draghi starebbe preparando le valigie per tornare in Italia, scadendo il suo mandato alla fine di ottobre tra due anni. Se dovessero prevalere nel board le stesse preoccupazioni esternate ieri dall’organizzazione parigina, tuttavia, egli potrebbe essere l’unico governatore al mondo ad avere completato il suo incarico senza avere mai alzato i tassi per una sola volta.

E le probabilità che ciò accada sono elevate. Vediamo perché.

Stando alla stessa “forward guidance” della BCE, i tassi rimarranno ai livelli attuali “per un periodo esteso di tempo”. E lo stesso istituto ha rassicurato in più occasioni come dal momento in cui cesseranno gli acquisti di assets al primo rialzo dei tassi passerà un lasso di tempo congruo. Stando all’esperienza americana, la Federal Reserve impiegò un anno per alzare i tassi USA per la prima volta in 9 anni e mezzo nel dicembre 2015, mentre il “quantitative easing” era stato definitivamente soppresso esattamente 12 mesi prima. Se Draghi cessasse davvero gli acquisti nel settembre dell’anno prossimo, il primo rialzo dei tassi potrebbe arrivare anche nella seconda metà del 2019. Tuttavia, appare non molto verosimile che egli alzi i tassi proprio a fine mandato, mentre sarebbe per lui preferibile lasciare la patata bollente al successore, con ogni probabilità un tedesco. Formalmente, quindi, potrebbe optare per fare avviare ad altri la stretta. (Leggi anche: Come Draghi ha comprato all’Italia un altro anno di tempo)

Ripresa italiana dipende da tassi bassi

E non è detto che il QE non prosegua anche dopo il settembre 2018, magari in forma ancora più ridotta, anche perché l’inflazione non sembra risalire stabilmente al target e la stessa economia nell’Eurozona crescerebbe proprio in virtù delle condizioni finanziarie straordinariamente positive. Immaginando che gli stimoli verranno portati avanti fino agli inizi del 2019, di tassi più alti non ne avremo da qui a oltre 2 anni. E tornando all’economia italiana, la sua ripresa è fortemente legata alla politica monetaria espansiva della BCE. Tassi bassi, cambio debole e petrolio a buon mercato sostengono contemporaneamente esportazioni e domanda interna, ma queste verrebbero meno con l’avvio di un ciclo restrittivo, che renderebbe più costoso investire, più care le esportazioni e rischiano di colpire le stesse banche italiane, le quali da un lato beneficerebbero di maggiori margini sugli interessi, dall’altro farebbero i conti con un possibile ulteriore aumento delle nuove sofferenze, dato che il nostro mercato del lavoro si mostra debole e lo sarà ancora per anni e i consumi interni restano sostanzialmente stagnanti.

La ripresa italiana c’è, per quanto siamo ben al di sotto dei livelli di ricchezza prodotti nell’anno di apice del 2007. Essa poggia, però, su condizioni esterne, non sulle proprie gambe. E un rialzo dei tassi aggraverebbe anche lo stato dei conti pubblici, quando siamo ancora in mezzo a una strada con il risanamento fiscale. Il governo, quale che sia, dovrebbe tagliare di più la spesa pubblica e/o alzare ancora le tasse, non certo misure salutari per la crescita. E dato il peso rilevante del nostro pil nell’area, si capisce perché l’OCSE tifi per rinviare l’avvio della stretta a dopo Draghi. Quando arriverà la temuta turbolenza, l’uomo che salvò l’euro con il suo “whatever it takes” magari sarebbe già libero per trasferirsi a Palazzo Chigi, dove pare che servirà un capitano esperto per guidare la nave. (Leggi anche: La svolta lenta della BCE favorisce l’Italia, Draghi ci è riuscito ancora una volta)

 

 

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