La ripresa economica dell’Italia e gli effetti collaterali sui BTp

L'economia italiana va meglio del previsto e l'insieme dell'Eurozona si mostra in ripresa. Ma le buone notizie potrebbero portarne di cattive ai bond.

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L'economia italiana va meglio del previsto e l'insieme dell'Eurozona si mostra in ripresa. Ma le buone notizie potrebbero portarne di cattive ai bond.

L’economia italiana si sta riprendendo dal brutto secondo semestre dello scorso anno, quando era entrata in recessione tecnica dopo che il pil si era contratto per due trimestri consecutivi. Il segno più è tornato nel primo trimestre del 2019 e sul piano congiunturale la crescita è stata dello 0,2%, superiore alle attese. Anche su base annua si è registrata una lieve crescita dello 0,1%. Nulla che debba o possa entusiasmarci, ma almeno il peggio lo avremmo evitato, anche se quel poco di ripresa in corso dipende essenzialmente dalle esportazioni, le quali erano state la concausa determinante del ripiegamento nei mesi precedenti.

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E l’indice manifatturiero si mostra anch’esso in forte ripresa ad aprile, stando ai dati di IHS Markit: 49,1 punti, sopra i 47,7 attesi e i 47,4 di marzo. Pur restando in contrazione, trovandosi sotto la soglia di demarcazione tra crescita e calo dei 50 punti, è indubbia la risalita, ben più vigorosa di quella, pur positiva, segnata dall’Eurozona, dove l’indice è passato da 47,5 a 47,9 punti. Insomma, ci stiamo riprendendo meglio e più velocemente di quanto temessimo, anche se nel primo trimestre l’Eurozona ha fatto notevolmente più di noi, crescendo dello 0,4% trimestrale (da +0,2%) e dell’1,2% annuo.

Anche dall’America sono giunte notizie parecchio positive, con il pil ad avere segnato il +3,2%, circa l’1% in più delle attese. Per quanto l’accelerazione qui sarebbe legata a fattori temporanei, è un dato di fatto che la “Trumponomics” starebbe funzionando ben oltre le attese. La disoccupazione negli USA risulta scesa al 3,6%, ai minimi da mezzo secolo e la crescita dei salari non ha accelerato, anzi è rimasta stabile rispetto a marzo al 3,2% annuo. Fin qui, solo belle notizie. Attenzione, però, agli effetti collaterali. Già, perché in economia non si può avere (a lungo) la botte piena e la moglie ubriaca. E il rischio di questa stagione di ripresa risiede nel minore bisogno percepito dalle banche centrali di sostenere le rispettive economie con un accomodamento monetario duraturo.

E complice la ripresa anche delle quotazioni petrolifere, l’inflazione nell’Eurozona in aprile ha accelerato all’1,7%, quella “core” ai massimi da 6 mesi, cioè all’1,2%.

Rischi per i BTp?

Se la ripresa economica nell’area non fosse accompagnata da un surriscaldamento duraturo dei prezzi, il governatore Mario Draghi avrebbe buon gioco a calciare il barattolo ancora per un po’, non paventando un aumento dei tassi sin subito dopo la fine di quest’anno. Nel caso contrario, avrebbe le mani legate. Anzi, la decisione spetterà al suo successore, che si insedierà dal prossimo novembre. E a maggior ragione, se fosse un “falco” monetario del Nord Europa, coglierà ogni dato macro positivo per accelerare il percorso di uscita dall’allentamento estremo di questi anni. Poiché le banche centrali dipendono tutte dalle azioni della Federal Reserve, è ad essa che bisognerà rivolgere lo sguardo per capire le prossime mosse di Francoforte.

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E si pensi solo a un dato: i rendimenti a 10 anni del Treasury sono saliti in settimana in area 2,55% e ormai lo spread con i biennali si è portato sopra i 20 punti base. Questo implica che il mercato starebbe scontando meno che nei mesi passati una recessione a breve dell’economia americana, così come un taglio dei tassi Fed nei prossimi mesi. Ma se l’America si mostrasse meno “dovish” del previsto, immaginatevi una BCE che tiene ancora i tassi a zero e che rischia di ritrovarsi a mani nude ad affrontare la prossima crisi dell’area. E, infatti, le buone notizie non hanno coinciso per l’Italia con un crollo verticale dello spread e dei suoi rendimenti sovrani, in quanto qualcuno inizierebbe a sospettare che la ripresa in sé costituisca le premesse per un corso più restrittivo della politica monetaria. E non ci sarebbe granché da festeggiare per i BTp, già svenduti nell’ultimo anno per via delle turbolenze politiche, a meno che la crescita economica italiana non si mostrasse così vigorosa da scacciare i timori sulla sostenibilità di una stretta temporalmente più vicina per i nostri conti pubblici.

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